Uno dei grandi dilemmi che ci ha posto dinnanzi la pandemia del COVID-19 è quello relativo alla scelta etica tra salute ed economia.

Abbiamo attraversato due fasi, dall’inizio della pandemia a oggi

Nella prima fase, a partire da gennaio 2020, giungono notizie di un virus particolarmente violento e con capacità di diffusione elevata, probabilmente isolato per la prima volta in Cina, nell’ormai tristemente famosa Wuhan; successivamente a febbraio, in tutto l’occidente i politici e gli esperti virologi ritengono che il virus sarà contenuto e che la diffusione in occidente sarà decisamente difficile e controllata; a marzo, con i primi focolai, in particolare in Lombardia, il problema si manifesta in tutta la sua tragicità: inizia il timore del virus, iniziano i decreti atti al contenimento del contagio.

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Nella seconda fase, tutta la nazione entra in un clima di terrore, con il primo lockdown: sentimenti di unità e di condivisione del problema, lotta comune contro il virus, solidarietà.

Nascono i primi problemi economici relativi alle chiusure delle attività commerciali, si attivano i cosiddetti “ristori di Stato” che, tuttavia, non risolvono il problema delle attività sospese, in quanto non vengono erogati in misura tale da poter consentire alle aziende di poter far fronte alla crisi dovuta alle chiusure.

La salute psicologica e sociale

L’economia italiana e di tutti i Paesi europei, attraversa una inevitabile crisi, dovuta allo stop forzato, quindi al crollo della domanda, all’interruzione delle produzioni, del commercio, delle piccole e medie imprese.

La salute psicologica e sociale ha subito un duro colpo a causa della impossibilità di avere una serie di contatti sociali, a partire dagli ambienti educativi e di svago per i giovani, ma anche in maniera preponderante alla necessità delle famiglie di convivere in spazi spesso inadeguati, per mesi interi, senza poter svolgere le normali attività di vita quotidiana a cui siamo abituati, in una convivenza forzata per 24 ore su 24.

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In questa situazione, la domanda più frequente è: “favorire la salute pubblica o l’economia”?

Secondo il parere di Neha Deopa e Piergiuseppe Fortunato, non esiste un dilemma, in quanto “I dati, contrariamente all’ipotesi di un trade-off tra gli obiettivi economici e quelli sanitari, fra le stime sulla variazione del Pil e quelle sulla mortalità in eccesso esista in realtà una chiara correlazione negativa. I paesi che vivono recessioni economiche più gravi – come Spagna, Italia e Regno Unito – sono anche tra i paesi con la più alta mortalità in eccesso. Ed è vero anche il contrario: i paesi in cui l’impatto economico è stato relativamente modesto – come Austria, Danimarca e Germania – sono anche riusciti a tenere sotto controllo la mortalità. Fra salute ed economia sembrerebbe dunque esistere una certa complementarietà”[1].

Tale osservazione ci riporta alla necessità di analizzare gli strumenti messi in campo, finora, dal Governo e dalle Regioni: in primis la chiusura totale (lockdown). Strumento che si è rivelato in parte efficace per contenere, dal punto di vista sanitario, la diffusione della pandemia, almeno nella prima fase; la suddivisione delle regioni e delle provincie in “zone a rischio” (gialla, arancione, rossa), strumento adottato per consentire una ripartenza dell’economia nei territori dove l’indice di contagio era meno preoccupante, vaccinazione “di massa”, al fine di consentire l’inizio del percorso verso una immunità di gregge e l’agognata fine dell’emergenza.

I risultati tardano ad arrivare

Ebbene, a più di un anno dall’inizio di tali misure, attivate in momenti ovviamente diversi, i risultati in Italia stentano ad arrivare. Per quale motivo?

Proviamo ad osservare la realtà: con le chiusure di molte attività non essenziali si cerca di evitare gli assembramenti e con questi il rischio di contagio, tuttavia si consente alle persone di effettuare visite a parenti e amici e, di fatto, si rende più facile la trasmissione del virus in queste condizioni. Nello stesso tempo si impedisce a una serie di attività economiche di riaprire. Con il risultato che si crea un danno sia alla salute che all’economia!

La salute non è antitetica all’economia

Se è vero, come i dati ci mostrano, che la salute non può essere antitetica all’economia, allora dobbiamo chiederci quali possibili soluzioni esistano.

Una risposta potrebbe essere la riapertura delle attività economiche, la quale non comporta un aumento del rischio laddove questa viene accompagnata da regole rigide di distanziamento e sicurezza sanitaria e, contemporaneamente, da controlli più serrati e presenti da parte di tutte le forze dell’ordine.

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Tale soluzione permetterebbe una serie di benefici:

  • la possibilità di far ripartire tutto l’indotto delle economie del territorio;
  • favorire un miglioramento delle condizioni sociali, di salute psicologica e di vita dei giovani e delle famiglie, attualmente in condizione di deprivazione da più di un anno;
  • impedire “prestazioni abusive” da parte di quegli esercizi che in casa, chiusi nelle botteghe, continuano le loro attività prive di qualsivoglia controllo;
  • sostenere attraverso misure economiche di ristoro che “a integrazione” possono essere utili, contrariamente a ciò che avviene laddove esse debbano essere sostitutive del reddito ma, ahimè, insufficienti.

Per riaprire: un riavvio economico

La riapertura, tuttavia, non dovrebbe far abbassare la guardia rispetto ad altri aspetti relativi alla sicurezza: ingressi realmente controllati, didattica e lavoro ancora a distanza, nelle modalità e forme possibili, vaccinazione di massa, attenzione dei cittadini e delle istituzioni nei confronti delle misure di sicurezza.

Focalizzarsi dunque soltanto sulle misure di ammortizzamento dell’emergenza sanitaria rischia di essere una strategia fallace, nonostante queste servano senz’altro a far sì che la ripresa possa essere quanto più vicina allo scenario pre-Covid. La vera avanguardia sarà fatta promuovendo un riavvio economico che non faccia compromessi sul piano della salute: non è impossibile, ma serve una chiara volontà programmatica da parte degli attori in campo.

Maurizio Tramontano


[1] https://www.lavoce.info/archives/71294/economia-o-salute-il-dilemma-che-non-ce/