Era il 1954 quando Bill Haley and his Comets registravano la celeberrima Rock around the clock, un blues in 12 misure che secondo numerosi critici musicali sancì la nascita del rock’n’roll negli Stati Uniti. La formazione di questa nuova musica è ricollegabile proprio agli States per via della confluenza di generi differenti presenti in loco: le musiche afroamericane come il blues e le influenze della musica country intesa come musica rurale, la facevano da padrona in una forte contaminazione che ha sempre caratterizzato l’America, una terra nata dall’incrocio di razze e culture eterogenee. In queste mescolanze tra musica “bianca” e musica “nera”, proprio un anno più tardi, fece il suo esordio il Re del rock’n’roll: Elvis Presley.

Uno dei più celebri cantanti del Novecento, considerato una vera e propria icona culturale nonché fonte di ispirazione per molti musicisti e interpreti che lo hanno succeduto. Giovane, bello e provocatorio ha esercitato una notevole influenza sulla cultura americana conformista degli anni Cinquanta, complice di una forte ondata di benessere consumistico, che permise la rapida ascesa del rocker dal ciuffo brillantinato.

Comprendere i fatti

Per illustrare sociologicamente la musica rock ed il successo di Elvis Presley bisogna analizzare l’interazione del contesto storico-sociale, il talento individuale dell’artista, il ruolo dei mass media, le strategie dell’industria culturale ed infine la ricezione del pubblico. Il sociologo inglese Iain Chambers racconta che alla fine degli anni Trenta esplose un duro scontro commerciale tra le stazioni radio americane e gli editori musicali, causato dall’ aumento delle tariffe dei diritti d’autore da parte di questi ultimi, per frenare il crescente successo delle radio.

Iain Chambers
Iain Chambers

Per combattere gli editori, le stazioni radio reagirono formando proprie organizzazioni per il controllo dei diritti, ma furono costrette a proporre altra musica al di fuori di quella gestita dagli editori, aprendo le porte al blues (un tempo etichettato come race music, per via delle influenze dalla cultura afroamericana) e al country. Fra gli ascoltatori di questi nuovi programmi radiofonici vi era anche il giovane Presley che, insieme a molti altri ascoltatori, componevano una nuova categoria di pubblico molto attratta dall’industria consumistica.

Proprio nella figura dei giovani si individuò una diversa tipologia di consumatore che, sfruttando la maggiore disponibilità economica del periodo, poteva avere accesso ad un mercato specifico, fatto di vestiti, dischi e riviste che accresceva il loro tempo libero, non più visto come scopo di arricchimento dell’adorniano passatempo, ma come «materia prima dell’esistenza personale, il contesto più significativo in cui abbiamo la possibilità di affermare il nostro io». In questo spazio sociale i giovani erano i protagonisti di specifici stili di vita, spesso profondamente differenti dal mondo degli adulti, decretando essi stessi il successo del rock’n’roll, che con i suoi testi divenne strumento di rappresentazione simbolica giovanile.

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L’Ascesa del rock’n’roll

L’ascesa del rock’n’roll consacrò anche la carriera artistica di Elvis fin dal suo primo lavoro discografico omonimo, divenendo un vero e proprio disco da record con oltre un milione di copie vendute ed una permanenza totale nelle classifiche americane di ben 49 settimane. Questo gli permise, nello stesso anno, di prendere parte a numerosi concerti nei maggiori teatri americani e diverse apparizioni televisive negli show d’intrattenimento più seguiti.

Nonostante i grandi traguardi raggiunti, la società americana più conservatrice non vide di buon occhio “un bianco fare cose da neri”, cosa che non fu certo accolta positivamente neanche dalla critica musicale e dall’opinione pubblica, ancora affezionata al country e al gospel di ispirazione cristiano-metodista che, a differenza delle tematiche più spinte e allusive trattate dal rock’n’roll, parlavano per lo più di fede religiosa e dedizione verso la propria patria. Tutto questo portò a dei veri e propri attacchi da parte della critica nei confronti del cantante e della sua musica, con l’obiettivo di ripristinare l’ordine nei programmi delle stazioni radio e nella cultura giovanile facilmente soggiogabile. Il primo episodio, il più eclatante, che diede adito a numerose critiche fu la sua presenza al Milton Berle Show nel giugno 1956.

Il caso del Milton Berle Show

Lo show dell’attore e presentatore hollywoodiano Milton Berle era lo spettacolo di varietà più seguito dal pubblico televisivo statunitense fin dal suo esordio nel 1948. La scaletta di quella serata prevedeva l’esecuzione della famosissima Hound Dog da parte di Elvis. In quel frangente il cantante di Memphis non si limitò nei suoi balli e nelle movenze che caratterizzavano i suoi spettacoli musicali, alimentando l’euforia delle fan presenti in studio.

