Quando si parla di squali, raramente si parla soltanto di un animale. Si parla di qualcosa che ci precede e, nello stesso tempo, ci inquieta. Si parla di una figura che emerge dall’acqua ma anche dall’immaginario collettivo. È proprio questo doppio livello – biologico e simbolico – che rende il libro di Dean Crawford “Shark” così interessante dal punto di vista sociologico e che quindi ha spinto chi scrive questo articolo a tornare a parlare di squali e sociologia dopo qualche cenno in passato.

Lo squalo, infatti, non è soltanto un predatore marino. È un dispositivo culturale. Attraverso di lui, la modernità racconta le proprie paure, i propri limiti e le proprie contraddizioni.

Il cambiamento climatico, l’inquinamento sistemico, l’erosione della biodiversità non hanno una silhouette altrettanto efficace. Sono processi lenti, diffusi, difficili da visualizzare. Per questo motivo producono meno paura immediata, pur essendo infinitamente più minacciosi. Lo squalo, invece, è narrabile. E ciò che è narrabile diventa culturalmente centrale.

Non è un caso che momenti specifici – gli attacchi del 1916 nel New Jersey, la tragedia della USS Indianapolis, il successo planetario di Jaws – abbiano consolidato la figura del “mangiatore di uomini”. In quei passaggi storici, la paura viene organizzata in racconto. E una volta che un racconto prende forma, tende a riprodursi.

L’umiliazione dell’antropocentrismo

Tuttavia, limitarsi alla dimensione mediatica sarebbe riduttivo. La figura dello squalo tocca un nervo più profondo: la vulnerabilità dell’essere umano. La modernità occidentale si è costruita sull’idea di controllo. Abbiamo organizzato il territorio, regolato l’ambiente, ridotto progressivamente gli spazi di imprevedibilità. Sulla terraferma siamo, di fatto, la specie dominante. In mare la situazione cambia. Il corpo umano diventa fragile, lento, esposto. In acqua non siamo più il centro dell’ordine naturale. Siamo solo un organismo tra gli altri.

Lo squalo incarna questa inversione simbolica. Non perché sia onnipotente, ma perché è indifferente. Non riconosce l’essere umano come superiore. Non attribuisce valore morale alla sua preda. Risponde a stimoli, non a gerarchie culturali. Può essere questa indifferenza ciò che disturba. Non l’odio, ma l’assenza di riconoscimento. In fondo, ciò che temiamo non è solo il morso. È l’idea di non essere speciali.

Il mostro come proiezione

Eppure, quando parliamo di squali, raramente utilizziamo un linguaggio neutro. Li definiamo “spietati”, “feroci”, “macchine assassine”. Ma queste categorie non appartengono alla biologia. Sono proiezioni morali. Qui si produce un passaggio cruciale. Attribuiamo allo squalo una forma di violenza che, in realtà, appartiene alle nostre strutture sociali.

Se osserviamo il fenomeno del finning – il taglio delle pinne e l’abbandono del corpo in mare – non troviamo un impulso istintivo, ma un sistema industriale. Milioni di squali vengono catturati ogni anno per alimentare una domanda globale. Non si tratta di sopravvivenza immediata, ma di mercato.

Per questo motivo la narrazione si capovolge. Mentre lo squalo viene costruito come simbolo della predazione, è la modernità economica a esercitare una predazione sistemica e organizzata. Lo squalo uccide per nutrirsi e il sistema economico uccide per accumulare: la differenza non è marginale.

Consumo e distinzione sociale

Il commercio delle pinne di squalo non è soltanto una questione alimentare. È una questione simbolica. La zuppa di pinne è diventata, in molti contesti, un segno di prestigio, di successo, di appartenenza a una classe. Il consumo, dunque, non riguarda solo il bisogno, ma la distinzione. Mangiare pinna significa esibire uno status.

Perché questo meccanismo funzioni, però, è necessario che la distruzione resti invisibile. Il consumatore non vede l’animale mutilato. Non vede l’oceano impoverito. Vede un simbolo. La modernità globale separa produzione e consumo, responsabilità e beneficio. La catena che collega il piatto al mare è lunga e opaca. In questa opacità, la violenza diventa astratta. E così lo squalo, trasformato in merce, perde la sua dimensione ecologica per diventare oggetto di scambio.

Il conflitto tra temporalità

C’è un altro elemento che attraversa il libro e che merita attenzione: la differenza di tempo. Gli squali esistono da centinaia di milioni di anni. Hanno attraversato estinzioni di massa, cambiamenti climatici radicali, la comparsa e la scomparsa di specie dominanti. La loro forma è rimasta sorprendentemente stabile, segno di un adattamento riuscito.

La modernità, invece, è caratterizzata da accelerazione. Produzione rapida, consumo rapido, innovazione continua. Il tempo dell’economia è breve, orientato al profitto immediato. Il tempo dell’evoluzione è lungo, stratificato. Quando un sistema accelerato incontra un equilibrio costruito in milioni di anni, lo squilibrio è inevitabile. La crisi degli squali non è soltanto ecologica. È l’effetto di una collisione tra modelli temporali incompatibili.

Fascino e perturbante

Tuttavia, la relazione con lo squalo non è fatta solo di paura e sfruttamento. È anche fatta di fascinazione.

Le descrizioni delle immersioni, delle migrazioni oceaniche, della potenza del grande bianco che emerge dall’acqua restituiscono un’immagine di eleganza e perfezione funzionale. Linee idrodinamiche, pelle composta da denticoli dermici che riducono la turbolenza, sensori elettrici capaci di percepire il battito di una preda nascosta.

Lo squalo non è un errore della natura. È uno dei suoi progetti più longevi. Temiamo ciò che ci affascina perché rappresenta un limite. In un mondo quasi interamente addomesticato, lo squalo incarna la wilderness, il selvaggio non completamente integrato nel sistema umano. La sua eventuale scomparsa non significherebbe solo perdita di biodiversità. Significherebbe la riduzione ulteriore dello spazio dell’alterità.

Lo squalo come rivelatore sociale

A questo punto possiamo tirare le fila. Il libro di Crawford, letto sociologicamente, non è soltanto un catalogo di specie o un racconto naturalistico. È un’analisi implicita della modernità. Attraverso lo squalo emergono almeno tre tensioni fondamentali:

– La tensione tra rischio reale e rischio percepito.
– La tensione tra antropocentrismo e vulnerabilità.
– La tensione tra predazione naturale e predazione economica.

Lo squalo diventa uno specchio. Ci mostra la nostra tendenza a costruire mostri simbolici mentre normalizziamo sistemi di distruzione strutturale. Ci mostra la difficoltà di accettare che non tutto è controllabile. Ci mostra, infine, che la vera asimmetria non è tra uomo e squalo, ma tra la velocità della nostra economia e la lentezza degli equilibri naturali.