La mobilità sociale non è un un’espressione molto diffusa nel linguaggio comune ma si riferisce ad un fenomeno  molto vicino alla vita di ciascuno di noi. Ogni individuo, quando nasce, eredita la posizione sociale dei suoi genitori o della famiglia in cui è cresciuto. Successivamente, con il passaggio alla vita adulta e l’indipendenza economica, l’individuo transita dalla posizione sociale di origine a quella di destinazione.  Il processo che conduce i membri di una società dalla propria posizione sociale di origine a quella di destinazione rappresenta il fenomeno noto come mobilità sociale.

Le definizioni di mobilità sociale

La mobilità sociale può essere definita come ogni passaggio di un individuo da uno stato, un ceto, una classe sociale ad un altro. È possibile distinguere, in base agli studi dei sociologi nel corso degli anni, fra mobilità orizzontale e verticale, ascendente e discendente, intergenerazionale e  intragenerazionale, di breve e di lungo raggio, assoluta e relativa, individuale e di gruppo. La mobilità sociale orizzontale si riferisce  al passaggio di un individuo da una posizione sociale ad un’altra allo stesso livello, senza influire quindi sul suo status sociale(ad esempio una persona che passa dalla vendita di immobili alla vendita di polizze assicurative cambia lavoro ma non status sociale).

La mobilità sociale verticale invece, indica lo spostamento ad una classe sociale più alta o più bassa del sistema di stratificazione sociale. Un esempio potrebbe essere il figlio dell’operaio di fabbrica che prende la laurea in ingegneria e va a fare il dirigente d’azienda.

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In questo caso si tratta di una mobilità verticale ascendente. Nel caso di mobilità discendente, un possibile esempio potrebbe riferirsi ad una persona che viene da una famiglia di imprenditori ma è incapace di proseguire gli studi dopo la licenza media inferiore ed entra nel mercato del  lavoro come commesso di un supermarket. Se lo spostamento è tra classi sociali non contigue si parla di mobilità sociale di lungo raggio, avvenuta quindi fra strati o classi molto lontani. Quando invece, le classi o strati sono contigue si parla di mobilità di breve raggio. La mobilità sociale di un individuo può essere analizzata mettendo a confronto la posizione della famiglia di origine con la posizione che ha raggiunto in un determinato momento della sua vita.  Si parla, in questo caso, di mobilità sociale intergenerazionale.

Questo confronto può essere fatto anche in relazione alle posizioni che un individuo ha occupato nel corso della sua vita. Questa mobilità viene definita, invece, intragenerazionale o di carriera. La mobilità assoluta indica il numero complessivo di persone che si spostano da una classe all’altra. La mobilità relativa indica il grado di eguaglianza  delle possibilità di mobilità dei membri delle varie classi. Per questo motivo con la mobilità relativa si fa riferimento alla fluidità sociale o apertura di una società. 

Esempi e differenze

Ad esempio due società possono essere diverse perché in una i figli della classe borghese hanno maggiori possibilità di mobilità rispetto all’altra: in questo caso si tratta di una differenza di mobilità assoluta. Ma due società possono diversificarsi anche perché, nella prima le possibilità di accedere alla borghesia dalle varie origini sono più diseguali tra loro rispetto alla seconda: in questo caso le due società si differenziano dal punto di vista della mobilità relativa. Difatti  in una società vi è una completa fluidità sociale quando la classe di origine degli individui non ha alcuna influenza sui loro destini sociali e tutti hanno le stesse possibilità di scendere o di salire lungo la scala della stratificazione ( Bagnasco, Barbagli, Cavalli, 1997).

È possibile, infine, fare una distinzione tra mobilità sociale individuale e mobilità sociale collettiva. I diversi tipi di mobilità descritti in precedenza sono tipi di mobilità a carattere individuale poiché è il singolo individuo a mutare posizione nella società. La mobilità collettiva si riferisce invece ai movimenti verso l’alto o verso il basso di un intero gruppo rispetto ad altri gruppi sociali.