Il giorno seguente, la reazione alla performance è stata quasi uniformemente negativa. L’esibizione al Milton Berle Show provocò un forte scossone nell’opinione pubblica che arrivò a etichettare Elvis come un pericoloso depravato, colpevole della delinquenza di molti giovani americani. Numerose associazioni cattoliche scandalizzate sia a causa del ritmo considerato “assatanato”, sia per le movenze selvagge nelle quali egli si produceva durante le sue esibizioni, cominciarono a perseguitarlo, rendendolo oggetto di una dura e violenta campagna denigratoria.

Adorno e la volgarità

Le movenze e i balli di Elvis Presley furono additati come osceni e volgari da una fascia di pubblico non ancora del tutto pronta ad un genere considerato troppo prematuro per prendere il sopravvento sulla scena musicale. Theodor W. Adorno parla del concetto di volgarità come aspetto decisivo della musica leggera, una tipologia di volgarità che ha radici sociali ed è “inesorabilmente controllata per non ostacolare la vendibilità del prodotto”.

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Secondo il filosofo tedesco, la volgarità della musica degrada l’artista e lo identifica nell’avvilimento stesso attraverso l’utilizzo di frasi fatte come la mancanza di spiritualità e la sensualità sfrenata. Concetto che porta al degrado anche l’ascoltatore di tale musica. Differente è l’analisi proposta dai sociologi Simon Frith e Richard Middleton, che indirizzarono l’analisi partendo da una categoria precedentemente illustrata in questo paragrafo: i teenager.

I teenagers e il mercato musicale

Questa categoria, socialmente riconosciuta già una decina di anni prima, rappresentava per i sociologi britannici il vero e proprio protagonista del rock’n’roll. La loro mania di consumo sfrenato giustificata dalla loro mancanza di obblighi (specialmente dopo la fine del servizio militare obbligatorio), incuteva paura alla società di vecchio stampo per la loro mancanza di valori.

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«Esperti di questioni giovanili, insegnanti e giovani operai erano preoccupati delle conseguenze di questo stato di cose. Gli ambienti conservatori criticavano l’edonismo individualistico e la mancanza di sentimenti pubblici e collettivi da parte dei giovani. […] Per i media, il vero problema non era tanto la banalità della vita dei teenager, quanto la loro apparente predisposizione al sesso e alla violenza. La paura di un mondo di giovani permeabili agli interessi del mondo degli adulti e dominati da norme di comportamento di gruppo è diffusa almeno fin dagli inizi del secolo».

Musica di rottura

Queste le principali cause che, secondo Frith, influenzavano i gruppi rock’n’roll del momento (Elvis compreso), nella scrittura di testi che si avvicinassero il più possibile all’attitudine dei giovani ribelli americani, fatta di amori adolescenziali, feste sfrenate e belle macchine. Per Middleton il rock’n’roll rappresentava una musica di rottura, differente da qualsiasi altro genere musicale nato prima di essa. La particolarità era proprio la forte relazione stretta con il ceto medio-basso della società americana: la classe operaia e i giovani ispirarono i cantanti che integrarono le varie componenti della vita, del sesso e della religione, della mente e del corpo, del lavoro e del tempo libero, del piacere e della sofferenza nelle loro canzoni.

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Elvis Presley in Tupelo, Mississippi Sept 26, 1956 © 1978 Roger Marshutz—MPTV

Il ruolo dell’industria musicale in questo settore è a dir poco fondamentale nel livellamento degli artisti, basti pensare allo stesso Elvis che passò nel giro di qualche anno, da mito ribelle a icona patriottica e reazionaria, evidenziando, secondo Frith, il “solito luogo comune” della musica rock di successo: «Pur nelle sue varie versioni, la trama è sempre la stessa: uno sviluppo di creatività (da parte di artisti, fasce di pubblico, località, sottoculture) a cui fanno seguito il controllo e la rigidità delle case discografiche». In questo frangente, più la casa discografica ha importanza e potere decisionale sulle minori etichette discografiche, più il prodotto “commerciale” del momento subirà notevoli tagli e censure al proprio lavoro, con la promessa più richiesta dall’artista: la fama.

Riccardo Cilli

BIBLIOGRAFIA

  • T. W. Adorno, Introduzione alla sociologia della musica (1962), Einaudi, Torino 2002.
  • I. Chambers, Ritmi urbani: musica pop e cultura popolare (1985), Meltemi, Milano 2018.
  • S. Frith, Sociologia del Rock (1978), Feltrinelli, Milano 1982.
  • R. Middleton, Studiare la popular music (1990), Feltrinelli, Milano 1994.
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