Nell’ emergenza dettata dal corona virus si rispecchia, progressivamente, la cruciale messa in luce delle falle insite del sistema socioeconomico neoliberista, un sistema che mediante la circolazione massiccia di k privato e il culto del self-interest ha promesso e simultaneamente abbandonato la rigenerazione di politiche sociali e assistenziali. Dal giorno 0 dall’intervento governativo per l’arresto dei contagi, e in seconda battuta da quello previdenziale, si è ribadito il principio per cui nessun* doveva rimanere sol* esprimendo principi di solidarietà, soprattutto verso le persone che versano in contesti di vita più difficoltosi rispetto allo standard di vita medio.

I principi democratici vengono ribaditi con fermezza, ma allo stesso tempo hanno proiettato un distanziamento sempre maggiore da ciò che la democrazia dovrebbe essere, più che mai in piena emergenza sanitaria, soprattutto se si rinvia alle tutele essenziali tra cui la salute e al diritto all’abitare (principio democratico particolarmente nevralgico per questo momento). Ma la solidarietà vi è nel momento in cui dalla sua sfera ideale, dal proprio essere nominata attraverso il linguaggio rassicurando chi la ascolta, passa alla sua concretezza e all’aiuto sociale che essa implica (specialmente se correlata al discorso democratico) garantendo una vita che preservi la dignità umana di tutt*.

Sex work is work!

Tra le fasce di persone più colpite vi sono persone sexworkers, colpite da un continuo disinteresse giuridico e politico nazionale nel regolarizzare chi ha deciso di lavorare con il proprio corpo e, di conseguenza, di spingerli al di fuori della fetta di popolazione attualmente occupata formalmente. Questo punto cieco della giurisprudenza italiana si configura come una doppia negazione sui corpi delle persone sex worker: del diritto all’abitare una città (un diritto per cui si è lottato duramente, anche in considerazione che è una dimensione in cui spesso si intrecciano condizioni e stigmi) e della propria prestazione lavorativa. “Respingiamo il doppio standard che consente la prostituzione solo quando è nascosta. Tutte le leggi e le misure che minano la dignità e l’autodeterminazione delle prostitute dovrebbero essere abolite. Le prostitute hanno il diritto di rappresentarsi. Dovrebbero far parte di qualsiasi dibattito sulle leggi, politiche e misure che incidono sulla loro vita[1]”, uno dei punti programmatici ribaditi durante la

Conferenza europea sul sex work, diritti umani, lavoro e migrazione nel 2005 da cui nacque il Manifesto de** sex workers in Europa. Una delle rivendicazioni che ha messo in luce la necessità di non essere percepite persone lavoratrici solo nel mondo e nel modo velato, nel dover rimanere dietro lo sguardo ostracista delle opinioni pubbliche e delle istituzioni, ma di esserlo pubblicamente, legalmente e di essere integrate nei sistemi previdenziali in quanto il lavoro, indipendentemente dalla forma, necessita di riconoscimento e tutele. In questo quadro negazionista che colpisce specifici corpi appartenenti a specifici strati della popolazione, nelle ultime settimane è emersa una forte volontà collettiva per far fronte a questa diseguaglianza socioeconomica che sta versando sulle vite de* sex workers, che riprende le parole ripetute più volte dal Presidente del Consiglio ma che ne vuole fare una rivendicazione diretta e concreta.

Nessuna da sola, solidarietà immediata per le lavoratrici sessuali più colpite dall’emergenza una campagna della onlus Comitato per i diritti civili delle prostitute. Si parla delle vite estranee al sistema assistenziale impossibilitat* quindi di ricevere, tra i molteplici sostegni, anche quelli economici erogati nell’ultimo mese dall’Inps secondo quanto emanato nel decreto cura Italia, di persone migranti e trans senza alcun sostegno familiare, di madri che mantengono famiglie intere facendo il loro mestiere.  Questa rete è nata da diverse associazioni per far fronte a questa situazione in cui si è avuta un’estremizzazione delle condizioni precarie, inaugurando un crowdfunding con donazioni libere per devolvere i fondi in aiuto a queste persone.

sex work is work

La situazione ostica di molteplici realtà che abitano il nostro paese offre nell’immediatezza di quanto questa emergenza si stia progressivamente trasformando in un’emergenza fronteggiabile da chi gode di un certo reddito e, in una prospettiva di lungo periodo e ampio raggio, riflette il rischio di quanto si potrà esacerbare la forbice delle disuguaglianze in un post-epidemia. Un momento si può dire ormai abbastanza prossimo che, nella circolarità in cui si inscrivono le questioni sociali, rischia di impoverire chi è già in una posizione vulnerabile e di trascinarci chi è nel mezzo come già anticipato da Giovanni Semi, rispondendo in un articolo a cosa ne sarà secondo lui della gentrification nel post covid-19.

La cultura del self-interest quanto ha minato lo sguardo pubblico verso le politiche sociali?

