Pensiamo spesso che alcuni paesi siano poveri perché “non si sanno organizzare”, perché hanno culture “arretrate” o perché la gente è pigra. È un’idea comoda. Ci assolve. Ci fa sentire superiori. Ma la realtà storica è un’altra: gran parte del sottosviluppo che vediamo oggi non nasce da limiti interni “naturali”. Nasce da un processo esterno violento e prolungato: il colonialismo europeo.

1492: il vero punto di svolta

Tutto accelera alla fine del XV secolo. Colombo sbarca in America nel 1492. Vasco da Gama raggiunge l’India nel 1498. Da quel momento l’Europa non si limita più a commerciare. Inizia a dominare. In quattro secoli, con vele e cannoni, conquista terre, popoli e risorse. All’inizio del Novecento quasi tutto il mondo è sotto controllo europeo, direttamente o indirettamente.

Non è stato un semplice “contatto tra civiltà”. È stata una relazione profondamente asimmetrica, strutturale, di dominio.

Prima del colonialismo i divari non erano così grandi

Fino alla metà dell’Ottocento le differenze di reddito e di livello di vita tra le varie regioni del mondo erano relativamente contenute. Un contadino cinese, uno azteco o uno calabrese vivevano, dal punto di vista materiale, in condizioni non così lontane: tutti vicini alla soglia di sussistenza.

Poi arriva la rivoluzione industriale in Europa. E arriva il dominio coloniale. L’effetto combinato di queste due forze fa esplodere i divari in modo impressionante.

Come il colonialismo ha distorto le economie locali

Il colonialismo non si è limitato a rubare risorse. Ha riorganizzato profondamente le economie dei paesi dominati secondo i propri interessi:

  • Le colonie sono state trasformate in fornitrici di materie prime a basso costo
  • Sono state costrette a importare beni industriali dall’Europa
  • Le produzioni artigianali e manifatturiere locali sono state distrutte dalla concorrenza delle merci europee più efficienti e protette

Il risultato? Economie “extravertite”, cioè completamente orientate verso l’esterno, dipendenti dalle decisioni prese nelle metropoli. Senza una base autonoma di accumulazione e di sviluppo.

Non solo economia: la distruzione delle alternative

La rivoluzione industriale europea non è stata solo uno strumento di progresso. È stata anche uno strumento di dominazione. Le industrie locali, spesso più adatte al contesto, sono state spazzate via. Le conoscenze tecniche tradizionali sono state umiliate. Si è bloccata l’evoluzione interna di intere società. Come ha scritto Braudel, il fossato scavato allora non ha fatto che allargarsi.

L’impatto sociale, politico e culturale del colonialismo

Il colonialismo non ha toccato solo l’economia. Ha ridisegnato mappe, imposto confini artificiali che univano o dividevano popoli senza criterio, ha introdotto istituzioni estranee alle realtà locali.

Ancora più profondo è stato l’impatto culturale. Si è creata una gerarchia tra “civiltà” e “barbarie”, tra “uomo bianco” e “indigeno”. Si è instillato un complesso di inferiorità. La lingua del colonizzatore è diventata la lingua del potere. Le élite locali si sono spesso occidentalizzate, finendo per essere più vicine al dominatore che alla propria popolazione.

Il mito dei “benefici” del colonialismo

Ogni tanto qualcuno dice: «Però hanno portato strade, scuole, medicina…». È vero, qualcosa hanno portato. Ma quasi sempre in funzione del proprio sfruttamento. Le infrastrutture servivano a estrarre e trasportare materie prime. L’istruzione formava quadri intermedi per l’amministrazione coloniale. I benefici sono stati selettivi. Gli effetti complessivi, invece, sono stati strutturalmente negativi.

Quando arrivano le indipendenze, tra gli anni Quaranta e Settanta, molti pensano che sia l’alba di un mondo nuovo. Invece no. I nuovi Stati ereditano strutture economiche distorte, dipendenza commerciale, istituzioni importate e spesso élite scollegate dal resto della popolazione. Come ha scritto qualcuno: i nuovi Stati indipendenti erano, troppo spesso, “le vecchie colonie con una bandiera diversa”.

La lezione che non possiamo più ignorare

Il sottosviluppo non è una condizione naturale. Non è un destino culturale. Non è solo un problema interno. È un prodotto storico. È il risultato di relazioni globali asimmetriche durate secoli. È l’effetto duraturo del colonialismo.

Ignorare questo punto significa continuare a fare diagnosi sbagliate e proporre soluzioni inefficaci. Significa continuare a pensare che i paesi poveri debbano semplicemente “imitare” l’Occidente, invece di capire come sono stati storicamente depotenziati. Il colonialismo non è solo una pagina del passato. È la radice di molti problemi del presente. E finché non lo riconosciamo chiaramente, sarà molto difficile immaginare uno sviluppo davvero giusto e possibile.

Biagio De Risi

Riferimenti

  • Bottazzi G., Sociologia dello sviluppo, Laterza, Bologna, 2009;