L’idea di Bourdieu contenuta nel suo lavoro “La distinzione. Critica sociale del gusto” (1979) secondo cui il gusto degli individui viene determinato dalla classe sociale di appartenenza, dalla tipologia e dal quantitativo di capitale posseduto tra quello economico, sociale, culturale e simbolico, porta a ragionare sulla tipologia dei conflitti che nascono all’interno della società: conflitti verti a soddisfare quella bramosia egoistica di possesso e successo. È chiaro che chi ha più risorse è in grado di soddisfare al meglio le proprie esigenze di consumo arrivando anche a dimostrare di possedere un gusto puro, ma ciò parrebbe non avvenire più nei termini di conflitto di classe se per classe si intende la strutturazione gerarchica di uno strato della popolazione in un raggruppamento abbastanza omogeneo, sia da un punto di vista economico che dal punto di vista culturale.

Non più classi

Oggi la società non può essere divisa rigidamente in classi poiché i confini ideologico-culturali che le definivano si sono dissolti. Pensiamo alla moda. Fino a pochi decenni fa era facile riconoscere e dunque creare un idealtipo di fascista, comunista, operaio, dirigente, o più semplicemente, metallaro, figlio dei fiori, e via discorrendo, poiché a ogni tipologia di gruppo sociale venivano affibbiati determinati consumi standard. I consumi in quegli anni erano sintomatici di una identità ben definita che produceva una facile codificazione degli ingroup e degli outgroup, delle idee da seguire, degli stili di vita da adottare. Nel contesto contemporaneo esistono ancora le differenze sociali ma non si esprimono esclusivamente in quanto differenze di classe. Parlare di classi oggi è come parlare di barriere, di ghetti sintattici che non sono più specchio della società.

Folle fluide

Per risolvere la questione non si potrebbe parlare nemmeno di identità trasversali o ceti sociali poiché implicano ancora un rifacimento a quella fissità sistemica propria delle classi concepite come entità omologate. Volendo osare, giocare con le parole, si potrebbe parlare di “folle fluide” i cui conflitti avvengono, usando un lessico bourdiesiano, principalmente in termini di appropriazione del capitale simbolico per lo scambio dei segni. In altre parole, i conflitti sociali avvengono in contesti di consumo porosi: non esiste più il consumo esclusivo e rappresentativo di una classe ma esiste il consumo esclusivo e rappresentativo di un ideale, di un’etica, di un significato a cui i soggetti decidono di aderire. Lo dimostrano i vari gruppi di acquisto equo-solidali, i consumi di prodotti a km zero, dove i componenti che hanno determinati interessi in comune non devono necessariamente essere della medesima estrazione sociale.

Problemi di significazione

Oggi le differenze sociali più evidenti potrebbero essere riassunte nel dualismo “ricchi e poveri di significati” e il fattore determinante lo status sarebbe il consumo relazionato al corpo. Perché proprio il corpo verrebbe da chiedersi? Il corpo è un nuovo feticcio, l’oggetto su cui è possibile operare un controllo certosino, sia nei riguardi di sé stesso sia dei consumi ad esso dedicati. Il contesto sociale attuale vede il rischio, o meglio, la percezione del rischio, come quel fattore che destabilizza maggiormente l’identità contemporanea e i consumi riguardanti il corpo parrebbero per molti essere quelli più “sicuri” in termini di costruzione e controllo dell’identità. Ciò che sembra essere avvenuto è una introflessione della ricerca dei significati. Non essendoci più le grandi narrazioni ed essendo la realtà di rete estremamente eterogenea, si cercano forme di riconoscimento (e quindi di consumo) rivolgendo lo sguardo a se stessi.

Corpo giovane

In questo modo il corpo si presenta come veicolo e target del consumo contemporaneo ma soprattutto come (apparente) certezza su cui lavorare da un lato e testimonianza costante della propria finitudine e dell’inesorabilità del tempo dall’altra. Non possiamo controllare o modificare il tempo ma solo la concezione e la percezione che abbiamo di esso attraverso il corpo e la sua condizione di benessere, sintetizzata nel “corpo giovane”. La forma di controllo che si opera nei riguardi del corpo verte sulla preservazione di un benessere precario: si effettua una cristallizzazione del corpo “giovane”, in salute, attraverso la cura e l’imbellettamento che soddisfano le ansie dell’individuo contemporaneo ma soprattutto il suo sé sociale. Difatti il comportamento che si potrebbe definire “maquillagistico” del consumatore contemporaneo soddisfa quelle esigenze comunicative superficiali tese all’apparire. Si valorizza in altre parole l’hic et nunc, si presentifica la propria esistenza attraverso la cura del proprio corpo.

Denigrazione del corpo di carne

La società contemporanea rivela però anche il rovescio della medaglia, nella quale il corpo non è più il pilastro della costruzione dell’identità ma un ostacolo ingombrante che sembra destinato a sparire, in special modo nei contesti propugnati dal cyberspazio. Insistendo sulla precarietà della carne si sviluppa anche un immaginario di denigrazione del corpo che fa da contraltare alla sua precedente celebrazione. Così, secondo Vanni Codeluppi (2012), “in un’epoca in cui dominano l’ipercomunicazione e le tecnologie in grado di semplificare la vita, accade che il cervello diventa sempre più importante, mentre sembra essere sempre meno necessario impegnarsi sul piano fisico. Così il corpo viene progressivamente percepito come uno strumento di scarsa utilità per raggiungere obiettivi concreti. Viene cioè considerato qualcosa che è soltanto da rimirare e curare sul piano estetico o un puro oggetto di piacere. Mentre il cervello a sua volta viene continuamente sollecitato e utilizzato. Spesso oltre i limiti delle sue possibilità“.

Francesco D’Ambrosio

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