Da ormai un paio d’anni, l’Italia ha un saldo migratorio negativo. Questo significa che dal 2014 (dati Caritas Migrantes) sono più le persone ad andarsene dal nostro Paese che quelle che arrivano. I media hanno parlato di “fuga di cervelli”, sostanzialmente perché sono molti i laureati che se ne vanno.

La notizia è  diventata virale: tutti lo sanno. I politici, gli storici e gli economisti, come la cassiera del supermercato e il vecchietto che ne parla con gli amici al bar della piazzetta del paese. Sicuramente lo sanno quelli che hanno visto colleghi e amici partiti per l’estero, dopo anni di precariato, di affitti alle stelle, di mutui insostenibili o di contratti talmente a progetto che l’unico progetto possibile è stato andarsene. Insomma, è un fenomeno sociale in senso stretto: è qualcosa di cui è impregnato il senso e il sapere comune nel nostro Paese. Le persone cominciano a prendere decisioni in base a questo sapere: scelte abitative, formative, vita affettiva, genitorialità.

Dalla valigia di cartone al web

Italiani e Svizzera: un legame da sempre molto stretto
Italiani e Svizzera: un legame da sempre molto stretto

Ma allora, come al solito, cosa può dire in più il sociologo che non sappia già il portiere del tuo palazzo? Poco, in effetti, ma quel poco potrebbe anche essere importante. Quello di cui la ricerca “Dalla valigia di cartone al web” si occupa è inquadrare prima di tutto questo fenomeno nel tempo e riportare alla luce questo racconto (storiografia sociale). L’emigrazione italiana, nonostante molte volte la nostra cortissima memoria storica sembri farcene scordare, è tutto fuorchè una novità. Senza scendere nei dettagli, dall’Unità del nostro paese ai primi anni del 1970 se ne sono andati 30 milioni di italiani. Ad oggi, stando ai dati AIRE (2015), sparsi per il mondo ci sono almeno 80 milioni di oriundi italiani (persone che anche senza passaporto hanno un antentato italiano). La fuga, dunque, non si svolge in un vuoto storico e culturale ma tutt’altro: si inserisce in un universo simbolico e in un tessuto sociale che ha storia antica. Questo ha delle ripercussioni per l’immagine che il paese di arrivo ha nei confronti del migrante italiano, così come dipende dalla storia sociale dell’emigrazione precedente, la rete di contatti, relazioni e, per dirla con le parole di Pierre Bourdieu, di “capitale culturale” che quella persona troverà a disposizione o potrà costruire nel paese di arrivo.

E poi la storia porta con sè anche la sua tecnologia. E nel caso dell’emigrazione, fenomeno che ha a che fare con le coordinate spazio temporali come pochi altri, questo ha delle implicazioni enormi, praticamente rivoluzionarie, tanto da cambiare radicalmente il concetto stesso di “migrante” (Braidotti ). Sono cambiati i modi e i tempi di spostamento e sono cambiati i modi di comunicare, di esprimersi, di ricevere e di dare informazioni, è cambiato l’intrattenimento, le modalità di vivere le relazioni amicali, il consumo culturale, il modo di cercare lavoro, per non parlare del mercato del lavoro stesso.  E allora la sociologia parla col senso comune, lo ascolta e cerca di reinterpretarlo andando ad esplorare concetti e dimensioni che ancora così diffuse e comuni non sono  e non si accontenta di bollare con la classista espressione “fuga di cervelli” un fenomeno fondante da più di cento anni della nostra identità culturale e linguistica.

La Svizzera: laboratorio linguistico e multiculturale

La ricerca “Dalla valigia di cartone al web” voluta e portata avanti dal dipartimento di scienze sociali dell’Università di Ginevra (con la supervisione del professor Sandro Cattacin) si occupa della storia sociale della migrazione  italiana nella Svizzera francese e tedesca. Quello svizzero è un laboratorio sociale unico dal punto di vista dello studio della lingua e della cultura italiana. La migrazione italiana ha nella confederazione una storia che risale alla fine dell’800 e che negli anni ’50 ha raggiunto dimensioni di massa. Tutt’ora, la comunità italiana (che sta ricominciando a crescere) è la comunità straniera più numerosa, con circa 530mila unità (da sola il 7% della popolazione totale, dati AIRE).

Un cartello "accogliente" nei confronti degli italiani
Un cartello “accogliente” nei confronti degli italiani

Oltre ai numeri, la storia degli italiani e dcfrell’italiano in Svizzera è ormai fondante dello stesso senso di identità del paese elvetico (cfr. Toni Ricciardi, storico che fa parte del progetto, e la sua recente pubblicazione “storia delle colonie libere e degli italiani in Svizzera” per un’idea del fenomeno). Ma c’è di più. La Svizzera è l’unico Paese al mondo (oltre all’Italia chiaramente) in cui l’italiano è lingua ufficiale (canton Ticino e Grigioni italiani) e come tale ha una “protezione” speciale anche se è ultimamente messa in crisi dall’egemonia del tedesco e del francese nonchè dall’avvento dell’onglese (e recentemente dello spagnolo) come lingue terze considerate più utili e spendibili. Ma dell’italiano la confederazione in qualche modo se ne occupa (proprio in quanto lingua ufficiale) cercando appunto di proteggerla.

Inolte, la Svizzera è un concentrato di lingue e di culture: in un territorio che non è nemmeno due volte il Piemonte, più del 20% della popolazione è straniera (in Italia è il 7%). Per questo la ricerca non si arroccherà alla scoperta delle tracce ortodosse, limpide e assolute dell’italiano e della sua cultura (anzi dei tanti “italiano” e delle altrettante culture) ma cercherà di raccontarne nel modo più digitale e virale possibile, le sue contaminazioni, ibridismi e vicissitudini che attraverso anni di storie di vita, intrecciate in un territorio così piccolo e multiculturale, devono diventare patrimonio di tutti, in qualsiasi posto e in qualsiasi lingua se ne parli.

Piccola conclusione metodologica: web 2.0

Ormai si fa tutto su Internet! Questa è la voce, ancora una volta, del sapere comune. Ma allora cosa significa che tutto ormai si fa su Internet? Si cercherà di inquadrare l’attuale migrazione italiana spiegandola sia alla luce del passato che nelle sue nuove implicazioni attuali: anche la migrazione ormai si fa su internet? Sicuramente si, sotto  molti aspetti. Si cercherà poi di capire anche i collegamenti fra il mondo digitale e quello non-digitale, come una performance sul web 2.0 ha delle conseguenze per così dire, face to face. Ma soprattutto la ricerca non starà, come di solito succede, nascosta dietro le quinte. Se studiamo un mondo sociale dobbiamo farne parte a volto scoperto. Gli attori sociali coinvolti o coloro che per modi diversi lo volessero, possono seguire una sorta di diario digitale della ricerca che servirà per prendere contatti, per parlare di cosa facciamo, quello che leggiamo e le idee che ci vengono in mente.

Per ulteriori informazioni, basta cliccare al link sottostante.

https://www.facebook.com/valigiaweb/

Irene Pellegrini

Print Friendly, PDF & Email