La rivoluzione digitale e dei social network ha inevitabilmente apportato cambiamenti significativi nei modi di comunicare, in tutte le fasce d’età, spaziando dagli adolescenti agli adulti, in maniera così pervasiva che virtuale e reale si fondono nella quotidianità di ciascuno di noi. Possiamo definire i social network come reti di persone unite tra loro da interessi di varia natura, che decidono di costruire una community online proprio intorno agli interessi che hanno da condividere. Sono delle vere e proprie strutture sociali, fatte non solo di tecnologia e interazioni ma anche e soprattutto di connessioni e condivisioni (Tomassi, 2017). Essi consentono agli utenti di condividere immagini, video, audio, contenuti testuali, interagendo tra loro (Enciclopedia Treccani).

Un palcoscenico sociale virtuale

Il sociologo Manuel Castells (2010) definisce i social network un unico grande medium a rete in cui i produttori ed i fruitori di contenuti sono dalla stessa parte, a differenza di quelli tradizionali che vertevano sulla loro contrapposizione (Avena, 2017). Se nella realtà si mostra un profilo concreto di sé, nell’ambito virtuale si mostra solo ciò che si desidera far vedere, o ancora meglio, solo ciò che vogliamo che gli altri sappiano. Indubbiamente i social influenzano la quotidianità sotto diversi punti di vista ed in misura variabile; secondo Umberto Eco, hanno dato voce a “legioni di imbecilli”, fatto sta che il palcoscenico sociale virtuale determina conseguenze nel palcoscenico sociale reale e viceversa. Alcuni esempi: c’è chi non ha ottenuto un lavoro per aver un profilo Instagram con immagini succinte e seminude; c’è chi ha perso il lavoro per insulti ai capi o frasi razziste; c’è chi ha subito richiami perché online; c’è chi è stato lasciato per la scoperta di tradimenti (galeotto fu Facebook); c’è chi si fidanza, si ritrova o stringe amicizia; c’è chi è stato truffato con richieste di denaro e ricatti; c’è chi s’inventa un lavoro e magari fonda un impero.

Contenuti equivoci

Ho conosciuto persone che hanno lavorato in corsi sulla selezione del personale e tra i primi suggerimenti forniti, vi era appunto il ripulire i profili social da immagini e pensieri equivoci o che potessero essere mal interpretati, la creazione di un profilo ad uso professionale ed un altro ad uso privato, oppure di un solo account privato (vale a dire, nel caso di Instagram,  con richieste di essere seguiti da poter vagliare). Tutto questo perché i selezionatori, una volta ricevuti i curricula, visitavano i profili dei candidati e traevano conclusioni. In questo senso, nonostante sia auspicabile la libertà di pensiero e di scelta, anche sessuale, quindi il potersi mostrare come meglio si crede, ancora oggi persistono limiti e pregiudizi, tanto che, se un’ipotetica azienda ritiene le immagini pubblicate da un dipendente, non consone alla ditta stessa, può rappresentare motivo di rimprovero o allontanamento!

Infinito potenziale

Esistono applicazioni per trovare lavoro, fare nuove conoscenze, imparare lingue, approfondire un interesse, fare shopping, basta un click per informarsi, anche se occorre fare molta attenzione alle fake news. L’universo di Internet possiede un infinito potenziale, dipende dall’uso che se ne fa, offre numerosi strumenti per migliorare e facilitare l’esistenza in termini di tempo e praticità, anche se problematiche e perplessità sono dietro l’angolo. Ad esempio, WhatsApp permette di creare gruppi di lavoro, di amici, di famiglia, ecc., quindi è facilissimo e velocissimo comunicare con più persone contemporaneamente in relazione ad un preciso argomento. Ahimè, è recente la notizia di una mamma bullizzata nella chat di scuola, perché colpevole di non voler diffondere sui social la foto della recita di classe in cui compariva la figlia, limitando, nella diffusione, anche le altri madri, che si sono sentite scippate di un diritto (ironicamente) “prioritario”.

Parola agli psicoterapeuti

Gli psicoterapeuti assistono sempre di più a persone che litigano, discutono, si chiariscono tramite WhatsApp, evitando l’incontro visivo con l’altro, il sentirne la voce, la presenza, guardando il viso, gli occhi, toccandosi, incontrandosi. Si assiste anche alla proliferazione di gruppi WhatsApp dove si discute, si offende, si bullizza, sia tra giovani ma, soprattutto, tra adulti. Sembra che si sia persa la capacità di comunicare, sia verbalmente che non verbalmente, attraverso il corpo e le espressioni facciali. E sembra anche che sia più facile essere offensivi e violenti attraverso un messaggio: come se non ci fosse il coraggio di dire qualcosa vis-a-vis. Meglio nascondersi dietro parole ed emoticons!

