Ha fatto discutere nei giorni scorsi il video trasmesso da Striscia la Notizia di un fuori onda di Renzi che sembrava sbeffeggiare avversari e alleati politici. Si tratta in realtà del primo caso in cui il programma utilizza la tecnica del “deepfake”, un’immagine di sintesi creata attraverso un software che, sovrapposta ad un corpo, crea l’illusione o l’effetto di realtà. Nonostante la trasmissione televisiva avesse specificato che si trattava di uno scherzo, in molti sono cascati nel tranello, soprattutto coloro che utilizzano la televisione come unico canale di informazione.

Le origini del deepfake

Il termine deepfake è stato coniato nel 2017 dagli utenti del sito Reddit che utilizzavano questo stratagemma per sovrapporre volti celebri a quelli di attrici pornografiche. È accaduto a Emma Watson, Katy Perry, Taylor Swift e Scarlett Johansson, che ha definito Internet come un tunnel spaziale che si mangia da solo, vista anche la difficoltà nel rimuovere questo tipo di contenuti, nonché di individuare eventuali colpevoli. Per questo piattaforme come Twitter e la stessa Reddit sono corse ai ripari bloccando la circolazione di questo tipo di contenuti. Il deepfake è un chiaro esempio di come l’intangibilità della rete e delle notizie, nonché delle informazioni che circolano all’interno di essa, assumono contorni sempre più immateriali.  Basti pensare che anche nel giornalismo d’inchiesta sono molti i giornali che si limitano a riportare notizie diffuse da altre testate senza verificarne l’effettiva veridicità. Il tutto si traduce molto spesso con una corsa alla rettifica il cui impatto mediatico è molto meno incisivo e d’impatto delle fake news. Tant’è che l’interrogativo da porsi non è più se esiste un confine tra reale e virtuale, dato che anche quando le notizie diffuse in rete sono false possono anche avere conseguenze devastanti per l’esistenza, ma viene da chiedersi: che cos’è la realtà?

Verso l’immortalità

Provano a rispondere a questo genere di interrogativi sociologi quali Jean Baudrillard, che nella sua opera “Il delitto perfetto” affronta l’irritante questione della scomparsa del mondo e della sua essenza, causata dalla tecnologia e dai media: il mondo, costruito virtualmente, non si può più nascondere, la tecnica esige di mostrarlo, tant’è che diventa sempre più difficile per gli individui mantenere una sfera che si dica privata, senza sentirsi costantemente minacciati. Proteggiamo i nostri smartphone con delle password, rilevamenti facciali, oculari, impronte e siamo troppo spesso geolocalizzati  e controllati a nostra insaputa. Ecco perché diventa sempre più facile clonare accessi, volti, gusti, preferenze. Sembra che gli individui si servano delle tecnologie quali strumenti per aspirare ad una illusoria immortalità che vuole sfuggire alla morte intrappolando immagini, idee e notizie nell’iperuranio della rete (si stima che siano 30 milioni i profili di persone decedute su Facebook).

Eccesso di realtà

Il paradosso della tecnica è che nel banale tentativo di controllare e manipolare il mondo, svelandone i suoi segreti, genera una serie di pratiche che diventano sempre più automatizzate (pensiamo ai pagamenti effettuati mediante le impronte digitali), delegando funzioni sempre più complesse ad intelligenze artificiali che più che “essere agite”, agiscono al nostro posto e questi continui tecnicismi, annientando ogni tipo di immaginario o meglio rendendolo virtualmente possibile e accessibile, conducono ad un inesorabile eccesso di realtà. Basti pensare che con le tecniche di deepfake è possibile creare interi contenuti video di corpi digitali che agiscono o parlano, anche senza il supporto di un corpo fisico. La perfezione tecnica dell’immagine ad alta definizione non ha niente a che fare con  la rappresentazione o l’illusione estetica, ma è un codice digitale che priva l’immagine del suo statuto di immagine. A ben vedere, però, la realtà secondo Baudrillard non è che una definizione che antepone la fattualità delle cose alla molteplicità dei mondi che è possibile immaginare, ma paradossalmente un fatto diventa altro da sé nella misura in cui accadendo è già passato.

Identità alterate

Col virtuale a liquefarsi non è solo la realtà ma anche l’alterità. L’obiettivo non è più uccidere l’altro, sedurlo o rivaleggiare con lui, ma riprodurlo, trasformarlo in un prodotto, sintetizzarlo esteticamente: nei lineamenti del volto, nella malattia e nel sesso, l’identità è alterata. Ecco perché viene ridefinita (tecnologicamente) per trasformarla in un oggetto ideale, un oggetto sempre identico a sé stesso che si traduce nella negazione di ogni differenza. Ecco perché nel maschilismo o nel razzismo etico e culturale si può rintracciare un disperato tentativo di recuperare l’altro sotto forma di male da combattere, così come l’aiuto umanitario lo cerca altrettanto spasmodicamente come vittima da soccorrere. È su questo fertile terreno che si afferma una nuova forma di alterità, quella della vittima (handicappati, stranieri, disabili, poveri) nella quale paradossalmente, gli altri sono convocati unicamente per il riconoscimento delle differenze. Un delitto quasi perfetto. Se infatti il delitto perfetto è quello che non lascia tracce e se nella creazione artificiale dell’umano si arriva alla negazione di ogni traccia che ne riveli la sua caducità, la congenita imperfezione dell’uomo, nella sua emulazione del divino e nel tentativo di impossessarsi del mondo, non può far altro che lasciare tracce. Per rispondere al nostro interrogativo di partenza, usando le parole di Baudrillard: “che fine ha fatto la realtà? Nel lenzuolo funebre del virtuale, il cadavere del reale è definitivamente introvabile“.

Carmen Pupo

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