Quando si diventa adulti ci si illude che le favole, in cui ingenuamente si crede nell’infanzia, abbandonino l’influenza sulla nostra visione del mondo, per iniziare a riconoscere una realtà oggettiva e senza filtri. Non ci si rende conto di quanto alcune narrazioni, parole e gesti, ancora oggi incidano sul nostro immaginario collettivo, sui valori, sul modo di pensare e agire. Certi racconti, trasmessi sui giornali, social network e TV, invadono la quotidianità costantemente, accomunando la visione della maggioranza delle persone. Un esempio, molto discusso e anche molto diffuso, è sicuramente la descrizione mediatica del femminicidio.
Alle origini del femminicidio.. e del patriarcato
Il termine femminicidio è stato introdotto dalla ricercatrice e attivista Diana E.H.Russell negli anni ’90 per indicare l’uccisione da parte di uomini nei confronti delle donne per motivi di genere, con una matrice patriarcale. Quando si parla di patriarcato si intende un sistema sociale in cui il potere, l’autorità e il controllo appartengono agli uomini. L’inizio preciso di questa forma di suddivisione e prevaricazione è ancora incerto, ma le testimonianze che giungono dai tempi lontani raccontano di una rappresentazione sociale della donna subordinata all’uomo o addirittura come metafora di matrice di tutti i mali.
Esemplare è il mito greco di Pandora: Zeus- re degli dèi- donò un vaso a Pandora -la prima donna mortale creata da Efesto dio del fuoco- il quale però le aveva ordinato di lasciarlo chiuso. Tuttavia, Pandora disobbedì e aprì il vaso e da esso uscirono tutti gli spiriti maligni della gelosia vecchiaia, malattia, pazzia e vizio che si precipitarono sul Mondo.
Aristotele
O ancora, studiamo, ricordiamo, riportiamo oggi i pensieri di Aristotele – uno dei più conosciuti filosofi occidentali dell’antichità – in cui esprimeva la totale incapacità delle donne di comandare a differenza degli uomini. Inferiorità e atrocità si mescolano e danno vita con il passare dei secoli all’immaginario cucito addosso alle donne.
Il carattere peccatore attribuito alla sessualità femminile è incarnato nella società greca anche dai numerosi mostri femminili mitologici: dalla spaventosa Sfinge, alle Erinni, alle Arpie, o le seduttrici Sirene, pronte ad ingannare con il loro canto i marinai. La donna viene così disumanizzata ed espropriata da individualità ed autonomia.
Le radici della cultura patriarcale
La mitologia greca potrebbe sembrare troppo lontana rispetto al XXI secolo, ma certe argomentazioni sono presenti tutt’oggi e diventati a tutti gli effetti cronaca quotidiana: dalle disuguaglianze economiche con salari più bassi alle donne, ad un divario di leadership con una maggioranza nettamente maschile, ad una descrizione del corpo femminile come oggetto puramente sessuale, alle leggi che non garantiscono alcuni diritti fondamentali, come il diritto all’aborto, al terrore che cammina in strada vicino ad ogni ragazza, sguardi, mani e voci moleste, fino ad arrivare ai corpi abusati, schiavizzati e addirittura uccisi.
È come se ogni donna dovesse seguire un manuale, che recita più o meno così: non andare all’ultimo appuntamento, non vestirti in quel modo, non ridere troppo forte, annuisci SILENZIOSA. Non discutere, non guardare, cammina veloce, non passeggiare in quella via, non tornare a casa tardi, NON NON NON. Le donne crescono a pane e divieti, imparano presto a NON fidarsi degli uomini, degli sguardi, del sostegno o supporto. Un ronzio perenne accompagna le loro culle. Il vestiario è inciso sul marmo sempre da altri, in base al contesto, in base al momento e in base alle voglie altrui.
Tra divieti e paure
Divieti e paura, paura di uscire, paura di camminare, paura di lavorare, di chiudere una porta, di divertirsi TROPPO. Troppo corta quella gonna, troppo alto quel tacco, copriti o scopriti ma solo quando lo decidono loro, troppo alto il tono della risata, troppo alcol bevuto stasera, troppa voglia di ballare, troppo scollata quella maglia e ancora, ancora, ancora. Queste parole diventano ninna nanne mentre ti addormenti. Divieti, paura e troppe cose da correggere.
