Quando si scrive un “pezzo” come si suol dire in gergo giornalistico, bisogna essere oggettivi e non lasciar trasparire quelle che sono le proprie sensazioni, le proprie convinzioni per non rischiare di confondere l’oggettività con la soggettività. Si rischierebbe di essere poco professionali e di storpiare delle notizie, ma sono del parere che in alcuni casi oggettività e soggettività possano essere interpretate in egual modo senza far prevalere l’una o l’altra visione. Dietro ogni mestiere ci sono uomini e donne e si sa, ognuno di questi prova delle emozioni che possono essere sia positive sia negative, alcune possono portare a sensazioni di gioia, altre a sensazioni di rabbia. Mente scrivo queste parole prevale più la seconda sensazione e non mi interessa di essere poco professionale, di non seguire un’etica precisa perché prima di scrivere da sociologa scrivo da mamma di due bambine e sono stufa, esausta, arrabbiata, incredula, disgustata di sentire al telegiornale l’ennesima notizia di maltrattamenti di bambini da parte di educatrici e insegnanti. Non è possibile che una mamma debba stare in pensiero nel lasciare i figli nelle mani di coloro che dovrebbero essere “insegnanti di vita” e invece proprio queste maltrattano i bambini in maniera assurda. Cosa sta succedendo? Dov’è il problema che fa scaturire queste azioni? È un problema individuale legato alla singola persona o è un problema più generale che concerne tutto l’ambito scolastico e l’iter che porta un individuo a diventare educatore? Tralascio al momento la visione soggettiva per fare un’analisi, per quanto posso, oggettiva.

Educare e formare

Con il termine “scuola” ci si riferisce ad una molteplicità di cose che concernono quest’ambito: edifici, classi, docenti e attività didattiche. Se invece parliamo di “istituzione scolastica” vediamo che si dà un’accezione diversa a quel termine perché è stata aggiunta la parola “istituzione”. Parola importante che quasi è come se desse personalità alla scuola in se e quindi possiamo affermare che un’istituzione scolastica è volta ad educare e formare quelli che saranno uomini e donne del futuro. Ogni istituzione scolastica che si rispetti ha dei programmi formativi, o meglio definiti, offerte formative per l’anno scolastico che si accinge ad iniziare e questo serve per orientare gli insegnanti sulle cose da fare, seguendo un ordine logico e anche cronologico per gli argomenti da proporre. La scuola nasce con l’avvento dell’Illuminismo ma si inizia ad affermare nell’Ottocento, soprattutto in Europa dove vi erano correnti di pensiero favorevoli e non alla politica della diffusione dell’istruzione. Nel corso del tempo ovviamente sono cambiate le cose e la scuola come istituzione ha subito dei cambiamenti: rigida e “chiusa” un tempo, flessibile e “aperta” oggi.

Un sistema struttural-funzionale

Ci sono molte teorie ideologiche che “pensano” la scuola in vari modi e, oltretutto, studi di sociologi come Talcott Parsons possono essere applicati a quest’ambito poiché la scuola può essere considerata largamente come un “sistema struttural-funzionale”. Individuare le strutture di fondo della società e capire come le sue parti si innescano per formarla: questo l’approccio funzionale di Parsons. Quando utilizza il concetto di sistema si riferisce a un “insieme interrelato di parti che è capace di autoregolazione è in cui ogni parte svolge una funzione necessaria alla riproduzione dell’intero sistema“. Ogni sistema deve inoltre essere in grado di assolvere a quattro funzioni fondamentali che lui riassume nello schema AGIL: adattamento all’ambiente, definizione dei propri obiettivi, integrazione delle parti competenti, conservazione della propria organizzazione. La scuola, come istituzione, può essere studiata attraverso queste quattro funzioni perché se facciamo bene attenzione, assolve (o dovrebbe) tutte e quattro le parti di questo schema: in ogni territorio ci sono delle scuole che, pubbliche o private che esse siano, sono tenute in piedi in primis da un sistema economico che, per alcuni versi, rispecchia l’ambiente in cui esse sono inserite; vi è una “politica” generale che detta gli obiettivi da perseguire in ambito alla formazione (Ministero dell’Istruzione) e una politica interna che ha come conseguenza i piani formativi attivati dalle varie scuole in base ad ordine, grado e indirizzo; integrazione delle parti competenti può significare il lavoro di tutti gli individui che fanno andare avanti la scuola: preside, insegnanti, assistenti amministrativi, ausiliari. Ovviamente una struttura così composta, se funziona bene, porta al perseguimento dei risultati attesi.

