Deputato alla punizione e alla risocializzazione l’istituzione penitenziaria si presenta come un luogo che non risparmia sofferenza e in cui il principio rieducativo della pena appare il più delle volte inconciliabile con le esigenze burocratiche e di sicurezza dell’istituzione che finiscono per sostituirsi alle reali funzioni che questa deve svolgere. In questo contesto il benessere psicofisico è analizzato a partire degli effetti del carcere sull’identità e sulla salute attraverso una prospettiva sociologica.

Carcere e quotidianità

Negli studi sull’organizzazione della vita carceraria, l’istituto di detenzione è inteso come istituzione totale. Sono «totali» le istituzioni deputate a fornire una residenza a diverse categorie di persone socialmente indesiderate alle quali sono impediti lo scambio sociale e l’uscita verso il mondo esterno (Goffman 1961). La caratteristica principale di queste istituzioni è la rottura delle barriere che tengono separate le diverse sfere della vita di una persona: mangiare, lavorare e dormire sono azioni fondamentali della vita sociale che gli individui compiono in luoghi diversi, con persone diverse e sotto una diversa autorità. Il rischio principale legato alle istituzioni totali è che queste contribuiscono alla formazione di identità istituzionalizzate all’interno di un ambiente caratterizzato da un rapporto dicotomico tra i suoi principali attori, il rapporto tra detenuti e staff è strutturato in modo che chi è sottomesso al potere istituzionale ne esca con un sé destrutturato.

Protesta dei detenuti alla casa circondariale Bologna “Rocco Amato” (conosciuto come carcere della Dozza) a seguito dell’ondata di proteste dei detenuti come in tutta Italia, dopo la riduzione dei colloqui e dei permessi a causa dell’emergenza coronavirus. Ci sono nuvole di fumo, mentre i detenuti sono ancora sul tetto del carcere (Michele Lapini/Fotogramma, BOLOGNA – 2020-03-10) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

Dal momento della collocazione in cella il detenuto dovrà abbandonare tutti gli aspetti pratici della propria cultura per adattarsi alla nuova cultura carceraria, dovrà quindi dare prova di «saper farsi la galera». Tale espressione assume significati differenti in base al punto di vista di chi lo adotta (Torrente 2016). Per gli agenti identifica quei detenuti che si adattano alle regole del carcere senza recare alcun tipo di problema o disturbo all’istituzione, si tratta di ciò che è definito adattamento primario che ha luogo quando l’internato coopera nello svolgimento delle attività richieste, divenendo così membro «normale e programmato» dell’istituzione (Goffman 1961). Per i detenuti farsi la galera può significare socializzare con l’ambiente penitenziario e con gli altri detenuti per poter vivere l’esperienza detentiva in modo da limitare le possibili tensioni che possono sorgere all’interno di uno spazio limitato che costringe persone diverse alla convivenza forzata.

La giornata del detenuto è scandita da un tempo gestito dall’istituzione e si sviluppa attraverso l’articolazione di uno spazio totalizzante che racchiude in sé tutti gli spazi di vita di un individuo: il lavoro, la salute, il riposo, lo svago. Il detenuto non può influire sulla propria routine quotidiana che si ripete costantemente ogni giorno con una certa precisione e che costringe coloro che non sono impegnati nelle attività del carcere a trascorrere l’interna giornata in cella e in sezione senza la possibilità di accedere ad altri spazi del carcere. Ad essere minata è soprattutto l’autonomia di azione riscontrabile nell’obbligo che ciascun detenuto ha di chiedere il permesso per ogni attività che normalmente sarebbe in grado di compiere da solo attraverso la «domandina» che rappresenta uno degli strumenti maggiormente utilizzati dai detenuti e che consiste in un modulo da compilare e presentare per una serie di richieste.

Mosconi: tempo sociale e tempo del carcere

Nell’analisi del rapporto tra tempo sociale e tempo del carcere Giuseppe A. Mosconi (1998) afferma che se nella società di oggi le distanze planetarie vengono annullate da mezzi d’informazione e comunicazione telematica e informatica e gli stessi spostamenti fisici divengono rapidissimi, in carcere il rapporto spazio-tempo appare completamente rovesciato rispetto alla società esterna: lo spazio è limitato ed è sperimentato per un periodo di tempo esteso caratterizzato dalla ripetibilità dell’esperienza. Il corpo del recluso e le sue facoltà percettive e relazionali si trovano compresse all’interno di uno spazio che ritualizza i comportamenti e le possibilità di scelta di ognuno (Mosconi 1998).