Queste ingenti problematiche sociali richiamano direttamente sia la sfera giuridica e al rimando sulla modifica sul testo di legge Merlin che ha costruito una zona grigia in cui si riconosce ma non si legalizza il fenomeno della prostituzione, sia i legami moralisti e del pudore pubblico che il dispositivo della cultura dominante conserva e riproduce. È l’idea culturale ereditata, eretta sui sistemi patriarcali e del dominio maschile, iconografia del capo forte, che ha il compito di educare e di far rientrare all’interno del binarismo i ruoli e i costumi imposti creando assoggettamento a questo dispositivo di potere, in prima istanza, biopolitico.

Lo stigma si erge sui corpi che si discostano dal loro compito riproduttivo in un sistema sociale bloccato dal controllo maschile e dal controllo dei corpi del sistema politico economico, un circuito chiuso che impone e riproduce schemi sociali e economici accettati dal mercato e dalle politiche del buon costume; atte a fare le veci della medio piccola borghesia e della presunzione di un ideale di un mondo malleabile con le proprie aspirazioni e i propri giochi di forza, di costumi e dogmi estetici.

Il paradigma neoliberale è una macchina che spesso tende all’asfissia delle minoranze che, dall’inizio degli anni ’80, hanno visto asfaltare il contratto post bellico che portava con sé l’immaginario costituente di un forte sistema di politiche sociali che favorissero mobilità per tutt*, in favore di interessi che valicano la dimensione dell’umano in tutte le sue sfaccettature sociali, per proiettarsi sulla progressiva negazione di alcune di esse e sul principio del self interest (finché l’interesse rimane personale e, quindi, sostenibile nella propria accezioneprivata). Ma tutto ciò ha portato con sé non solo condizioni marcate di marginalità e assoggettamento ma un’endemica incapacità di far fronte alle insicurezze da esso create, il rischio che Beck [2]accostava alla crescita di ricchezza che aveva come risultato ultimo la generazione di nuove forme di conflitti e solitudini.

Da questo sistema chiuso si oppone un corpo creato da corpi irriverentemente difformi che portano in sé certa performatività, nel senso che ne dà J. Butler, e una post condizione dettata dalla difformità sociale: la precarietà. Proprio quest’ultima, appartata dalle manovre emergenziali, dallo spazio pubblico momentaneamente negato ha creato un nuovo spazio che permette la presenza in più posti in simultanea, in cui non vi sono limiti né di tempo né di confini. Lo spazio del web, in questo periodo sta avendo forti trasformazioni e allargamenti, acquisendo importanza sociale e politica in quanto zona fluida in cui si mescolano, con estrema rapidità, confronti e pratiche. Un territorio polimorfo che porta le molteplici rivendicazioni a poter assumere lo stesso un forte carattere collettivo (nell’accezione più estesa del termine) e che, riuscendo a trascendere ogni contesto locale, sembra far emergere a tutto tondo l’agency di molte realtà attraverso un forte ripensamento delle pratiche di azione su territori unicamente virtuali. Ripensamento che ha connotato una forte spinta di rivendicazione, un adeguamento che non ha spento la forza politica di molte realtà, anzi utilizzandolo come momento per aumentare la voce e i canali di trasmissione della stessa.

La difficoltà di questo momento ha portato quindi, da una parte, il rapido ricostituirsi di un nuovo luogo (o non luogo) pubblico di rivendicazione da molti corpi militanti tra cui Il comitato e Ombre Rosse e, dall’altra, una piena proattività verso la responsabilità sociale condivisa attraverso l’autogestione di determinate condizioni non toccate, ma neanche protocollate, dalla mano pubblica. È un pieno utilizzo delle tecnologie come mezzi per autorganizzare dal basso ambienti e piattaforme indirizzate ad un self-help sia economico che sociale-assistenziale.

L’appello di Nessuna da sola, solidarietà immediata per le lavoratrici più colpite dall’emergenza

Per le persone sex workers bisogna chiedere tutele, non vittimizzazione o retoriche che perpetuano oscurantismi. Tutto ciò porta alla necessità di un pacchetto normativo che regolarizzi il sex work sulle condizioni di tutte le altre professioni, non ulteriori discriminanti.

In questo momento, la campagna per la solidarietà e la raccolta di aiuti economici di Nessuna da sola sta dando un enorme esempio a come le istituzioni potrebbero rinvigorire le proprie agende politiche e il significato di quanto sia fattibile creare un sostegno reale nella propria sostanzialità. E, anche, di come il mutualismo può dare vita a circoli virtuosi di riduzione dei rischi sociali della popolazione e di della posta in gioco per tutt* per poterci ripensare su quanto il lockdown ci ha saputo svelare. Una solidarietà che va declinata in funzione sociale, per ricreare un focus per il benessere pubblico. “Crediamo che questo momento di forte crisi abbia palesato dei problemi già esistenti, ma che sono stati a lungo ignorati”, dice il collettivo transfemminista di sex workers Ombre Rosse, “Innanzitutto ha sottolineato l’importanza di una rete di unità di strada che sia capillare e che possa rintracciare tutte le soggettività, migranti e non che praticano il sex working in maniera libera o costretta. In secondo luogo, l’esigenza di un dibattito con le sex workers per immaginare tutele e garanzie negoziate e non imposte.”

Alessandra Piazza


[1] Melissa Hope Dimore. Encyclopedia of prostitution and sex work. 2006.

[2] U. Beck. La società del rischio. Verso una seconda modernità. Carocci Editore, 2013.

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