Il ruolo degli insegnanti

Un ruolo molto importante è quello ricoperto dagli insegnanti che dovrebbero essere un punto di riferimento per i bambini e ragazzi che vanno a scuola ma anche per i genitori che gli affidano i figli. L’insegnante ti aiuta nel processo di crescita non solo a livello culturale ma anche e soprattutto personale ed emotivo. Non facciamo ovviamente di tutta l’erba un fascio ma è ormai all’ordine del giorno assistere ad atti di inspiegabile violenza che si celano dietro comportamenti apparentemente normali e a pagarne le conseguenze sono bambini che hanno magari solo la “colpa” di aver fatto un capriccio o di non voler mangiare in mensa. Si susseguono notizie che ci informano, a malincuore, di maestre che picchiano i bambini, che li rinchiudono nei ripostigli, gli gettano cibo addosso o addirittura li mettono con la testa nel piatto se non vogliono mangiare, li sgridano alzando forte il tono della voce. Dov’è l’educazione? Dove sono finiti gli ideali pedagogici? Perché una maestra arriva a fare dei gesti così atroci? Possiamo identificare delle cause generali o si tratta di episodi legati al singolo individuo? Pur trovando delle ipotetiche cause, non sono affatto giustificabili comportamenti del genere.

Un’analisi dal basso

Lavorare con i bambini non è un lavoro facile, non è un lavoro per tutti. Non è facile perché in primis prima che il bambino dia la sua totale fiducia deve essere l’insegnante a guadagnarsela, a fargli capire che quando è con lui è al sicuro, che può giocare, leggere un libro, scrivere o solo stare a guardare che lui sarà li per aiutarlo. Non è per tutti perché non tutti hanno la passione e passatemi il termine, la pazienza, di stare con i bambini. Si, perché ci vuole pazienza ma non intesa nell’accezione negativa come pesantezza. Ci vuole pazienza per star dietro ai sogni dei bambini, per star dietro all’energia di un bambino, a quella voglia di correre, saltare e fare tante cose in un solo momento. Chi non ha questa pazienza o chi dopo tanti anni la perde, non può stare più con i bambini. Non si tratta di oggetti, non si tratta di cose superficiali. Si tratta di bambini. E perché una maestra deve permettersi di alzare le mani addosso ad un bimbo? Dove ha appreso questo comportamento? Credo in nessun manuale. Ammesso e concesso che non ci sono giustificazioni, sono arrivata a conclusione che i motivi per i quali le maestre fanno queste oscenità sono due: la troppa frustrazione per la precarietà in cui versano le maestre (situazione generale) e l’insoddisfazione personale della vita (situazione individuale).

Frustrazione e insoddisfazione

L’iter per diventare insegnanti è molto lungo e considerando i vari cambiamenti che ci sono ogni anno a livello pensionistico, di abilitazione e quant’altro, un’insegnante smette di essere precaria anche alle volte dopo molti anni che già ha esercitato la sua professione. Questa potrebbe essere una spiegazione al perché di tanta ostilità: la non sicurezza di entrare in ruolo, i continui spostamenti, le continue richieste di abilitazioni sempre più difficili da prendere, insomma la precarietà che porta le insegnanti a perdere quella fiducia che avevano nel sistema e quindi ad essere perennemente in ansia rispetto al domani. Per quanto concerne la sfera individuale, può essere anche che a commettere questi gesti siano quelle insegnanti che non sono madri e, avendo già un’età, non possono più esserlo e quindi si scagliano contro i bambini alla prima sciocchezza. Questo mio pensiero è discutibile, non può essere condiviso, ma sono del parere anche che chiunque debba intraprendere questo lavoro, periodicamente debba essere sottoposto a visite psichiatriche per capire se una persona è in grado di poter fare la maestra o di esserlo ancora. Nessuno può toccare i bambini, nessuno può permettersi di mettere le mani addosso a figli che non sono i propri, soprattutto se a farlo sono coloro che devono insegnargli gli stessi valori che può insegnare una famiglia.

Filomena Oronzo

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