Il carcere italiano al tempo del Coronavirus

Il tempo è dilatato anche dalla mancanza del telefono e dalla velocità con cui è possibile comunicarvi, questo può aggravare la distanza con il mondo esterno. La corrispondenza per lettere è uno tra gli strumenti più utilizzati dai detenuti che vogliono mantenere contatti con l’esterno altrimenti limitati alle poche chiamate e colloqui previsti dall’ordinamento. Ma anche il ricorso alla lettera può suscitare rancore per la lentezza che caratterizza questo mezzo di comunicazione in contrapposizione alla rapidità dello scambio di messaggi nella società esterna. Spesso è la distanza dagli affetti e dai rapporti famigliari a compromettere l’equilibrio psicofisico del detenuto che, privo di stimoli socializzanti, avrà meno opportunità di conseguire il recupero proiettandosi verso un futuro nella società esterna.

Carcere e salute

A partire dalla fine degli anni Novanta in Italia si assiste ad una crescita esponenziale della carcerazione senza che ad essa corrisponda un aumento del numero dei reati commessi, questo ha portato alla considerazione del sovraffollamento come una condizione strutturale del sistema penitenziario italiano a cui non è stato mai posto rimedio se non attraverso un provvedimento emergenziale che tuttavia non ha inciso sulle ragioni strutturali del sovraffollamento stesso (Torrente e Manconi 2015). Il ritmo incessante degli ingressi in carcere satura la capienza degli istituti penitenziari italiani che per far fronte alla situazione emergenziale hanno adottato, già da diverso tempo, un nuovo indicatore del sovraffollamento la «capienza tollerabile» di cui tuttavia non sono mai stati definiti esplicitamente i criteri per cui non è chiaro quale dovrebbe essere il numero massimo di presenze al fine di garantire il rispetto della dignità e dei diritti della persona.

salute

Accanto al sovraffollamento penitenziario bisogna considerare altri fattori che rendono l’ambiente carcerario patogeno e di conseguenza incidono sul benessere psicofisico generando un surplus di sofferenza, questi fattori riguardano la materialità della condizione detentiva e l’adeguatezza delle condizioni detentive rispetto allo stato di salute delle persone detenute: accesso all’acqua calda, igiene personale, igiene degli spazi, accesso alla palestra e ad altri spazi del carcere dedicati alla socialità.

Ambienti fatiscenti e insalubri contribuiscono ad incrementare i problemi di salute delle persone detenute con la conseguenza che l’elenco delle patologie più frequentemente riscontrate in carcere è assai denso e difficilmente si possono distinguere i disturbi di carattere fisico da quelli che riguardano il piano psicologico (Gallo e Ruggiero, 1989). La situazione è aggravata anche dalla composizione sociale particolarmente vulnerabile caratterizzata maggiormente da soggetti collocati ai margini della società e soggetti non sono inseriti nel contesto e nelle reti sociali della prigione, con la conseguenza che l’esperienza detentiva può avere effetti diversi a seconda della persona, della personale esperienza di vita e delle proprie risorse psicologiche. La detenzione si manifesta così come una fotografia di una crescente marginalità.

A quale salute si rieduca?

In carcere il rapporto tra salute e malattia appare contaminato dal ruolo sociale del detenuto che deve essere considerato «sano» per poter essere giudicato colpevole del reato commesso, ma allo stesso tempo «malato» in quanto destinatario della funzione riabilitativa della pena collegata al consolidamento dei diritti dei detenuti (Mosconi 2005).

Giuseppe Mosconi (2005) ha sostenuto che l’ambiguità della definizione di salute riferibile al detenuto tende ad appiattire il concetto di salute ai livelli minimi, cioè a una salute intesa come assenza di malattia e capacità di adattamento alle istanze disciplinari dell’istituzione. L’istituzione in questo modo agisce attribuendo alla salute il concetto di «tutela» attribuibile alle persone a rischio di malattie e trascurando la promozione della salute che coinvolge la popolazione all’interno del contesto di vita quotidiana: si tratta cioè di una strategia che include la partecipazione diretta dei detenuti alle attività di cura, di prevenzione, di riabilitazione, ma anche ai percorsi di preparazione all’uscita dal carcere, ma che risulta inconciliabile con le prerogative di controllo e di sicurezza istituzionale in un contesto che si riconferma punitivo nella misura in cui anche gli stessi operatori in campo sono influenzati, nell’esercizio delle proprie funzioni, da logiche e attori istituzionali che ne limitano l’autonomia (Sbraccia 2018).

