Ci siamo già occupati di celiachia, infiammazione cronica dell’intestino tenue causata dall’ingerimento del glutine, definendola una malattia sociale perché l’isolamento relazionale che questa comporta fa sì che il danno sociale percepito sia addirittura maggiore di quello fisico.

Gluten free

La celiachia può manifestarsi durante l’infanzia o in qualsiasi altra fase della vita. Negli ultimi anni si registra una doppia tendenza: da un lato aumentano le persone celiache (nel 2016, il numero totale delle nuove diagnosi è stato infatti di 15.569, oltre 5.000 diagnosi in più rispetto all’anno precedente, e risultano diagnosticati in Italia 198.427 celiaci), dall’altro, il consumo dei cibi gluten free sembra essere diventato una vera e propria moda. Ogni anno in Italia vengono stanziati per l’acquisto degli alimenti per celiaci circa 320 milioni di euro, ma di questi solo 215 derivano dagli alimenti erogati per la terapia dei pazienti celiaci. Sono quindi circa 6 milioni le persone che sprecano ogni anno oltre 100 milioni di euro, stando ai dati Nielsen diffusi dall’Associazione Italiana Celiachia (AIC). La crescita della domanda ha inoltre provocato un cambio della produzione con un ritorno nelle campagne della coltivazione di grani a basso contenuto di glutine.

Tagli insensati

Un recente passo in avanti è stato fatto nel 2017 con la riforma dei Lea, Livelli Essenziali di Assistenza, grazie ai quali la celiachia ha assunto lo status di malattia cronica (prima era considerata rara). Ciò consente di accedere gratuitamente, ottenuto il riconoscimento della diagnosi, a tutte le prestazioni mediche per il monitoraggio della malattia, delle sue complicanze e per la prevenzione degli ulteriori aggravamenti, ma sta facendo discutere la riduzione del buono mensile per la fascia d’età tra i 18 e i 59 anni che dal 1 dicembre da 110 euro passa a 90 per le donne e per gli uomini da 140 euro a 110, mentre il prezzo di un pacco di pasta da 250 grammi rimane fermo sui 2.50 euro e un pacchetto di pane che contiene 4 fette di pane costa addirittura 4.60 euro. Il Ministero della Salute ha infatti diffuso una circolare che ha anticipato i tagli ai tetti di spesa che dovevano verificarsi nel 2019, causando una differenziazione tra regioni che sono approdate ai buoni elettronici (per ora solo 4) e regioni che rimangono ancorate al buono cartaceo. A pagarne le conseguenze sono ovviamente solo i pazienti, i quali, come sottolinea il presidente AIC Giuseppe Di Fabio, “scoprono di non avere più diritto alla stessa esenzione del mese precedente, mentre altri ricevono i buoni invariati per l’intero anno successivo e in alcuni casi sono gli esercenti, su indicazione delle loro ASL, a correggere i buoni“.

La celiachia come opportunità

La celiachia è una malattia sommersa che colpisce l’1% della popolazione totale; si stima infatti che solo in Italia siano 400mila i celiaci non ancora diagnosticati. Di certo Internet ha giocato un ruolo fondamentale nel ridurne la stigmatizzazione e sono in crescente aumento le aziende che nascono proprio per la produzione di alimenti gluten free. A ciò si aggiunge la sponsorizzazione da parte di personaggi famosi di regimi alimentari sani, che hanno dovuto rinunciare al glutine rivoluzionando le loro diete, come nel caso del tennista Novak Djokovic che durante i quarti di finale degli Australian Open chiese una sospensione del match per dolori lancinanti allo stomaco. La diagnosi gli permise di avere benefici immediati anche a livello agonistico. Stessa sorte il presentatore televisivo Daniele Bossari, presidente onorario dell’AIC. Questa frammentazione regionale creata dal Ministero della Salute necessita di un intervento che liberi i celiaci, oltre che dal glutine, anche dalle solite incombenze delle istituzioni.

Carmen Pupo

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