Il ridimensionamento globale da Coronavirus: no borders.

Da qualche mese a questa parte, in Cina ha iniziato a diffondersi una nuova epidemia, causata dal Coronavirus. Inizialmente, quest’ultimo sembrava aver colpito soltanto il continente asiatico, tanto che la diffusione delle notizie in Europa preoccupava in modo ridotto la restante popolazione mondiale. Ma ben presto, l’estensione a macchia d’olio del contagio ha iniziato ad assumere un ruolo principale nella vita di ciascun individuo al di là dei confini geografici.


Data la sua rapidità, i vari governi hanno adottato misure specifiche, invitando la popolazione a restare a casa e a prestare attenzione alle norme igieniche basilari. Ciò, dal punto di vista sociologico, ha innescato un vero e proprio mutamento delle abitudini individuali all’interno del tessuto urbano. Il Coronavirus ha rallentato il percorso scolastico degli studenti, l’andamento dell’economia di ciascun Paese per la chiusura di molti esercizi commerciali e alimentato la pratica dello Smart Working. Inoltre, è possibile affermare come, vista la sua capacità nel ridurre i legami sociali dal punto di vista fisico, esso abbia contribuito ad accentuare maggiormente il rapporto di ciascun individuo con la tecnologia (vedi l’aumento netto dell’utilizzo di Social Network e videochiamate). Ma, i mutamenti non riguardano soltanto le abitudini più moderne.

Un’importante riscoperta sociale è legata alle attività casalinghe: come ad esempio dedicarsi ai lavori di casa o alle pratiche culinarie più disparate. Questo accade perché sembra che il Coronavirus abbia bloccato il mondo intero, permettendo all’uomo di concentrarsi maggiormente su quei piccoli aspetti quotidiani che per mancanza di tempo prima non riusciva a porre in attenzione. Lo ha spinto ad assumere un atteggiamento più incline alla solidarietà ed all’uguaglianza, nonostante le numerose differenze sociali che caratterizzano la nostra società.

La stratificazione sociale delle città: una riflessione sugli homeless

Già nel 1968, il sociologo statunitense Herbert Gans distingueva 5 tipologie di abitanti nella città: cosmopoliti, single e coppie senza figli, gruppi etnici, marginali ed intrappolati. Ognuna di queste categorie presenta un modo di vedere e vivere la città diverso l’una dall’altra. La differenza sta nel modo di approcciarsi al tessuto urbano e di sfruttarne servizi ed opportunità. Purtroppo, a causa dello stop globale dovuto al Coronavirus ciascuna di esse si ritrova ad arginare l’emergenza in vari modi. Tuttavia, sorge spontaneo chiedersi quali siano gli effetti di essa sulla categoria più fragile dell’elenco gansiano: quella dei marginali.

Herbert Gans


Per marginale s’intende colui il quale vive in città senza alcuna alternativa di sopravvivenza, se non quella di una costante condizione di disagio sociale. Ci si riferisce alle persone povere, costrette a vagare per le vie della propria città alla ricerca di un alloggio adeguato in cui poter trovare riparo. Per molti, questa ricerca non va spesso a buon fine ed è facile passeggiare e vedere che qualcuno di essi chiede l’elemosina.


Pertanto, in questa categoria possono essere inseriti gli homeless di cui ha fornito un interessante contributo sociologico Nels Anderson, autore de “Il Vagabondo” (1923).
In questa monografia, Anderson dà vita alla sociologia dell’uomo senza fissa dimora descrivendone tre tipologie:
– l’Hobo: il migrante che va in giro alla ricerca di un’occupazione;
– il Tramp: un sognatore che vaga per la città senza alcun obiettivo concreto;
– il Bum: il barbone che sfoga la propria disperazione nell’alcool.
Già nella sua opera, il sociologo descriveva le condizioni di vita precarie degli homeless nei primi anni del Novecento, introducendo quel sentimento di esclusione sociale che dà sempre ha caratterizzato la loro vita.
Con l’ausilio degli studi sociologici sulla marginalità e sulla stratificazione sociale, è possibile riflettere sulla figura andersoniana dell’homeless ai tempi del Coronavirus?

L’importanza dei servizi sociali ai tempi del Coronavirus

Certamente alla luce dell’epidemia che stiamo vivendo, è possibile analizzare il legame tra il Covid-19 e la povertà contemporanea. Se da un lato l’emergenza in questione ha travolto inaspettatamente la società, compreso il ceto medio-alto, dall’altro ha compromesso ulteriormente la situazione di coloro i quali non hanno mai avuto gli  strumenti giusti per sopravvivere. Per l’homeless il rischio di contagio è duplice, dal momento che non è possibile tutelarsi senza avere una casa e gli adeguati strumenti anti-contagio.

Nonostante ciò, molti di loro sono stati ugualmente denunciati per aver violato l’art. 650 c.p ed accusati di non aver rispettato le norme legate ai decreti governati che sono stati varati nelle ultime settimane. Pertanto, varie associazioni di volontariato presenti sul territorio nazionale si sono mosse al fine di contrastare la situazione. L’azione perseguita ha visto la collaborazione dei servizi sociali dei vari comuni, che si sono impegnati per incrementare i servizi assistenziali. Oltre, ai fondi che il Governo si è proposto di stanziare ad ogni Regione, sono state avviate diverse raccolte fondi per accumulare cifre da impiegare nell’acquisto di beni di prima necessità: cibo, coperte, sapone ed asciugamani.

Ad esempio, in alcuni territori del Sud Italia sono stati messi a disposizione degli edifici pubblici muniti di bagni e docce in cui chi non ha una casa può recarsi per usufruirne. Tuttavia, queste azioni non scongiurano del tutto la pericolosità del Coronavirus, ma vogliono comunque essere un contributo utile a fronteggiare l’emergenza, nonché di sostegno per i più fragili. Inoltre, alcuni proprietari hanno messo a disposizione le proprie strutture d’alloggio, costituendo un’ulteriore azione di solidarietà combinata a quella già svolta dai volontari impiegati.

Per questo motivo, la riflessione sociologica in questione vuole evidenziare come, seppur il Coronavirus stia assumendo un ruolo aggressivo per la nostra società, che esso possa anche assumere il ruolo di “catalizzatore del cambiamento”. Infatti, non ha soltanto concorso alla ridefinizione dei rapporti con la tecnologia e dei legami sociali, ma ha reso ancor più attiva e funzionale la rete dei servizi di ogni città e rafforzato quel sentimento di solidarietà insito in ciascun individuo.

La società liquida descritta da Bauman sembra aver attualmente assunto nuove forme, probabilmente più concrete. E si spera che una volta cessato lo stato di emergenza, tale rete continui a funzionare. Inoltre, certo è che ciascuno sta già facendo tesoro dell’esperienza vissuta e non si esclude che essa comporti ad un mutamento generale dello stile di vita. “Ne usciremo cambiati”, affermano molti sociologi contemporanei, ma è comunque auspicabile dal punto di vista assistenziale che vengano colmate tutte quelle lacune emerse in questo scenario alquanto complesso. Questo poiché l’ ambito assistenziale, come affermato dal Presidente Conte, rappresenta il cuore pulsante della solidarietà e perché è importante riconoscere il contributo che sono in grado di dare i volontari, il Terzo Settore e le amministrazioni locali.

Chiara Grasso

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