A dimostrazione del fatto che le idee come fatto sociale spesso possano essere, in pieno accordo ai principi dell’interazionismo simbolico, completamente scollegate dalla mente e dall’identità che le partorisce, ecco Tony Iwobi, 62 anni, nato in Nigeria ma italiano e bergamasco a tutti gli effetti, da oggi il primo italiano di colore ad entrare nel Senato della Repubblica, in quota Lega Nord. Espressamente voluto da Matteo Salvini come responsabile per le politiche dell’immigrazione. Sembra abbastanza grottesco che Tony Iwobi sia entrato in Senato con un partito, di cui uno dei primi rappresentanti – adesso presidente della regione Lombardia con il 48,5% delle preferenze, Attilio Fontana, – tuonava cosi alla radio: “[…] dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate“.

Tra banane e fatti sociali

In qualche modo la sociologia deve poter spiegare questi fatti cosi surreali. Sembrerebbe a primo acchito un film di Benigni. Uno di quelli pieni di equivoci come Jhonny Stecchino. E le coincidenze continuano perché le banane ci sono state anche in questo caso, e anche a poco prezzo. Ricordo ancora, con un certo imbarazzo per il mio Paese, quando portarono in studio a Ballarò le banane per l’allora ministra dell’integrazione Cécile Kyenge, o quando Calderoli le diede dell’orango durante un comizio politico. Ma era nera, ed anche donna. Dunque se lo meritava. Non aveva scuse, era un incapace di certo, e pertanto era lecito tirarle le banane quando camminava con le figlie in centro per Roma. Avevamo il dovere di farla “tornare in Congo” (citazione dell’onorevole Mussolini). Volendoci distaccare il più possibile, tentando di raggiungere un approccio scientifico sulla questione possiamo delineare diversi punti di vista su questo fatto sociale: quello della dominanza sociale, quello dell’interazionismo simbolico, quello dell’identità sociale. Tentanto di fornire una visione d’insieme, possiamo cominciare con l’immaginare la società in cui viviamo come una piramide al cui vertice è presente il maschio/bianco/italiano/eterosessuale.

Persecuzioni sociali

Possiamo facilmente capire come le idee di Iwobi su una “immigrazione regolare” siano il tentativo di avvicinarsi il più possibile all’ultimo gradino della scala. L’approccio della dominanza sociale non riconosce alcuna caratteristica identitaria ai personaggi in campo, dunque questo spiegherebbe l’assenza di “conflitto” tra la persona del senatore e la sua stessa etnia di appartenenza. In questa visione delle cose, la linea di confine tra il tentativo di raggiungere più potere ed il tentativo di liberarsi da una stigmatizzazione è molto labile. Di fatto, potremmo anche leggere il tutto in quest’approccio. Come lo stesso George Herbert Mead affermava, non è raro, ed è anzi molto probabile, che chi è stato stigmatizzato finisca con l’essere il primo artefice di persecuzioni sociali, verso il proprio gruppo o verso gruppi a quote di potere inferiori. “Definirò normali noi e quelli che non si discostano per qualche caratteristica negativa dai comportamenti che, nel caso specifico, ci aspettiamo da loro“. Potremmo racchiudere il tutto nel generico termine di “passing” coniato da Goffman. Quest’ultimo viene usato come termine specifico della sociologia con il significato di cercare di passare per membro di una classe/etnia/età/sesso/religione differente da quella a cui si appartiene, di solito quella classe/etnia/età/sesso/religione che è associata all’idea di maggior prestigio sociale, ma che può essere associata anche all’idea socialmente condivisa di “normalità”. Quest’ultimo è il caso più frequente nello studio dello stigma. Goffman scrive a tal riguardo: “Poiché l’essere considerati normali costituisce una grossa ricompensa, quasi tutti coloro che si trovano in condizione di farsi passare per normali cercheranno di farlo“. Direi che non è necessario aggiungere altro.

