Sono passati quasi vent’anni da quando la rubrica “I teleantropi” faceva la sua prima apparizione sulle pagine della rivista Orizzonti, periodico letterario bimestrale che attualmente ha cessato le pubblicazioni. Il titolo, un neologismo che sta per “l’uomo della televisione“, intendeva individuare un fenomeno, emergente in quegli anni, legato al desiderio dello spettatore di sentirsi protagonista in TV, ricercando affannosamente quei “quindici minuti di celebrità” di warholiana memoria.

Farsi riprendere dalle telecamere

Alessandro Cocco, il re dei presenzialisti in TV
Alessandro Cocco, il re dei presenzialisti in TV

C’erano, poi, individui totalmente “ossessionati” dal piccolo schermo, da volerci interagire direttamente. Per loro, la televisione non era più un mezzo di cui usufruire, ma un fine da perseguire. Tra questi esibizionisti di “prima generazione 1.0”, tanto diversi tra loro, caserecci e inesperti, che toccavano di striscio la notorietà, sicuramente si può annoverare Alessandro Cocco, simpatico signore di Varese che, dal lontano 1975, ha collezionato oltre 30.000 apparizioni televisive, entrando di diritto nel Guinness dei primati. Soprannominato, a ragione, “il re dei presenzialisti in TV”, Cocco è stato il primo a far notare ai mass media come, a fianco al mondo televisivo ufficiale – fatto da presentatori, vallette e altri personaggi dello spettacolo – ce n’era uno sotterraneo, costituito da gente comune unita dall’hobby di farsi riprendere dalle telecamere. “Oggi, a distanza di tanti anni, sono innamorato della televisione come il primo giorno, o forse più“, ha confidato Cocco, ricordando i suoi esordi come figurante. “Avevo avuto dei biglietti per partecipare alla trasmissione ‘Schiaffo e bacio’, condotta da Daniele Pisu su TeleAltoMilanese, che, allora, era la seconda rete privata in Italia. Da lì, ho cominciato a muovermi ovunque, arrivando anche in Rai e Mediaset“. Un cenno merita anche Cavallo pazzo, soprannome di Mario Appignani, attivista e scrittore, noto soprattutto però come primo “culture jammer” italiano per le sue irruzioni nei programmi televisivi in diretta (è rimasta epica quella al Festival di Sanremo per aver sbottato: “questo Festival è truccato e lo vince Fausto Leali”).

Protagonismo a tutti i costi

Il disturbatore televisivo Gabriele Paolini
Il disturbatore televisivo Gabriele Paolini

A completare l’elenco sommario, c’è infine Gabriele Paolini, il disturbatore per eccellenza nei programmi con collegamenti in diretta – specie i TG – che, per assecondare il suo essere “malato di protagonismo“, come lui stesso si è autodefinito, ha rinunciato alla sua vita reale per vestire i panni di uno stereotipo, attraverso il quale poter essere riconosciuto dalla gente: il personaggio dai capelli lunghi, in giacca blu, con una collana di preservativi al collo. “Non ho più una vita privata – ammette -. Sono così immedesimato nel mio personaggio che, per essere quello che rappresento, mi sono dovuto annullare in maniera molto cinica. Dopo aver creato il personaggio, ora inquino gli eventi, occupando lo sfondo televisivo con il mio volto. Si tratta di avvenimenti di politica, cronaca, anche tragici: cito per tutti il crollo del palazzo a Roma, sulla Portuense, dove mi sono fermato per tre giorni e ho dovuto affrontare la gente che scendeva in strada per prendermi a parolacce. Io non posso restare?, chiedevo loro in mia difesa. Se c’è la televisione, ci sto anch’io! Sono cinico, ma la televisione è più cinica di me: quando crolla un palazzo non è necessaria la diretta televisiva, perché con essa non si salvano le vittime. Sono diventate storiche, per l’entrata nella televisione trash, anche le immagini in cui venivo malmenato da Frajese, stupito di trovarmi addirittura durante il suo collegamento da Marsiglia. Grazie a questo episodio, ho ricevuto una grande popolarità“.

Comunicazione orizzontale

Il desiderio di sentirsi protagonisti delle trasmissioni TV, senza toccare questi estremi, già all’arrivo del nuovo millennio aveva contagiato anche i telespettatori, che di lì a poco avrebbero accolto, con ascolti strabilianti, la prima edizione del Grande Fratello, un programma che avrebbe cambiato il volto della televisione, aprendo le porte al genere dei reality show. Il predominio di Internet, l’avvento dei social e la diffusione di una comunicazione orizzontale, in cui ognuno può esternare le proprie opinioni, anche su aspetti minimalisti della vita, hanno dato poi nuove chance ai sempre più numerosi sconosciuti in cerca di visibilità che, bypassando il piccolo schermo, possono contare su canali più a portata di mano – come Youtube, Instagram, Facebook – ma devono attrezzarsi al meglio per sbaragliare la concorrenza. Più scaltri dei loro antesignani Cocco, Appignani e Paolini, che vivevano ai margini della televisione, così ammaliante ma altrettanto distante, i fortunati che emergono dal web possono contare su una larga legittimazione “dal basso” da parte di orde di sostenitori – i tanto bramati follower – ricavandone persino una professione, anche con guadagni stratosferici.

Voglio esserci anch’io!

Queste persone comuni conquistano il pubblico in quanto tali, prestano il volto a campagne pubblicitarie, sono influenti per la loro conclamata leadership e, per questo, appellate con il termine influencer. Sono vicine alla gente che si riconosce nel modo in cui parlano, che condivide con loro un’appartenenza comunitaria, seppur virtuale, una quotidianità in cui è sempre più impellente il bisogno di lasciare una traccia di sé, con un selfie, un video e quant’altro. Dal “vado in tv, quindi esisto!” dei teleantropi, al “sono popolare sui social, quindi esisto!” degli influencer, la vita ha valore soltanto se ha una cornice mediatica. “Senza questo passaggio – parafrasando le parole dell’antropologo Marino Niolal’uomo sente di non avere abbastanza esistenza. Come se fossimo tutti delle figure pallide ed evanescenti che, a un certo momento, chiedono: voglio esserci anch’io!“.

Caterina Aletti

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