Il sociologo Daniel Bell sostiene che lo Stato-nazione sembra diventato troppo piccolo per le grandi cose e troppo grande per le piccole. Con globalizzazione s’intende che le relazioni sociali sono sempre più spesso costruite a grandi distanze e che la società locale, come dice Giddens, è “stirata” su tutto il globo. All’origine di tale fenomeno ci sono le implicazioni spaziali di quelle che rappresenta la nuova economia globalizzata che scatena:

– l’internazionalizzazione dei mercati dei prodotti, beni e servizi: in Italia possiamo comprare una moto giapponese piuttosto che austriaca o italiana;

lo sviluppo di imprese multinazionali: con filiali operative in diversi paesi, in cerca di condizioni economiche locali più profittevoli di produzione, costo del lavoro, pressione fiscale.

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Un incrocio di culture

La globalizzazione arriva anche al o dal mondo politico, facendo riferimento al numero crescente di istituzioni transnazionali, che vincolano e legano persone di paesi differenti e distanti geograficamente sotto le stesse norme, come l’ONU costituita nel 1945. Seguendo la logica, italiani e statunitensi, nocerini e newyorchesi, anche se indirettamente, rispettano uno stesso sistema di norme giuridiche e morali in quanto cittadini di Stati nazionali appartenenti entrambi all’ONU. In uno spazio globale ed unificato, storie e immagini del mondo sono veicolate dalle nuove tecnologie, dalla comunicazione in luoghi dove una cultura autoctona non le avrebbe prodotte, con esiti complicati: immigrati, turisti, rifugiati, in modi diversi ibridano le culture in cui si vanno a collocare. Facilmente oggi un adolescente iracheno riesce a mettersi a vedere cosa accade in Messico, o in Italia possiamo tranquillamente spiare cosa sta accadendo nelle piazze di Mosca con le modalità più differenti. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti da osservare, in termini sociologici, dei tanti effetti della globalizzazione, ovvero: l’incrocio tra più culture e tra quanto loro portano in bagaglio. In che modo si evolvono e si condizionano? Cosa generano?

Cos’è la cultura?

Gli scienziati dell’antropologia non si stancano di ripetere che la produzione culturale è in continua evoluzione, giungendo che se vogliamo parlare di una cultura globale, questa deve però essere intesa come lo scontro tra diverse culture locali come lo sviluppo di culture che non sono ancorate a nessun territorio. Per cultura indichiamo il patrimonio intellettuale e materiale, quasi sempre eterogeneo ma a volte relativamente integrato, a volte invece internamente antagonistico, in complesso durevole ma soggetto a trasformazioni con ritmo variabile a seconda della natura dei suoi elementi e delle epoche. L’arte italiana rappresenta la cultura presente in un determinato momento, dalle cattedrali bizantine ai fori romani. Napoli è metà spagnola e metà francese. La lingua, gli usi, i simboli, le confessioni religiose restano stabili solo se non influenzati o non si incontrano con un’ulteriore cultura di una diversa area geografica. A questo punto sorge una questione: l’Italia e la sua cultura restano stabili o evidenziano cambi conseguiti dal forte afflusso migratorio che hanno vissuto e che affrontano ancora? L’Italia cambierà nuovamente aspetto? L’arte si adatterà ai nuovi costumi? Le chiese, che tanto rispecchiano il contesto culturale, politico e religioso di un determinato rapporto di tempo, come si presenteranno?

Questione di religione

Le variabili da osservare, per analizzare la situazione attuale in Italia sono:

– il paese di provenienza degli stranieri;

– la rispettiva professione religiosa;

– in quali regioni italiane si vanno a collocare.

Il periodo di riferimento è l’anno 2016. Secondo le stime della Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2016 che professano la religione cristiana ortodossa sono i più numerosi (oltre 1,6 milioni), seguiti dai musulmani (poco più di 1,4 milioni), e dai cattolici (poco più di un milione). Per quanto riguarda le incidenze percentuali, i musulmani sono il 2,3% della popolazione complessiva (italiana e straniera), i cristiano-ortodossi il 2,6%, i cattolici l’1,7%. Per quanto riguarda le provenienze si stima che la maggior parte dei musulmani residenti in Italia provenga dal Marocco (424.000), seguito dall’Albania (214.000), dal Bangladesh (100.000), dal Pakistan (94.000), dalla Tunisia, (94.000) e dall’Egitto (93.000).

I musulmani ed i cristiani rappresentano dunque le maggiori religioni presenti in Italia, nel 2016. Gli effetti della coesione, quasi fusione, di queste due confessioni sono evidenti in alcuni luoghi d’Italia: il linguaggio verbale da italiano diviene sempre più “arabizzato”, oltre che essere mescolato al britannico ed alle emoji. A Baggio, un quartiere di Milano e della regione italiana con maggior numero di musulmani, è nato il noto artista musicale Ghali Amodouni nato da genitori immigrati tunisini.