Normalità

Ma chi è “normale” nel nostro Paese? O forse faremmo meglio a chiederci chi è che definisce chi è normale e cosa è auspicabile o meno fare per passare per tale? Per rispondere a queste domande dovremmo rivedere l’impostazione della questione sociale. Se è vero come è vero, che sembri tutto una gara al “chi è più prototipico di?”, dobbiamo considerare che è il gruppo che detiene la quota di potere maggiore a decidere riguardo l’effettiva valenza dello stigma in un copione sociale, ma questa considerazione prenderebbe in carico non solo Iwobi e le sue idee sull’immigrazione regolare, ma la totalità del suo stesso partito. È piuttosto ostico spiegare questo concetto, ma credo che un esempio possa fare al caso nostro. Per spiegare bene come funziona, prendo in prestito le parole di Fritz Lang, uno dei padri del cinema moderno, il regista di “Metropolis”, ebreo vissuto durante il nazismo. “Il 30 Marzo 1933, il ministro della Propaganda in Germania, Joseph Goebbels, mi convocò nel suo ufficio e mi propose di diventare una sorta di ‘Fuhrer’ del cinema tedesco. Io allora gli dissi: «Signor Goebbels, forse lei non ne è a conoscenza, ma debbo confessarle che io sono di origini ebraiche». Lui rispose, sorridendo: «Non faccia l’ingenuo, signor Lang. Siamo noi a decidere chi è ebreo e chi no!»“. In questo senso, Tony non è “negro” solo e soltanto perché promuove idee e comportamenti, da italiano normale. O forse farei meglio a scrivere normalizzato. È il gruppo di potere a decidere riguardo la “negritudine” (mi si passi il termine) del singolo, ma questo non può essere apertamente detto, e pertanto, il tutto viene relegato ad un sistema, a mio dire quasi geniale a livello sociologico, di passaggi di ruolo e di status a scatola cinese o a matrioska.

Ruoli e status

Insomma, il tutto viene confinato al simbolismo del linguaggio politico, e lì rimane. Volendoci sbilanciare: da sempre, riferirsi a termini, norme e leggi in politica, confonde l’ascoltatore e fa perdere il reale significato dei costrutti. L’obiettivo reale è quello di promuovere l’idea di un affidamento verso il sentimento di una giustizia procedurale, anche se quest’ultima non comporti una giustizia distributiva. Della prima si occupa la polizia, della seconda dovrebbero occuparsi i politici. Il rassicurante “tutto sta avvenendo secondo legge” implica la costrizione delle identità sociali dei devianti e degli stigmatizzati, in ruoli e status già scritti, ovvero “l’immigrato regolare” e quello “irregolare” e dunque clandestino (devianza secondaria/devianza primaria ). Senza riflettere sul fatto che siano ruoli e status che siamo noi stessi (gruppo di potere) a decidere e controllare, non caratteristiche intrinseche ed ontologiche della persona. Parlare dunque di “immigrato regolare accettato” è uno specchietto (politico) per le allodole. Permette di poterci nascondere, preservare dall’ammissione che “per entrare a far parte del nostro splendido gruppo fatto di italiani bianchi devi possedere, caro il mio immigrato, determinate caratteristiche peculiari, da noi decise. Tra cui la ricchezza o la competenza, se possibile”, in barba ad ogni diritto umano universale.

Razzismo uguale ignoranza

Spesso sentiamo parlare di razzismo in termini di senso comune, come se fosse riferibile alla sola idea di “discriminazione verso un’etnia diversa”. La razza, in realtà, è un’idea. Non ha connotati specifici e si è razzisti anche qualora ci si riferisca alla propria, ovvero all’idea di una “razza” o gruppo – che dir si voglia – italiano, che ha legittimamente, seguendo un simile ragionamento, più voce in causa, più potere rispetto ad altri perché “noi siamo nati qui”, perché “noi siamo cristiani cattolici”, perché “noi abbiamo la nostra etnia da preservare”, perché “noi siamo più competenti e formati”, perché comunque e di principio, dobbiamo venire prima noi. Noi italiani. In questo, anche spesso involontariamente, ogni giorno ci identifichiamo. Ecco, forse dovremmo cominciare, se l’intento è quello di debellare personaggi come Fontana, Mussolini, Salvini ed Iwobi, a rifiutare ogni appartenenza totalitaria, che inesorabilmente monopolizza la nostra idea di “italianità “, cosi tanto rassicurante, cosi tanto cara ai nostri copioni sociali. E non è una questione di colore della pelle, perché come Iwobi dimostra benissimo, esistono razzisti anche di colore, perché il razzismo è come l’ignoranza, e forse spesso combacia con essa. C’è quello di andata, verso gli altri, e quello di ritorno, verso sé stessi.

Giuseppe Scuderi

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