Un articolo del 3 gennaio scorso de LaRepubblica titolava: “Suicidi in calo in Italia. Ma 10 persone al giorno si tolgono la vita”. Nel 2016, anno in cui è stata elaborata l’ultima rilevazione, emerge che nel corso dei 12 mesi siano state 3870 le persone a compiere un atto suicida. Vi è poi un elemento interessante che risiede nel fatto che siano gli uomini a manifestare una maggiore tendenza al suicidio rispetto alle donne; caratteristica, quest’ultima, rilevata già da Durkheim nella sua opera.

Studiare il suicidio

Portare a compimento un’analisi sociale incentrata sulle tendenze suicidarie vuol dire andare oltre gli avvenimenti privati, isolati e relativi alla sfera psicologica dell’individuo, e inserire tale fenomeno in rapporto all’insieme dei suicidi commessi in una data società, durante un certo arco temporale. Il totale ottenuto da tale rilevazione non va così inteso come una semplice somma di unità, bensì un’entità con propria indipendenza avente natura sociale. Il dato numerico che si ottiene dalla rilevazione è classificabile come un tasso della mortalità-suicida proprio della società considerata.

suicidio orso peluche

Le variazioni osservabili in termini di suicidi commessi in determinati momenti storici segnalano che ogni società detiene in certi momenti storici una propria attitudine alla tendenza suicida, anche in relazione agli effetti che determinati eventi sono in grado di generare. Tuttavia, seppur un dato evento, al di là della sua portata, impieghi un certo intervallo temporale per generare i suoi effetti, è comunque chiaro che ogni rottura dell’equilibrio sociale genera un forte impatto sugli individui. Per cui ciò a cui una ricerca sociale deve ambire non consiste nell’analizzare i metodi di intervento sugli individui isolati, bensì sul gruppo nella sua totalità.

Nascita degli studi sul suicidio

Ogni società è predisposta a fornire un contingente determinato di morti volontarie“. (Durkheim, il Suicidio).

Il processo di osservazione sociale in via di sviluppo fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 trova come suo coronamento l’opera di Emile Durkheim il Suicidio. Lo studio sociologico avente l’obiettivo di analizzare le dinamiche e i fatti sociali che concorrono a determinare l’atto suicida pone le basi per una più ampia osservazione del rapporto che intercorre fra i processi individuali di matrice psicologica e i numerosi fattori presenti in ogni contesto sociale.

Émile Durkheim: il padre della sociologia
Émile Durkheim: il padre della sociologia

Sulla base della tendenza dominante all’interno del contesto culturale del romanticismo, all’interno del quale viene elaborata l’opera, si evidenzia una certa attenzione volta a concentrarsi sul fenomeno del suicidio, seppur collocato in un’ottica astratta e talvolta metafisica. L’importanza dell’inedito lavoro scientifico elaborato da Durkheim consisterà proprio nel capovolgere la visione dominante narrativa e mistica di tale fenomeno sociale, al fine di conferirgli un’impronta empirica ed evidenziare le cause e gli effetti che ne determinano la sua attuazione.

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Durkheim privilegia il sociale, il quale trae origine dalle dinamiche elaborate nella dimensione individuale. La dimensione sociale, però, pur essendo originata dalla sfera propria dell’individuo subisce un’evoluzione che la conduce ad assumere norme proprie e a collocarsi su un livello superiore. Essendo dunque la società un’entità superiore rispetto all’individuo, quest ultimo entra in essa esercitando una certa violenza in rapporto alla sua natura, nel tentativo di superare il suo livello individuale. Si può dunque affermare che “la società sia una coercizione che l’individuo subisce dall’esterno” [1]. 

Tra disgregazione, frammentazione…

In rapporto ai fenomeni di disgregazione e frammentazione delle comunità proprie della nostra epoca emergono con chiarezza numerose analogie e cambiamenti relativi al fenomeno del suicidio. Fattori quali l’incertezza diffusa, l’instabilità economica, il risentimento sociale, le diseguaglianze acquistano rilevanza nelle nostre società ed emergono come determinanti nel compimento di tali fenomeni. La modernità così delineata, infatti, può talvolta essere inserita all’interno di un’ottica contraddittoria laddove emergano contemporaneamente da un lato le sue caratteristiche di stagnazione e immobilismo e dall’altro i numerosi cambiamenti e i rapidi sviluppi per quanto concerne, ad esempio, l’ambito geopolitico e tecnologico. 

quadro Decamps suicidio
Alexandre-Gabriel Decamps, “The Suicide”.

