Una teoria della metodologia significa – qui – un metodo “pensato” (i lettori di questa rubrica me l’hanno visto scrivere molte volte, ormai). Ma cosa significa “pensare il metodo”? Vi faccio alcuni esempi di pensiero:

•     devo fare una ricerca su giovani e tecnologie: potrei realizzare un bel questionario. Pensiero: perché un questionario e non dei focus group? (non importa la risposta, quello che importa è solo il pensiero);

•     ho deciso per il questionario; fra le altre cose chiederò anche “quante ore usi il computer?” Pensiero: perché questa domanda? Si è presentata spontanea alla mente o è il frutto di un ragionamento? Quale? Semmai ci si è arrivati tramite il paradigma lazarsfeldiano? (Non importa la risposta, quello che importa è solo il pensiero);

•     credo di voler fare una ricerca “partecipata”. Pensiero: sei sicur*? Perché mai partecipata? Cosa pensi che ti dia in più? Hai idea di cosa ti darà “in meno”? (Non importa la risposta, quello che importa è solo il pensiero);

•     voglio indagare le differenze di genere nel lavoro sociologico; ottimo! È una domanda uscita dal cuore o un progetto di ricerca motivato da esperienze personali? Oppure si ritiene che sia un problema significativo della società contemporanea… (Non importa la risposta, quello che importa è solo il pensiero).

•     Eccetera.

Ognuno di queste domande, da quelle operative iniziali fino alle scelte generali degli ultimi esempi, non è neutrale. Devo scrivere meglio: il problema in sé non è neutrale, la sua risposta non è neutrale; porsi la domanda, invece, è segno di intelligenza e sensibilità metodologica, mentre il non porsele… beh, è il contrario.

Partiamo dall’ultima (che è più facile da trattare). Porsi il tema della disuguaglianza di genere (o qualunque altra cosa, sia chiaro: il problema dei cervelli in fuga, quello dei minori stranieri non accompagnati, quello del declino della scuola italiana) implica una teoria: chi si pone questo tema assume come ipotesi probabilmente valida che ci sia una disuguaglianza di genere, che tale disuguaglianza agisca anche nel lavoro sociologico, e una quantità di questioni (collegate, per esempio, alle retribuzioni, alla carriera o altro). Da sociologi sappiamo che questa è una ipotesi. Quando affermo ciò non intendo sminuire o negare il tema: intendo dire che come ricercatore la devo indagare assumendo la possibilità che sia interamente o parzialmente vera, ipoteticamente anche falsa, che abbia relazioni e correlazioni di vario tipo con altre dimensioni dell’agire sociale (il patriarcato; le disuguaglianza del capitalismo; il capitale sociale di riserva; le necessità riproduttive stabilite dalla società borghese dell’800) e il mio scopo di ricercatore è verificarle.

Fin qui parlo di teorie sociali, teorie dell’agire sociale. Ma se voglio affrontare la questione sotto l’egida di determinate teorie sociali sulla disparità di genere nel mercato del lavoro, allora dovrò pensare a una ricerca in grado di fornirmi i dati giusti per dimostrare (o falsificare) le mie ipotesi; si tratta di quel “formato informativo dei dati” di cui ho già scritto, che deve essere centrato sul contesto, gli attori, le ipotesi (o il mandato). Per esempio: un questionario mi restituisce un’informazione per variabili, ma queste potrebbero non bastare per capire la differenza di genere; le storie di vita, invece, potrebbero rivelarmi assai di più sulle esperienze maschili e femminili nella professione sociologica. Questo per una differenza fondamentale: l’analisi per variabili premia l’estensione, mentre le storie di vita l’intensione; la prima è descrittiva e la seconda comprensiva. Una tecnica non vale l’altra!

Passiamo ora a un esempio diverso; per esempio ricerca partecipata o no. La partecipazione nella ricerca sociale è “bella”? È “democratica”? Non ci deve interessare; deve essere utile. C’è stato un grande dibattito – grosso modo negli anni ’80 del secolo scorso – sul fatto dell’utilità o meno della partecipazione, nel senso della migliore produzione di informazioni oppure no. E il dibattito si è concluso con un pareggio. Molte ragioni a favore della migliore produzione e non poche ragioni a favore della peggiore produzione di informazioni. Non importa se il dibattito non ha raggiunto una conclusione soddisfacente; per noi che vogliamo fare una ricerca partecipata, qual è la ragione? La partecipazione nella ricerca pretende un approccio dedicato, tecniche specifiche e capacità di conduzione del gruppo, tutte questioni che affondano le radici nella psicologia sociale e cognitiva, sconfinano nell’antropologia e nella linguistica. Se il/la ricercatore/trice non è avvertit* di tali questioni, affronterà la ricerca “partecipata” con leggerezza, non riuscendo a cogliere ciò che realmente va colto. Non avete competenze in comunicazione-linguaggio? Non avete sviluppato una discreta conoscenza del contesto sotto un profilo antropologico? Di psicologia sociale e cognitiva conoscete solo quello che avete letto sulla Wikipedia? Allora non avviate alcun approccio partecipato nella vostra ricerca!

Come vedete, in sostanza, con “teoria della metodologia” intendo diverse cose, tutte comunque riassumibili in questi due punti:

1.       ogni ricerca implica delle teorie sociali che hanno molteplici riflessi sul metodo; nessuna ricerca è priva di una o più teorie sociali di riferimento, semmai implicite;

2.       ogni tecnica, approccio, operazione e procedura produce – ovviamente – effetti nel formato dei dati, effetti sui protagonisti e le loro relazioni, effetti sui risultati cui si perviene; ogni tecnica (costruttrice di dati) è il frutto di processi cognitivi differenti, di cui è necessario conoscere gli effetti.

Claudio Bezzi

Print Friendly, PDF & Email