Privacy, questa sconosciuta

Il nuovo Regolamento europeo (GDPR) del 25 Maggio 2018 asserisce che il trattamento dei dati dei minori sia basato sul consenso dell’esercente della patria potestà o di chi ne fa le veci. Inoltre vieta l’iscrizione ai social network e ai servizi di messaggistica ai minori di 16 anni, salvo consenso dei genitori. Tale limite può essere abbassato dagli Stati nazionali: in Italia è di 14 anni con il decreto di adeguamento al Codice della Privacy. Per quanto riguarda le immagini, adesso, con Photoshop, abbiamo risolto ogni insormontabile problema, escludendo le questioni di tutela della privacy. Perché si modificano immagini? Sicuramente per divertimento e narcisismo, ma anche per mostrare un ideale di pseudo-perfezione e perché si è indotti a condividere, pubblicando. WhatsApp, Messenger o altri tipi di messaggistica istantanea accorciano le distanze. Paradossalmente vicinanza e lontananza vanno di pari passo, nel senso che, da un lato, si ha una vicinanza virtuale-mentale costituita da parole digitate, emoticon, gift, sticker; dall’altro, i corpi sono distanti. Perlomeno, nelle videochiamate ci si può guardare negli occhi. Esiste una sorta di codice comportamentale formato dalle opzioni di rimozione dalle amicizie o blocco. Anche in questi casi, basta un click.

L’era del cyberbullismo

Qual è il confine tra libertà di espressione ed offesa agli altri? Una menzione a parte va fatta per il fenomeno del bullismo, che recentemente ha assunto connotazioni diverse e si è evoluto in forma digitale, con risvolti reali sino ai casi di istigazione al suicidio. In questo caso si parla di cyberbullismo, termine coniato nel 2002 dall’educatore Bill Belsey e ripreso successivamente da Peter K. Smith che, insieme ad alcuni collaboratori, lo definì come atto aggressivo e intenzionale condotto da un individuo o da un gruppo di individui, usando varie forme di contatto elettronico ripetuto nel corso del tempo contro una vittima che ha difficoltà a difendersi (Smith et al., 2008). Rispetto a questa problematica c’è chi propone l’inserimento di educazione sociale come materia scolastica, infatti la scuola e la famiglia dovrebbero insegnare sia il rispetto per gli altri, sia le regole per una convivenza civile.

Dati allarmanti

In questo campo ci sono dati allarmanti: la Legge 29 maggio del 2017 n. 71 ha individuato compiti precisi per l’Autorità Garante in materia di cyberbullismo come misure di prevenzione negli istituti scolastici, oscuramento o rimozione dei contenuti offensivi con richiesta da inviare al gestore del sito ed al Garante; sono previsti ammonimenti da parte del questore per i cyberbulli. Da settembre 2015 a giugno 2016, il Telefono Azzurro ha gestito 1 caso al giorno di bullismo e cyberbullismo, fenomeno che riguarda prevalentemente il nord Italia (45% dei casi) e vittime di nazionalità italiana (85% dei casi); il 70% dei casi di cyberbullismo riguarda le femmine; i bulli sono in maggioranza maschi, amici e conoscenti della vittima; si sta abbassando l’età delle vittime con protagonisti bambini sempre più piccoli, anche di 5 anni (fonte: Telefono Azzurro). Nel 2017, il 28% degli studenti delle superiori ed il 30% degli studenti delle scuole medie ha dichiarato di essere vittima di bullismo, l’8% è stato perseguitato online con conseguenze come depressione, crisi di pianto, autolesionismo e suicidio (Fonti: Skuola.net e Osservatorio Nazionale Adolescenza) a cui si aggiungono ansia, dispersioni ed abbandoni scolastici (fonte: Telefono Azzurro). Probabilmente le vittime di offese gratuite vorrebbero avere il dono dell’invisibilità proprio come nel film “Il ragazzo invisibile” di Gabriele Salvatores che affronta tale tema con profondità e, al tempo stesso, lievità.