Approcci teorici sulla mobilità sociale

Ricollegandoci al tema della fluidità sociale, menzionato in precedenza, è possibile risalire a due essenziali approcci teorici sullo studio della mobilità. Il primo approccio ha a che fare, appunto, con il concetto di apertura di una società o di fluidità sociale. In questo caso si fa riferimento alle opportunità che le persone di origini diverse hanno di raggiungere le varie posizioni nel sistema di stratificazione. Il secondo approccio si incentra sul problema della formazione e dell’azione delle classi. Secondo tale filone una classe diventa una formazione stabile quando coloro che ne fanno parte condividono valori, idee, stili di vita e ritengono di avere interessi comuni. Per questo, alcuni sociologi si sono chiesti se la mobilità intergenerazionale, per esempio, possa impedire che una classe diventi una collettività sociale o, ancora,  se determinati livelli di mobilità possano danneggiare l’identità demografica e culturale di una classe (Bagnasco, Barbagli, Cavalli, 1997).

Le teorie sulla mobilità sociale

Le più importanti teorie sulla mobilità sono cinque.

  • Teoria dell’industrialismo. Secondo questa teoria, il passaggio dalla società preindustriale alla società industriale è stato accompagnato da un aumento della mobilità sia assoluta che relativa. Lo sviluppo economico determina dunque, secondo una visione evoluzionistica,  una crescita del tasso di mobilità.
  • Teoria politico-culturale. I sostenitori di questa teoria si oppongono alla precedente teoria, che dava peso all’aspetto economico, e ritengono che la mobilità sociale di alcuni paesi sia dovuta a fattori di ordine culturale e politico. Da un punto di vista politico, si afferma che i cambiamenti nascono da scelte politiche. Dal punto di vista culturale si fa riferimento alle tradizioni culturali di un paese. 
  • Teoria di Sorokin. Il primo studio sistematico sulla mobilità sociale è stato scritto da Sorokin, sociologo russo. Nel suo libro, Sorokin ha analizzato la mobilità sociale di numerosi paesi per un lunghissimo arco temporale. Egli non ha evidenziato una tendenza costante verso un aumento o una diminuzione della mobilità, ma la presenza di continue fluttuazioni. Queste fluttuazioni di maggiore mobilità o immobilità dipendevano dalla diversa importanza assunta dai fattori esogeni (rivoluzioni, guerre, invasioni) ed endogeni (ad es. l’interesse di coloro che occupano posizioni di vertice a non far cadere alcune barriere o a sostituirle con altre) al sistema di stratificazione sociale.
  • Teoria di Lipset e Zetterberg. Questi studiosi ritengono che l’andamento della mobilità sociale sia alquanto simile nelle diverse società industriali occidentali. Inoltre sostengono che una forte mobilità sociale sia una caratteristica specifica dell’industrializzazione. A differenza però della teoria dell’industrialismo, questi studiosi non pensano che il tasso di mobilità continui a crescere con lo sviluppo economico. Sostengono invece, che esiste un “effetto soglia” e che la mobilità di una società diventa elevata quando la sua industrializzazione, e quindi la sua espansione economica,  raggiunge un certo livello. Questo solitamente accade nella fase di decollo del processo di industrializzazione e di crescita economica.
  • Teoria di Featherman, Jones e Hauser. Questi studiosi sostengono, a differenza di Lipset e Zetterberg, che la mobilità sociale assoluta sia differente tra i vari paesi sviluppati poiché dipende da fattori esogeni (di carattere economico, tecnologico, demografico) che variano, dunque, a seconda dei paesi. Riguardo la mobilità sociale relativa, questi studiosi sono fortemente critici nei confronti della teoria dell’industrialismo. Difatti sostengono che la mobilità relativa sia all’incirca la stessa in tutti i paesi sviluppati e non cresce parallelamente al loro sviluppo economico.

La mobilità sociale in Italia

La situazione attuale della mobilità sociale, in Italia, sembra essere alquanto scoraggiante. L’Italia occupa gli ultimi posti tra i paesi industrializzati a differenza dei paesi del nord Europa come la Norvegia e la Danimarca, che mostrano una maggiore mobilità sociale grazie a sistemi di welfare altamente efficienti, ad alti livelli di istruzione e mercati del lavoro flessibili. Quello che viene attribuito, principalmente, all’Italia è la mancanza di diversità sociale nelle scuole che non favorisce l’inclusione tra ceti diversi. In Italia le origini sociali incidono molto sul percorso scolastico e il paese non è in grado di ridurre il divario tra studenti avvantaggiati e svantaggiati.