Una delle maggiori preoccupazioni legate al contesto carcerario negli ultimi anni riguarda il dilagare delle malattie mentali e del disagio psichico, definizione ampia ed eterogenea che comprende un ampio spettro di patologie neurologiche e psichiatriche. Anche nel caso della gestione del disagio psichico il rapporto fiduciario può essere compromesso dall’adozione di quello che è stato definito un dispositivo psichiatrizzante, ossia l’ampio ricorso a trattamenti a base di psicofarmaci molto diffuso in carcere (Frediani 2018).

Il malessere fisico e psichico può sfociare in comportamenti a rischio accelerando la messa in atto di condotte autolesive o a condotte considerate pericolose per la sicurezza istituzionale, la crescita di questi atti ha determinato una serie di adattamenti interni ad orientamento preventivo da parte delle direzioni per ridurre i rischi (Sbraccia 2018). Quando non è stata diagnosticata alcuna patologia, l’istituzione adotta quello che si potrebbe definire una strategia di contenzione del malessere, ossia l’ampia somministrazione di psicofarmaci ai detenuti che ne fanno richiesta.

Conclusioni

Il concetto di benessere in carcere mostra tutta la sua contraddittorietà. Seppure i livelli minimi di assistenza sono garantiti, a prevalere è la salute ridotta ad assenza di malattia e capacità di adattamento alle istanze disciplinari. Le proteste dopo le misure prese per contrastare la diffusione del virus covid-19 hanno per un po’ fatto da eco per la rivendicazione di un diritto quello di essere persone prima di essere detenuti e detenute. Attraverso l’esperienza di chi non ha mezzi e punti di riferimento all’esterno e vede il carcere come l’unica realtà possibile, l’istituzione penitenziaria si rivela un contenitore di marginalità e di sofferenza che va ben oltra la privazione di libertà e le mura fisiche mettendo in luce il fallimento della sua funzione rigenerativa. Se da un lato si vanno ampliando le misure alternative alla detenzione, dall’altro l’istituzione carceraria si riconferma chiusa nella misura in cui le condizioni di detenzione, il numero di persone recluse e la scarsità di risorse rendono inapplicabile una riforma carceraria. La sfida è quella di pensare all’istituzione penitenziaria come un riflesso della società attraverso l’adozione di uno sguardo “oltre le mura” in grado di valicare i confini fisici e relazionali persistenti. Solo con un approccio integrato, che coinvolga la società alla risocializzazione, si potrebbe parlare di reinserimento nel tessuto sociale e il carcere non rappresenterebbe una strada inevitabile per molte persone.

Giuseppina Castellano

Riferimenti bibliografici

  • Goffman E., (1961) Asylums. Essays on the social situation of mental patients and other inmates, trad. It. (2010), Asylums. Le istituzioni totali la condizione sociale dei malati di mente e altri internati, Einaudi, Torino.
  • Torrente G., (2016), “Saper farsi la galera”. Pratiche di resistenza (e di sopravvivenza) degli immigrati detenuti, in «Sociologia del diritto», Fascicolo 1, pp. 109-133.
  • Mosconi G., (1998), Dentro il carcere, oltre la pena, Cedam, Padova.
  • Torrente G., Manconi L., (2015), La pena e i diritti: il carcere nella crisi italiana, Carocci, Roma.
  • Gallo E., Ruggiero V., (1989), Il carcere immateriale, Sonda, Torino.
  • Mosconi G., (2005), Il carcere come salubre fabbrica di malattia, in «Rassegna penitenziaria e criminologica», Fascicolo 1, pp. 60-76.
  • Kalica E., Santorso S. (a cura di) (2018), Farsi la galera. Spazi e culture del penitenziario, Ombre corte, Verona.
  • Frediani W., (2018), Un universo di acciaio e cemento. Vita quotidiana nell’istituzione totale carceraria, Sensibili alle foglie.
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