Mediamorfosi è un neologismo proposto da Roger Fidler per descrivere il processo di cambiamento e trasformazione che investe in particolar modo i media e la tecnologia.

Tre concetti

Più che una teoria, Fidler definisce il suo apparato di idee come uno stile di pensiero che permette delle analisi ben precise. Esse devono muoversi per somiglianze e interconnessioni tra passato e presente. Il principio di mediamorfosi deriva dunque da tre concetti fondamentali:

  • il primo, la Coevoluzione, secondo cui le forme di comunicazione non possono esistere indipendentemente le une dalle altre nella nostra cultura;
  • il secondo, la Convergenza, secondo cui l’incrociarsi di due percorsi si risolve nella trasformazione di ciascuna unità, così come nella creazione di nuove entità;
  • e infine la Complessità, secondo cui si deve far rifermento agli eventi che accadono all’interno di sistemi apparentemente caotici.

Mediamorfosi

Homo technologicus

Tale principio è in stretta connessione con l’idea di virtualità. Infatti nella società telematica che si ridefinisce quotidianamente grazie allo sviluppo scientifico, si materializza la possibilità di creare vita intelligente non biologica. In questo modo si ridisegna il rapporto tra mutazioni tecno-comunicative e frontiere epistemologiche. La tendenza verso l’assimilazione di umano e tecnologico è designata come un aspetto proprio dell’umanità. Si presenta come un sistema pensante e raziocinante, costituito da cervelli biologici e circuiti. Risulta incline ad abitare le proprie estensioni elettroniche, e a rendere le incorporazioni tecnologiche, più che sussidi esterni, parti fondamentali dell’apparato computazionale della mente. Il cambiamento, che coinvolge la specie e l’ambiente in un reciproco rapporto d’influenza, è designato a dar luogo a un connubio biotecnologico. Esso conduce alla formazione di un homo technologicus, simbionte di essere umano e protesi senso-informazionali, non delimitato dai confini topologici della pelle.

Homo technologicus

Cyborg

L’incrocio tra il vivente e l’inerte è incarnato dall’organismo cibernetico, che offre un’adeguata prospettiva per comprendere l’impatto della tecnologia sull’evoluzione guidata della specie umana. Per cui il cyborg interpreta una particolare versione del rapporto tra il corpo e la macchina. Si colloca ai margini, vivendo una condizione di appartenenza indefinita. Sposta continuamente le frontiere di un’identità non più unica, ma costantemente mutante. Il cyborg ha rappresentato in origine l’applicazione della teoria cibernetica del controllo ai problemi di spostamento nello spazio riguardanti la neurofisiologia umana. Questo, nel tentativo di offrire una soluzione alla questione dell’alterazione delle funzioni corporee necessaria per adattarsi ad ambienti inospitali.

Identità?

Il cyborg avrebbe dovuto fornire in questo modo un sistema di organizzazione in cui i problemi robotici venissero risolti automaticamente. Si doveva liberare l’esplorazione, la creazione, il pensiero e la sensazione. Tutto ciò per varcare un nuovo confine tra l’organico e l’inorganico nel processo di costruzione sociale del corpo, sia dell’uomo che delle macchine, intese ora come organi potesici/sostitutivi della specie umana. Nell’estrema restrizione della materia, divenuta indifferente, il corpo potrebbe essere sostituito da un contenitore arbitrario che custodisce i bit che ne descrivono la struttura. Nelle parole di Giuseppe Longo:

“Se l’identità di un Sé consiste in una certa configurazione neuronale, in un insieme di forme d’onda, nei segni astratti di un codice, allora il corpo biologico diventa una sede occasionale e trascurabile di quel Sé, che può essere trasferito in qualunque altro supporto. Il corpo cessa di essere ciò che è sempre stato: il segno distintivo ultimo dell’identità individuale”.

Francesco D’Ambrosio

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