Fenomeno Ghali

Quel che maggiormente caratterizza Ghali è la capacità di riuscire a combinare nei suoi testi diversi lingue, dall’arabo al milanese, riuscendo a rompere quel muro che divide un musulmano ed un cristiano. Riesce a cantare per un tunisino ed un milanese, ciò è supportato da pilastri che sono figli della globalizzazione: linguaggio italo-tunisino generato dal binomio “genitori tunisini-residenza italiana”, linguaggio mediatico creato dalla generazione del web, immediatezza a raggiungere un’area geografica distante materialmente. Ghali, essenzialmente, rappresenta quanto sia importante essere ben integrato non tanto a Baggio quanto in una comunità dove il network sostituisce il luogo quale supporto di socialità. Si ha così un annullamento del territorio in favore di una società mobile, in movimento. Una società che annulla lo spazio del luogo ma nello stesso tempo lo moltiplica, ed anche live. Si ha così ciò che Giddens definisce la fantasmagorizzazione della del luogo. Nell’intervista a “Rolling Stone” nel novembre del 2016, in riferimento alla canzone “Wily Wily” si chiede a Ghali cosa dice nei versi in arabo e francese e lui risponde: “La frase in arabo è una specie di ‘check check prova’, che fanno i cantanti arabi prima di cantare. È un pezzo dove parlo di mio padre. Vive in Tunisia e con lui non mi sento e non mi scrivo da anni. Immaginavo che il pezzo sarebbe arrivato in Tunisia e che lui lo avrebbe sentito. So che la canzone è girata parecchio là. Mi sono arrivate richieste di featuring dai rapper locali“.

Forme di comportamento

Questo linguaggio non è peculiare solo a Ghali, ma a tanti altri artisti – emergenti e non – della scena musicale attuale. Si potrebbero trovare persino analogie con il cantautore napoletano Enzo Avitabile, il quale da anni porta e dà voce al popolo palestinese in tutto il mondo. Ribadendo, la globalizzazione è anche questa: è riuscire a portare a Napoli le notizie della Palestina tramite la musica. Riuscire a trasmettere in uno schermo le vicissitudini del Bangladesh ad un migrante residente a Sestri Levante. Ma cosa accade se due culture non riescono ad interagire? Robert Merton, riprendendo il concetto di Èmile Durkheim, sostiene che uno squilibrio tra struttura culturale e struttura sociale può provocare una situazione di anomia, e una conseguenziale devianza dovuta alla “teoria della tensione”. La struttura culturale definisce le mete verso quali tendere e i mezzi con i quali raggiungerle. La struttura sociale consiste nella distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a determinate mete con tali mezzi. Si hanno così cinque “forme di comportamento”:

– Conformità: consiste nell’accettazione sia delle mete culturali sia dei mezzi previsti per raggiungerle.

Innovazione: la strada scelta da coloro che, per esempio, rubano, ovvero coloro che aderiscono alle mete, ma rifiutano i mezzi normativamente prescritti.

Ritualismo: il modo di adattamento di chi abbandona le mete ma resta legato alle norme sui mezzi.

Rinuncia: è quella dei mendicanti, si abbandonano le mete ed i mezzi.

Ribellione: consiste nel rifiuto sia delle mete che dei mezzi e della loro sostituzione con altre mete ed altri mezzi.

Rottura col passato

Facendo riferimento al fenomeno Ghali, sembra facile indicare che l’artista italo-tunisino abbia assunto un comportamento di ribellione, che abbia rotto le norme convenzionate, creando anomia, del linguaggio scritto e orale, che utilizzi nuovi costumi e norme appartenenti, evidentemente, ad una cultura meno occidentale. Affinché si realizzi un nuovo atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi: un emittente, un canale, lo scritto, il gesto e l’immagine. Ovviamente, per esserci la comunicazione, il codice deve essere condiviso socialmente. Rispettivamente, il rapper ha i suoi fan, la musica come canale, le canzoni come scritto, ed i suoi gesti e relative immagini proiettati quotidianamente dai diversi profili social. Per comprendere meglio quanto sia in continua evoluzione il linguaggio, si può leggere un giornale di un solo secolo fa e confrontandolo con un quotidiano di oggi, o una canzone del ’900 e proviamo a confrontarla con una di Ghali, ci renderemo conto che il linguaggio usato è decisamente cambiato. Non solo perché l’attuale lingua è piena di neologismi recenti soprattutto dall’inglese o dall’arabo, ma perché molte forme lessicali e grammaticali di allora sono cadute in disuso.

La musica come integrazione

Luciano Gallino ci ricorda che la musica è il mezzo di espressione e di integrazione emotiva preferito dai movimenti giovanili, ed in quest’ottica essa stessa diventa un “movimento collettivo”. Lo stesso sociologo italiano nel “Dizionario di Sociologia” afferma che “l’accentuazione sociologica della dimensione semantica dell’arte, della corrispondenza tra l’opera e la società o/e la cultura, riduce al minimo il ruolo originale dell’artista, sì che nelle interpretazioni più grezze per quasi che siano la ‘società’ o la ‘cultura’, non l’artista come individuo reale, a dipingere e scolpire, scrivere o comporre“. Si arriva così all’incontro di più culture e, come due cani di razze diverse che si incrociano, avremo una cultura figlia dei fenomeni che stiamo vivendo.

Rosario Contaldo

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