Quando pensiamo alla giustizia tendiamo a immaginare un tribunale, due individui, un giudice e una sentenza. Ma questa non è l’unica forma possibile di risposta alla trasgressione. Esplorare il concetto sociologico di sanzione attraverso le categorie di Émile Durkheim e le pratiche delle società indigene, apre uno sguardo inedito su come le comunità umane costruiscono e riparano il legame sociale.
Sanzione e punizione non sono la stessa cosa
Nel linguaggio comune i termini sanzione e punizione vengono spesso usati come sinonimi. Ma dal punto di vista sociologico c’è una differenza importante. La sanzione è la risposta che una collettività organizza quando qualcuno viola una norma condivisa. Questa risposta può assumere forme molto diverse: può essere un castigo ma anche un atto di riconoscimento pubblico o un rituale di reintegrazione.
In altre parole, la sanzione non è necessariamente negativa: è un meccanismo di regolazione sociale che serve a ribadire le regole del gruppo e a tenere insieme la comunità. Questa distinzione è tutt’altro che astratta. Cambia radicalmente il modo in cui una società risponde al conflitto e alla devianza e che ci costringe a chiederci: la punizione è davvero l’unico modo per fare giustizia?
Durkheim e le due anime della giustizia
Émile Durkheim, uno dei padri fondatori della sociologia, elaborò una distinzione che ancora oggi risulta utile per ragionare su questi temi. Nelle Lezioni di sociologia distingue tra sanzioni repressive e sanzioni restitutive. Le prime sono tipiche delle società a solidarietà meccanica – comunità piccole e omogenee, dove tutti condividono gli stessi valori e la stessa visione del mondo. In questi contesti ogni trasgressione è vissuta come un attacco all’intero gruppo e la risposta è una punizione esemplare: non si tratta solo di colpire il colpevole ma di riaffermare pubblicamente i valori comuni e rafforzare il senso di appartenenza collettiva. Questa logica è alla base del diritto penale.
Le sanzioni restitutive, invece, emergono nelle società moderne a solidarietà organica – società complesse e differenziate dove le persone dipendono le une dalle altre proprio perché sono diverse. Qui la giustizia non punta tanto a punire quanto a riparare il danno e a ristabilire l’equilibrio tra le parti. È la logica che troviamo nel diritto civile. Questa separazione non è solo concettuale ma rimanda a due modi opposti di intendere il rapporto tra individuo e collettività, tra colpa e responsabilità.
Le società indigene: una terza via possibile
È proprio qui che le pratiche sanzionatorie delle società indigene offrono un contributo sorprendente al dibattito. Non si lasciano incasellare facilmente né nell’una né nell’altra categoria di Durkheim. Prendiamo un esempio concreto. In alcune popolazioni indigene dell’America Latina, chi commette un omicidio non viene espulso dalla comunità né incarcerato. Viene invece obbligato a mantenere la famiglia della vittima per dieci anni.
Non si tratta di una semplice compensazione economica: è un gesto simbolico profondo, che ristabilisce il legame spezzato dalla violenza e restituisce continuità al tessuto sociale. Un altro caso significativo riguarda alcune comunità indigene dello Yukon, in Canada, dove è stata adottata la pratica del sentencing circle: il colpevole viene esiliato su un’isola per un periodo prestabilito, non per punirlo ma per dargli il tempo di riflettere e rigenerarsi in vista di un rientro nella comunità in condizioni rinnovate.
In entrambi i casi emerge una logica radicalmente diversa da quella occidentale. La sanzione indigena non punta alla separazione del colpevole dal gruppo, ma al ritessere le relazioni spezzate. Non è verticale – calata dall’alto da uno Stato detentore del monopolio della forza legittima – ma orizzontale, affidata alla memoria e alla sapienza collettiva della comunità.
Dal punto di vista durkheimiano potremmo dire che queste pratiche sembrano incarnare una terza forma di coesione sociale: non fondata sulla somiglianza (solidarietà meccanica) né sulla funzione (solidarietà organica) ma su quello che Axel Honneth chiama stima sociale: la capacità di una comunità di riconoscere il contributo di ciascuno alla vita collettiva, compresi coloro che hanno infranto il legame. Un legame che tiene insieme le comunità non per forza o per contratto, ma per partecipazione affettiva alla condizione degli altri.
Una giustizia che rammenda invece di tagliare
Proviamo a ragionare insieme su cosa ci dicono oggi queste riflessioni. Il modello occidentale di giustizia penale – fondato sulla pena come separazione e neutralizzazione del colpevole – è spesso dato per scontato come l’unico possibile. Ma non è né universale né neutrale. È il prodotto di una specifica visione del mondo che privilegia l’individuo astratto, la certezza della norma e lo Stato come forma universale di organizzazione sociale e detentore del monopolio della violenza legittima. Le pratiche indigene ci mostrano che è possibile pensare la giustizia in modo diverso e non come un mero atto di eliminazione, ma come un processo di riparazione.
Questo non significa romanticizzare le società indigene e nemmeno negare le loro contraddizioni interne. Significa piuttosto usarle come specchio critico per guardare le nostre. In un momento storico in cui il dibattito sulla giustizia riparativa sta guadagnando terreno anche in Europa – dalla mediazione penale ai percorsi di reinserimento – le domande sollevate da Durkheim e dalle esperienze indigene sono tutt’altro che obsolete. Alla fine, la domanda non è se abolire la pena, ma se siamo capaci di pensare la giustizia non solo per chi sbaglia, ma anche per chi resta. Non per occuparci solo di Caino ma per non dimenticare chi aiuta Abele.
Gabriele Ristallo
Riferimenti bibliografici
- Durkheim É. (2016). Lezioni di sociologia. Per una società politica giusta, Napoli-Salerno, Orthotes.
- IILA (2004). Identità dei Popoli Indigeni: aspetti giuridici, antropologici e linguistici, Roma, IILA.
- Durkheim É. (1893). De la division du travail social, Paris, Alcan. [trad. it. La divisione del lavoro sociale, Milano, Edizioni di Comunità, 1962].
- Honneth A. (1992). Lotta per il riconoscimento. Proposte per un’etica del conflitto, Milano, Il Saggiatore, 2002.




































