Immerse nelle logiche economiche della globalizzazione, le città metropolitane si trasformano, in occasione di importanti eventi, in vetrine che attraggono milioni di visitatori. Ma è un cambiamento che investe la città nel suo complesso?

Cosa succede in città? Così recitava il titolo di una famosa canzone di Vasco Rossi degli anni Ottanta. Le città da secoli sono state fonte di attrazione per visitatori, turisti e per gente in cerca di fortuna che, in partenza dalle aree rurali, sperava di trovare nella città un luogo in cui poter ricominciare una nuova vita. L’industrializzazione tra il XIX e il XX secolo, ha acuito queste dinamiche, creando i presupposti per un inurbamento senza precedenti, nelle cinture periferiche delle grandi città. Ma l’evoluzione (o involuzione?) non era destinata a fermarsi. All’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, l’industria occidentale sembrava rallentare i suoi ritmi di crescita, mentre quella orientale cominciava a far capolino nella new economy neoliberista, inducendo molti industriali dell’occidente a spostare le loro attività verso mete in cui il costo della manodopera sarebbe stato minore, mentre il profitto avrebbe visto un notevole incremento.

Cosa succede alle città italiane quindi? Alcuni poli industriali importanti come Milano, Napoli, Genova e Torino, lentamente assistono ad un processo di deindustrializzazione che svuota le zone industriali e lascia i grandi capannoni abbandonati. Ma ecco la proposta delle classi dirigenti: riqualificare, bonificare per dare un nuovo impulso all’economia e all’estetica della città.

La parola d’ordine, è far crescere la città in un’ottica di “sviluppo sostenibile”. I capannoni abbandonati e le aree adiacenti si trasformano in ottimi affari per i costruttori e per le agenzie immobiliari che, sviluppando progetti residenziali, hanno costruito in quelle aree nuovi palazzi, per ospitare uffici e abitazioni.

Da realtà industriali, le città italiane (e non solo), aspirano a diventare città di servizi e di eventi. Milano, la “capitale del nord”,  ne è un esempio emblematico. Tra il 1 maggio e il 31 ottobre 2015, ospiterà, infatti,  la World Exposition, ovvero l’Expo. Per l’evento sono attesi milioni di visitatori, ma non mancano le polemiche e le indagini giudiziarie. Sotto osservazione dei giudici, infatti, sono le modalità di assegnazione degli appalti e la relativa lievitazione dei costi. Sembra che, rispetto alle cifre ipotizzate in partenza per l’organizzazione dell’evento, ci sarebbero stati costi ulteriori pari, probabilmente, a 180 milioni di euro.

Ma, restando sempre nel capoluogo lombardo, cosa succede nel resto della città? Nelle periferie la carenza di alloggi popolari assume sempre più i caratteri dell’emergenza. Le occupazioni abusive delle case sono all’ordine del giorno e questo problema non sembra riguardare solo gli immigrati stranieri ma anche cittadini italiani che, stremati dalla povertà, affrontano nel totale abbandono il problema della casa. Questo problema, ovviamente, coinvolge non solo Milano, ma anche altre grandi città come Roma e Napoli.

Come è possibile dunque, pensare solo all’immagine di una città, senza pensare ai problemi reali e gravi che la attanagliano? La città va ripensata, e in fretta. Le classi dirigenti hanno il dovere di affrontare il problema del degrado nelle periferie. Come direbbe il geografo e sociologo britannico David Harvey: «non abbiamo bisogno di città che creino denaro, ma di città che siano buone per vivere. E questo obiettivo non è necessariamente compatibile con l’accumulazione di capitale».

Modestino Coppola

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