Professione hater

Non solo gli adolescenti sono vittime, lo sono anche gli adulti, famosi o meno. Se non condividi le idee di un personaggio o di una persona, per quale ragione seguirlo/a? Si è affermata la diffusione dello squallido gusto del denigrare. Adulti e adolescenti reagiscono agli insulti in modi differenti. Un adolescente non ha una struttura solida, si trova in una fase delicata di transizione (fonte: giuliacheccuccipsicologo.it), quindi reagisce in maniera spesso autolesionista come se sentisse la responsabilità di non essere adeguato. Gli adulti, nonostante ci sia sempre la preoccupazione di non piacere, forse reagiscono in maniera diversa, sono meno vulnerabili, ma, comunque, certi modi di denigrare una persona possono portare, purtroppo, a sgradevoli finali. Lo stesso Sociologicamente ha ricevuto commenti da parte di haters, perciò nessuno è escluso! Purtroppo gli haters sono consapevoli del fatto che anche umiliando si ottiene visibilità e followers, soprattutto quelli che declamano una supposta popolarità, come se la popolarità nei social fosse diventata una nuova caratteristica con cui denotare una persona.

I comportamenti in Rete

Ecco una serie di comportamenti disfunzionali virtuali (Avena, 2017):

Il cambiamento di identità. Soggetti che assumono identità fittizie caratterizzate da un sesso differente (gender swapping) rispetto a quello reale o impersonando personaggi famosi (fake). Obiettivo: entrare in contatto con nuove persone a scopo di eventuali incontri.
I comportamenti aggressivi. Il troll, cioè l’uso provocatorio o irritante del social network, con il fine di suscitare indignazione ed attirare l’attenzione su di sé o sui temi presentati; lo stalking, ossia la  persecuzione di un soggetto attraverso molestie di tipo sessuale e morale.
La violazione e la manipolazione dell’informazione come l’hacking che consiste nel tentativo di penetrare nei profili altrui e nella creazione di virus.
L’abuso e la distribuzione delle informazioni, ovvero lo spamming inteso come l’invio di messaggi non desiderati spesso di tipo commerciale.

Qual è il confine tra uso ed abuso di Internet? Lo psichiatra Ivan Goldberg (1995) ha introdotto l’espressione “Internet Addiction Disorder” (Disturbo di Dipendenza da Internet) che delinea un disturbo psico-fisiologico caratterizzato da dipendenza, perdita delle relazioni interpersonali, modificazioni dell’umore, alterazioni del vissuto temporale, attenzione completamente orientata all’utilizzo compulsivo del mezzo (Riva, 2010).

La spirale del piacere

Il successo dei social si è concretizzato perché risponde ai bisogni di autostima, di sicurezza, associativi e di autorealizzazione; inoltre è in grado di accompagnare l’utente nel corso della propria crescita, a partire dall’adolescenza fino alla vecchiaia (Avena, 2017). In questo senso si entra in una sorta di spirale del piacere fatta di like e commenti. Uno dei molteplici paradossi verte sul fatto di lamentarsi che la gente non si faccia i propri affari, quando appunto si pubblicano i propri affari. Più si pubblica, più ci si rende vulnerabili ai malintenzionati o, più semplicemente, verso chi può strumentalizzare determinati dati e immagini. Come affermava Zygmunt Bauman (2011), “un entusiasta utente attivo di Facebook si vantava di riuscire a farsi 500 nuovi amici al giorno, più di quanti ne abbia acquistati io nei miei 85 anni di vita”. Secondo l’evoluzionista antropologo Robert Dunbar (2011), un individuo non è in grado di mantenere più di 150 rapporti significativi nel corso dell’esistenza.

Un mondo fluido

Quante contraddizioni, quanta vicinanza/distanza, quanta finzione, quanta realtà: l’era della comunicazione tramite social network ha prodotto nuovi volti, nuove immagini, nuovi profili, nuove modalità di comunicazione. Dalla telefonata allo psicoterapeuta, siamo passati prima alle mail, poi agli SMS, per arrivare al messaggio su WhatsApp con le emoticons. Tanta acqua è passata sotto ai ponti da quando si raccomandava la distanza terapeutica anche attraverso una particolare comunicazione; adesso tutto è più fluido, le distanze si accorciano, sta ad ogni professionista “abitare la distanza” in maniera diversa, ponendo limiti e “paletti” a seconda delle situazioni.

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