È interessante notare il modo in cui la pluralità di fenomeni e processi sociali propri di sistemi sociali governati dalla globalizzazione influenzino la sfera individuale, all’interno della quale il suicidio altro non è che una forma di espressione che l’individuo detiene per esprimere la sua reazione allo sviluppo e ai cambiamenti delle nostre società. Tuttavia, come già evidenziato da numerosi studi elaborati nel corso del Novecento, alla luce delle statistiche e dei dati empirici, gran parte delle osservazioni di Durkheim non vengono smentite. Anzi, molti dati rilevati dal sociologo vengono rinforzati e rapportati ad un contesto radicalmente differente rispetto a quello in cui l’opera è stata elaborata.

…e desocializzazione

È questo il caso, ad esempio, della prevalenza relativa ad una maggioranza di suicidi registrati all’interno delle aree urbane rispetto alle zone rurali, o ancora, della prevalenza di suicidi all’interno delle classi agiate rispetto alle classi proletarie. In relazione al 1° punto va poi aggiunto che le moderne metropoli rappresentano quei non luoghi all’interno dei quali vigono prioritariamente fenomeni di desocializzazione, che conducono sì ad una solitudine individuale, di tipo artificiale, ma che rimane tuttavia differente dalla solitudine tradizionale. Si può così affermare che i processi di isolamento siano mutati radicalmente rispetto a quelli vigenti all’inizio del secolo scorso. In relazione al secondo punto, va però affermato che ogni segmento e ogni classe sociale presenta proprie peculiarità, ed è dunque opportuno dedicare una maggiore attenzione relativamente a ciascun elemento che compone la più ampia dimensione sociale.

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La teoria del suicidio

Si chiama suicidio ogni morte che risulti mediatamente o immediatamente da un atto positivo o negativo compiuto dalla vittima stessa“.

(È. Durkheim, il Suicidio, Introduzione all’opera)

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Va innanzitutto affermato che all’interno dell’ampia dimensione del suicidio la pluralità di fenomeni non è riconducibile ad un’unica grande categoria. A tale proposito, non possiamo equiparare la morte di colui che precipita da una finestra con quella di colui che, invece, si procura del male nella piena consapevolezza dei suoi atti. Esiste per questo una molteplicità di ragioni circa le cause che sono alla base dell’atto suicida, che fanno riferimento sia all’individuo nella sua sfera emotiva socialmente determinata sia alle condizioni sociali in cui egli vive; collocabili potenzialmente all’interno della stessa classe di analisi: “le cause di morte sono situate fuori di noi, molto più che in noi e ci colpiscono soltanto se ci avventuriamo nella loro sfera di azione” (Durkheim, il Suicidio, Introduzione all’opera). 

Legge sociologica generale

La definizione prima menzionata è però carente in termini descrittivi, in quanto non evidenzia una caretteristica essenziale del fenomeno: la consapevolezza dell’autore. Senza la presa di coscienza di colui che porta al termine l’atto il suicidio non sarebbe tale. Ed è per tale ragione che al termine della definizione va aggiunto che il suicidio è “compiuto dalla vittima stessa consapevole di produrre questo risultato“. Assunto che l’andamento dei suicidi dipende essenzialmente da condizioni sociali è chiaro che il tasso di tale fenomeno sia dunque variabile in situazioni sociali differenti, ed è tale natura variegata che impedisce un approccio prettamente psicologico avente il fine di definirne le ragioni e l’essenza. Innanzitutto Durkheim elabora una classificazione dei suicidi secondo tre modalità sociali, da cui derivano il suicidio egoistico, altruistico e anomico.

Alla base di tale classificazione egli aggiunge che il suicidio “varia in ragione inversa al grado di integrazione della società domestica (famiglia), politica e religiosa” [2]. Elementi, questi, che vengono sommati all’interno di una “legge sociologica generale” secondo cui “il suicidio varia in ragione inversa al grado di integrazione dei gruppi sociali di cui fa parte l’individuo” [3]. L’individuo, inteso come entità che intrattiene rapporti di perenne subordinazione con la società, instaura una relazione di dipendenza con quest’ultima, al fine di esser partecipe delle sue dinamiche, dei suoi meccanismi e delle sue contraddizioni. Ed è in relazione a tale rapporto di dipendenza e di necessità che il suicidio può essere talvolta osservato come “un tributo alla civiltà”,classificabile in qualche modo come una valvola di sfogo all’anomia” [4].

È proprio lo stato generale che dobbiamo cogliere, senza attardarci sui lontani contraccolpi che esso può avere nelle singole coscienze” 

(É. Durkheim, il Suicidio, Libro II – Cause sociali e tipi sociali)

[1] Durkheim, Il dualismo della natura umana e le sue condizioni sociali.[2] Durkheim, il Suicidio.
[3] ibidem.
[4] ibidem.

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