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Da uno studio svolto dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 2018, dedicato all’equità nell’istruzione, emerge che l’ascensore sociale nell’ambito dell’istruzione è sostanzialmente fermo. Nel Rapporto si evidenzia che il divario circa il rendimento scolastico tra bambini avvantaggiati e svantaggiati si sviluppa già dai 10 anni e si allarga durante la vita degli studenti. Il nostro paese viene definito “immobile” poiché le disparità scolastiche sono rimaste immutate dal 2000. Il contrasto alle diseguaglianze sembra funzionare abbastanza bene alle scuole elementari, per poi peggiorare alle scuole medie e ancor di più alle scuole superiori. In Italia, quindi, la scuola è marcata dall’origine sociale, assecondando l’immobilità sociale del paese piuttosto che garantire l’inclusione.

Altro aspetto fondamentale che determina la mancanza di mobilità sociale, in Italia, è l’alta percentuale di disoccupazione e le poche possibilità di formazione che vengono offerte ai lavoratori. Nel Rapporto 2020 sulla Mobilità Sociale, pubblicato dal Forum Economico Mondiale, viene evidenziata l’importanza di creare società dove ogni persona abbia le stesse possibilità di realizzare il proprio potenziale, a prescindere dalla provenienza socio-economica. Questo permetterebbe sia di ridurre le disuguaglianze che di rafforzare la crescita economica.

Italia: 34° posto per mobilità sociale

Lo studio e l’analisi sulla mobilità sociale si basa, nello specifico, su cinque dimensioni di base che permettono di capire se un paese presenta le condizioni idonee a rafforzare la mobilità sociale. Queste sono: “Sanità, Istruzione (accesso, qualità ed eguaglianza), Tecnologia, Lavoro (opportunità, salari, condizioni) e Protezioni e Istituzioni (protezione sociale e istituzioni inclusive)” (Forum Economico Mondiale). Dunque, un buon grado di mobilità è correlato a  una serie di indicatori che rappresentano lo stato di benessere socioeconomico di una società. Primo fra tutti vi è un equo accesso al sistema sanitario e ai sistemi di welfare e protezione sociale, senza i quali le disuguaglianze sociali sono inevitabili. Fondamentali sono poi l’accesso equidistribuito all’istruzione e le occasioni di accesso al mondo del lavoro.

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Tra i lavoratori, poi, un buon grado di mobilità è correlato a elevate opportunità di formazione continuativa, che permettono avanzamenti di carriera e aumento della produttività. Sul fronte del reddito tutto questo genera sistemi più equi, dove il reddito delle fasce più basse e di quelle più alte è equidistribuito, con livelli non troppo distanti tra loro. Secondo l’ultimo Rapporto annuale del World Economic Forum (2020) l’Italia è al 34° posto in termini di mobilità sociale. Il 67% dei figli di persone che non hanno un’istruzione secondaria superiore mantiene lo stesso grado di educazione dei genitori, e solo il 6% ottiene una laurea.

Conclusioni

 Il 41% dei lavoratori sceglie lo stesso lavoro dei genitori, soprattutto se si tratta di lavori manuali con redditi non elevati. Secondo il World Economic Forum il problema italiano sta nel mondo del lavoro e nei sistemi di protezione sociale. Le opportunità di lavoro sono basse, la disoccupazione presenta livelli elevati e a questo si aggiunge anche un alto tasso di giovani che non studiano e non lavorano. Riguardo i sistemi di protezione delle famiglie in difficoltà, e in particolare dei soggetti che hanno perso il lavoro, sono poco efficienti. Anche per chi è dentro il mondo del lavoro la possibilità di ricollocamento e riqualificazione è difficoltosa. Infatti solo il 12,6% delle aziende riesce ad offrire una formazione formale e continuativa ai suoi dipendenti.

Per poter migliorare la situazione italiana l’Ocse individua tre principali vie: un migliore accesso all’istruzione e la permanenza nel sistema educativo; la lotta alla disoccupazione e alla inattività; il miglioramento dei sistemi di sostegno a chi ha perso il lavoro.

Valeria Marino

Riferimenti bibliografici e sitografici

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