Le città rappresentano il punto più alto dello sviluppo degli insediamenti umani. Esse sono infatti sistemi sociali globali, completi in ogni parte, inclusivi di tutti quei diversi sottosistemi che formano un sistema sociale “toutcort”: ritroviamo in esse sottoinsiemi di relazioni economiche, culturali e politiche come la presenza di diversi ambiti di attività. Sin dai primi passi, da Tonnies a Durkheim, da Simmel fino alla Scuola di Chicago, la sociologia si è interessata e si interessa tutt’ora a quelle aree urbane che nel corso del tempo vanno crescendo e modernizzandosi poiché danno meglio conto di ciò che più interessa la sociologia, vale a dire il mutamento sociale.

La nascita delle città

Il primo grande momento di svolta nella storia degli insediamenti umani corrisponde alla rivoluzione neolitica e allo sviluppo dell’agricoltura, circa 10mila anni fa. Questo importante processo di trasformazione pone le basi per la nascita della città per tre fattori:
1) il forte aumento della produzione alimentare;
2) la disponibilità di un surplus alimentare che può essere oggetto di scambio;
3) l’aumento della densità della popolazione e la sua “sedentarizzazione”.
Si passa così dalla presenza di piccoli gruppi di tipo nomade, il cui sostentamento veniva  prevalentemente dalla caccia o dalla raccolta, ad un nuovo contesto sociale caratterizzato da gruppi più ampi, con una maggiore densità e soprattutto stabili, in cui si sviluppa una maggiore divisione del lavoro. Una parte della popolazione può dedicarsi ad attività diverse da quella agricola, come ad esempio all’artigianato, le attività politiche e le attività religiose. Si creano così le condizioni per lo sviluppo di una società locale di tipo “urbano”.

La città medievale

Diversa la connotazione delle città nel periodo medievale che evidenzia una diversa composizione della società e dell’organizzazione sociale, politica e economica di quel periodo. La città medievale nasce infatti dalla rottura del vincolo feudale con l’affermarsi della nuova autorità comunale. Gli individui, staccandosi dal feudalesimo, si riuniscono per cominciare attività mercantili e di scambio in piccoli borghi i quali successivamente vengono circondati per motivi di difesa da una cinta di mura. La popolazione insediata nella città è comunque minore (si calcola un 10-12%) rispetto a quella maggioritaria che vive ancora nella campagna, risultando pertanto un’eccezione in tutta l’eta premoderna.

Rivoluzione industriale = rivoluzione urbana

Un momento di grande trasformazione nella storia dell’urbanesimo si avvia nel’800 con la rivoluzione industriale. A partire dall’Inghilterra, per poi passare al resto d’Europa e al Nord America, con la crescita della produttività grazie all’innovazione industriale, viene meno la necessità che la maggior parte della popolazione si dedichi all’agricoltura, e al tempo stesso diventano più importante la produzione e lo scambio di beni in scenari nazionali e internazionali. In questo periodo, rappresentando per l’industria un appoggio indispensabile data la disponibilità di manodopera, la fornitura di un primo mercato di sbocco ma anche una rete di servizi e infrastrutture necessarie per la produzione, la città cresce vertiginosamente: la popolazione comincia sempre più ad abitare nel centro urbano. Per favorirne l’espansione vengono abbattute le mura e si edificano anche in modo frettoloso nuovi quartieri destinati a ospitare la nuova popolazione operaia caratterizzati però da bassa qualità ambientale, scarsamente collegati con il centro e malamente dotati di servizi.

La città contemporanea

La città contemporanea si distingue oggi per l’influenza della globalizzazione e dello sviluppo tecnologico. Con la riorganizzazione post-fordista, troviamo la presenza delle grandi fabbriche non solo nelle grandi città ma anche all’esterno della stessa, in zone periferiche e a volte delocalizzate in vari punti del globo (soprattutto nelle aree di basso sviluppo delocalizzate per usufruire dei vantaggi del minor costo della produzione e del lavoro). Nelle moderne “Cities” si sviluppano e crescono invece le attività terziare, ora fulcro dell’economia dove hanno tutti i vantaggi legati ai servizi, alle infrastrutture ed una maggiore disponibilità di lavoratori e clienti. Inoltre come faceva notare Saskia Sassen, queste città globali sono sempre più in relazione di interdipendenza tra di esse che quasi non è più possibile considerarle unità singole. Se da un lato però perde di significatività in confronto ai flussi, d’altra parte rappresentano ancora un importante spazio fisico dove si sono sedimentati fenomeni sociali di lungo periodo nonché un’ambiente artificiale dove si moltiplicano i  rapporti umani e le esperienze creative e ricreative. Anche la stessa campagna si ridimensiona nell’età contemporanea rappresentando una forma di uso alternativo del suolo ma che comunque è un diverso modo di essere città.

Vecchie e nuove periferie

Ci sono ovviamente non solo differenze storiche nell’urbanistica e nella composizione della città, ma anche fattori culturali, economici e territoriali che incidono sulle diverse composizioni dei sistemi urbani. In America, ad esempio, le tendenza nelle periferie è invertita rispetto a quelle europee; storicamente infatti nei “suburbs”, quelle tipiche zone caratterizzate da uno schema intrecciato di villette unifamiliari, sono zone abitate dalla ricca middle class americana mentre nel vecchio continente le aree sub-urbane sono spesso zone più povere e caratterizzate da forti conflitti sociali. Anche in questo caso ci sono tuttavia ulteriori recenti cambiamenti in queste dinamiche come il ritorno della borghesia al centro storico cittadino da una parte (la cosiddetta gentrification) e la crescita a livello mondiale delle persone che vivono negli slums dall’altra (baraccopoli e favelas) che evidenziano un allargamento delle disuguaglianze economiche e sociali peculiare del nostro tempo.

Valerio Adolini

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