Sempre più la politica fa ricorso a metodi di raccolta delle informazioni sull’elettorato. Da quando nel 1936 per la prima volta gli statistici Gallup e Roper previdero correttamente la rielezione di Roosevelt tramite un’indagine d’opinione su un piccolo campione rappresentativo, contrariamente a quanto avevano fatto altri istituti basandosi su molte più persone, l’utilizzo di questo tipo di strumento è sempre stato in costate aumento.

Totale condizionamento

Oggi tramite sondaggi, questionari e interviste, gli attori politici vogliono conoscere le opinioni e le sensazioni degli elettori riguardo il proprio agire e quello degli altri, tanto che ormai è diventato un mezzo imprescindibile e da cui ormai sono praticamente dipendenti. Il frequente ricorso al “poll” attesta però un cambiamento radicale nel rapporto tra rappresentanti e rappresentati, tanto che possiamo parlare oggi di una “poll driven leadership” ovvero di un forte condizionamento da parte dell’opinione pubblica e dei sondaggi sui rappresentanti e le loro decisioni. La finalità principale dei partiti, oltre a quella di ricoprire cariche pubbliche e perseguire politiche pubbliche, è infatti quella di aumentare il loro elettorato, mantenendo le aspettative dei propri elettori di riferimento e cercando possibilmente di aumentarli ovviamente per essere rieletti. Anche oggi nell’attuale panorama politico italiano possiamo osservare come si è immersi in una perenne campagna elettorale e come politici e giornalisti siano sempre attenti all’indice di gradimento dei diversi partiti e leader.

Fare ciò che è giusto, non ciò che chiedono

Il sondaggio, però, nasce inizialmente nel marketing e serviva alle aziende per sapere cosa i clienti pensavano riguardo al proprio marchio, ai prodotti e al servizio offerti. Solo successivamente ha invaso la politica. Difatti in una visione che oggi definiremmo quasi “romantica” molti statisti e personaggi della politica del ‘900 si dichiararono contrari a questa nuova modalità di azionepoll driven”: per Winston Churchill, infatti, ciò non era congeniale a quella che è la funzione pedagogica della politica. Il vero politico, il vero statista, non deve accontentare gli elettori ma il suo compito è, data la lungimiranza che lo contraddistingue, quello di portare a soluzioni che altri nemmeno vedono, e proprio su questi presupposti fonda la sua leadership; e non sul soddisfacimento di interessi particolari. La “sondo-crazia” porterebbe inoltre ad una deresponsabilizzazione del decisore in quanto come detto il suo ruolo è solo quello di “accontentare” gli elettori. Non sempre  ciò che chiedono gli elettori individualmente è ciò che realmente è più adatto alla risoluzione effettiva dei problemi e non sempre hanno tutte le informazioni (giuste) al riguardo.

Programma, leader ed elettori

Oggi invece si sondano le preferenze degli elettori già a partire dalla costruzione del programma: la molteplicità degli interessi presenti nella società viene così rappresentata non più utilizzando il filtro ideologico ma come la mera somma delle preferenze espresse dai singoli cittadini, sempre più post-ideologici, tramite sondaggio. Il programma elettorale non è più risultato di dibattiti interni al partito o il riflesso della visione della società che ha quel partito ma delineato sulla base dell’opinione pubblica. Nell’attuale fase di grande volatilità elettorale, il ricorso a questa pratica può quindi rappresentare un passaggio fondamentale nel successo elettorale di un partito. Bisogna quindi sempre stare attenti a chi ci promette proprio quello che chiediamo (perché sa ciò che vogliamo) ma valutare attentamente se ha concretamente la capacita di farlo. Allo stesso modo, data la sempre maggiore rilevanza che assume il capo di partito nella politica contemporanea, si seleziona la leadership. Si testa a mezzo sondaggio la fiducia e il consenso degli esponenti del partito arrivando così a incoronare come leader il più popolare, senza talvolta passare da primarie o discussioni interne. Secondo alcuni autori, addirittura il carisma di un leader sarebbe un tratto costruito con strategia, successivo alla verifica del sondaggio di popolarità. La continua esposizione ai sondaggi può però anche influenzare il voto degli elettori stessi durante la campagna elettorale soprattutto in caso di forte indecisione: gli elettori possono spostarsi verso un partito che i sondaggi danno per vincente con il cosiddetto “effetto bandwagon o al contrario può andare “in soccorso” di quel partito che le previsioni danno in svantaggio quasi in modo anticonformista, tramite quello che viene definito “effetto underdog.

Verso un giusto utilizzo

La questione quindi è molto complessa e insidiosa perché d’altra parte nella democrazia rappresentativa può rappresentare un grande strumento tramite cui manifestare la propria approvazione o meno nei confronti dell’operato politico non solo durane la fase elettorale ma anche durante la fase “di governo”,  aiutando il funzionamento del sistema. Soprattutto in un periodo come questo, in cui i partiti sono meno radicati socialmente e molto indeboliti dal punto di vista della rappresentanza sociale, questi si possono riavvicinare all’elettorato proprio tramite il giusto utilizzo di questi mezzi come al contrario gli elettori stessi possono comunicare direttamente con i partiti, far capire le proprie necessità, le preoccupazioni, i problemi e insieme progettare politiche pubbliche virtuose.

Valerio Adolini

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