Ricordo vividamente quella volta in un caffè napoletano, stipato di gente fino all’inverosimile – tavoli appiccicati l’uno all’altro, odore di espresso bruciacchiato che si mischiava al chiacchiericcio costante. Due tipi al tavolo vicino fingevano una lite accesa: un insulto volante, un cuscino che sfiorava la testa senza colpire, e poi risate che esplodevano come fuochi d’artificio. Tutti intorno capivano al volo che era uno scherzo, un gioco innocuo. Incredibile, no? Non c’era bisogno di spiegazioni; l’aria stessa vibrava di quell’intesa tacita. Mi ha fatto rimuginare per giorni: quante volte buttiamo lì un gesto, un’occhiata fugace, e il mondo reagisce come un domino impazzito, senza che possiamo fermarlo o controllarlo del tutto
Le cornici mentali
Ecco il nocciolo di questa prima riflessione: quelle “cornici” mentali che incasellano ogni nostro scambio, rendendolo comprensibile o trasformandolo in caos. Gregory Bateson, l’antropologo che ha rivoluzionato il modo di pensare alle interazioni umane, le chiamava proprio “frame” – come le cornici di un quadro che definiscono cosa è dentro e cosa è fuori, cosa è serio e cosa è gioco. Nel mio esempio del caffè, quei due – li chiamo Mascia e Alessandro, come personaggi di un reality polveroso e dimenticato – stavano giocando con un frame preciso: un ghigno complice per dire “è solo un gioco”, un tono di voce esagerato che marca il confine tra burla innocente e coltellata vera e propria. Senza quel frame condiviso, il cuscino lanciato poteva diventare un’aggressione seria, con conseguenze imprevedibili. Bateson, nei suoi studi sulla comunicazione, spiegava come questi frame siano segnali meta-comunicativi: non dicono “cosa” stai facendo, ma “come” interpretarlo. È un gioco o una minaccia? Un flirt o un’offesa? In quel caffè napoletano, l’intesa era istintiva, ma immagina se qualcuno non cogliesse il frame – magari un turista spaesato – e chiamasse i carabinieri. Caos assoluto.
Goffman e la vita quotidiana
Erving Goffman, il sociologo che ha portato questi concetti nella vita quotidiana, li espande con la sua idea di “presentazione di sé” e “impression management”. Per lui, ogni interazione è una performance teatrale, dove i frame sono le scene che impostiamo. Nella finta lite al caffè, Mascia e Alessandro stavano recitando un ruolo, con regole invisibili che tutti annusiamo: il pubblico (noi avventori) capiva il copione, ridendo complici. Ma Goffman avverte: i frame possono rompersi, e allora emergono malintesi epici. Pensa a una lite vera che inizia come scherzo – il frame si sfalda, e improvvisamente sei in un dramma invece che in una commedia. Nei suoi libri come “Frame Analysis”, Goffman sviscera come queste cornici si annidino ovunque: in un colloquio di lavoro, dove un rossore tradisce nervosismo, o in una chiacchierata al bar, dove un silenzio può ribaltare tutto. Nel mio aneddoto napoletano, il frame del “gioco” era il collante che teneva insieme la scena, rendendola innocua e divertente. Senza, regna l’incomprensione totale.
E nei tempi moderni, con schermi ovunque che ci bombardano di notifiche, i frame si complicano: un semplice emoji può ribaltare l’intero significato – quante litigate online sono nate da frame sbagliati, da un malinteso digitale che in persona si sarebbe risolto con uno sguardo? Bateson e Goffman ci insegnano a decostruire questi strati, a vedere come un cuscino volante non sia solo un oggetto, ma un segnale incorniciato dal contesto. In una città come Napoli, dove i gesti sono un linguaggio a parte, questi frame sono arte di strada, radicati in tradizioni orali che rendono ogni incontro un piccolo spettacolo.
L’Inevitabilità della Comunicazione:
Ogni incontro umano, anche il più banale come uno sguardo scambiato in metro tra estranei, è un segnale sparato fuori nel mondo – un misto di scelte deliberate, pensate e ripensate, e scivoloni incontrollati, tipo un rossore improvviso che ti frega rivelando imbarazzo, o un accento dialettale che urla le tue origini senza che tu apra bocca. La comunicazione è il mastice appiccicoso delle nostre giornate caotiche, quel collante invisibile che colora ogni interazione di sfumature infinite – senza contesto, tutto diventa imprevedibile.
Distinguere tra comunicare e informare? Ecco una chicca che mi ha colpito come un pugno nello stomaco. Quando parli, scegli le parole con cura, ma il tuo corpo o i vestiti che indossi spifferano informazioni su di te senza il tuo permesso esplicito – immagina un colloquio di lavoro, dove sudi profusamente e zac, quei segnali involontari tradiscono il tuo nervosismo, influenzando l’esito. La fiducia entra in gioco proprio qui, quel patto tacito e fragile che l’altro non stia fingendo del tutto, altrimenti ogni chiacchierata quotidiana diventa un processo infinito, un’interrogazione sospettosa.
Ripassiamo i fondamentali
L’aspetto sociale della comunicazione mi punge come una spina nel fianco. La radice etimologica di “comunicazione” sa di obbligo condiviso, di vincoli reciproci che legano le persone – non sono sempre rose e fiori, spesso sono zuffe accese o mercanteggiamenti subdoli. Pensa a una cena familiare tipica: sembra uno scambio innocuo di opinioni, ma sotto c’è potere in ballo, attese non dette che schiacciano come macigni. L’intenzionalità separa il voluto dal casuale – ma non si sfugge mai del tutto: persino il silenzio parla volumes, ignorare qualcuno è un messaggio potentissimo. Paul Watzlawick lo chiamava assioma fondamentale della comunicazione (Watzlawick et al., 1967), e io dico sì, cavolo, ha centrato il punto in pieno: non si può non comunicare, ogni mossa, ogni non-mossa, trasmette qualcosa inevitabilmente. Questa idea affonda nella scuola di Palo Alto, che ha influenzato la sociologia interazionista, enfatizzando come la comunicazione sia intrinsecamente relazionale e contestuale.
Curioso, vero? In questo mondo iperconnesso, dove siamo sempre online, i principi base della comunicazione si gonfiano come lievito in una pagnotta – un post su Instagram intenzionale, ma i like e i commenti spifferano significati oltre l’intenzione originale. Litigi digitali nascono da interpretazioni errate. Rende meno banale il quotidiano, ti fa vedere strati che prima ignoravi.
Alla fine della fiera, se non possiamo smettere di comunicare nemmeno volendo, quanto comandiamo davvero i nostri segnali, o siamo solo burattini in un flusso incessante che ci travolge senza pietà? È una domanda che mi assilla, specialmente in una città come Napoli, dove comunicare è arte di strada, radicata in tradizioni orali e gestuali.
Capiamo meglio
Espandiamo un po’. Pensiamo alle comunicazioni non verbali: il 70% di ciò che trasmettiamo è non detto, secondo studi come quelli di Mehrabian (1971). Un incrocio di braccia può significare chiusura, un sorriso forzato ipocrisia. Ricordo una riunione di lavoro dove un collega annuiva, ma i suoi piedi puntati verso la porta urlavano “voglio andarmene”. Questi segnali sono inevitabili, parte del nostro essere sociali, come Aristotele definiva l’uomo un “animale politico” inevitabilmente comunicante.
E i media? TV e social amplificano tutto. Un tweet può scatenare una tempesta, un video virale cambiare opinioni. L’intenzione si perde nella trasmissione. Pensa alle fake news: comunicano falsità, ma il danno è reale. Nella vita quotidiana, comunicare è sopravvivenza. Dal negoziare un prezzo al mercato a flirtare in un bar, è ovunque. Non possiamo farne a meno perché siamo animali sociali, e la sociologia ce lo ricorda da Durkheim in poi, con l’idea che la società è un fatto sociale che ci vincola.
Ma ci sono rischi: sovraccarico informativo, burnout da notifiche. Eppure, è il nostro legame. In tempi di pandemia, quando il contatto fisico mancava, le videochiamate hanno salvato relazioni, ma hanno anche evidenziato limiti: manca il calore umano. Una volta, un silenzio al telefono con un amico ha rivelato più di mille parole: era depresso, e io l’ho capito dal non detto.
Insomma, comunicare è inevitabile, ma capirlo ci rende migliori.
Biagio De Risi



