Nate con questo peccato mortale – Eva prima colpevole – scolpito nelle narrazioni, nei gesti, negli sguardi. Resta incrostato sotto le unghie, nei commenti che volano in strada, negli occhi dei passanti, nelle mani di padri, fidanzati, amici, preti, parenti.
Quando una donna pensa, spera, che tutta questa violenza sia da condannare e ha ben in mente chi ha le colpe, ricorda chiaramente chi le ha procurata quel graffio, chi le ha lanciato il primo oggetto, chi l’ha insultata, chi l’ha picchiata, chi l’ha stuprata, fino spesso all’uccisione, improvvisamente tutti gli altri lo dimenticano, come se fosse uno squallido sortilegio e la vittima si trasforma in carnefice.
Cultura patriarcale nei media e nella legislazione
Sui giornali, in TV, nei discorsi da bar e rabbia, terrore, nausea si mescolano. Nessuno vede, nessuno ascolta, nessuno sente e così si continua a ripetere quel copione insegnato dall’infanzia. Proprio come quella poesia da recitare a scuola, dove le maestre o maestri non attendevano non una frase qualsiasi ma solo e unicamente quelle “fottute rime”.
La cultura patriarcale si riflette anche sulla legislazione, ne è un esempio il nostro Belpaese dove sino al 1981 vigeva il delitto d’onore -il 587 del Codice Penale, risaliva all’epoca fascista e pronunciava: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostante, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”. In sintesi, nei casi di omicidio per motivazioni legati all’onore si poteva ottenere uno sconto sulla pena, misura largamente utilizzata per legittimare il femminicidio.
La difficoltà di narrare la violenza e il femminicidio
Lo stesso anno viene abolito il matrimonio riparatore, legge che estingueva il reato di stupro e violenza nel momento in cui il colpevole diventava il marito della donna abusata. Quando le discriminazioni e le violenze diventano legge, il cambiamento sociale e politico diviene difficile e lento, anche quando vengono abolite delle norme come nel caso del delitto d’onore e matrimonio riparatore.
Questo processo viene definito con il termine istituzionalizzazione, tramite il quale norme e pratiche si strutturano nella vita sociale. Le istituzioni implicano la definizione di ruoli, diritti e doveri da rispettare per i membri di una determinata società, procurando anche un cambiamento degli schemi cognitivi degli individui che iniziano a dare per scontata nella loro vita la presenza istituzionale. Attraverso risorse simboliche, materiali e culturali la forza normativa delle istituzioni si rafforza nel tempo. Difatti, con il passare degli anni il racconto mediatico, ma anche alcune sentenze giuridiche, non hanno cambiato il loro approccio quando si affrontano temi come il femminicidio. Secondo l’analisi dei dati del ministero dell’interno, le donne uccise dal 1 gennaio 2023 al 18 giugno 2023 sono 55, specialmente in ambito familiare/ affettivo.

Dal primo gennaio al 22 novembre 2024 sono state uccise 100 donne, escludendo i casi dubbi. Tuttavia, da parte di politici e dalla maggior parte dei media si ha molta difficoltà ad affrontare e descrivere il femminicidio e la violenza di genere.
Frame di riferimento del femminicidio
In moltissimi articoli, il termine femminicidio viene sostituito da omicidio, oscurando totalmente la responsabilità culturale di tali uccisioni. Inoltre, viene approfondita la condizione psicologica del killer, o le dinamiche relazionali, ridimensionando un fenomeno sociale a uno invece particolare. Altre volte si offrono consigli alle donne su come non farsi uccidere, non nominando minimante ad un possibile intervento educativo e sociale. Così abbiamo in prima pagina, nei giornali più noti, magistrati che invitano donne a non presentarsi all’ultimo appuntamento, colpevolizzandole della loro stessa morte.


Si trovano anche pubblicità nella metro di Milano dove si consiglia di dare alle donne gli strumenti per combattere la violenza. Ogniqualvolta che viene trasmessa, comunicata, una notizia, essa poggia su cornici di riferimento, unite anche ai valori, credenze o stereotipi, immagazzinati nel tempo ed emergono come pezzi di un puzzle per comporre le cornici mediatiche in cui descrivere un evento.
Nel caso dei femminicidi succede la stessa operazione, un delitto è descritto in un frame consono all’opinione pubblica. Scegliendo di utilizzare determinate parole e non altre il messaggio veicolato, facendo risaltare alcuni dettagli anziché altri. Riprendendo l’analisi della ricercatrice Pina Lalli nel suo libro L’amore non uccide. Femminicidio e discorso pubblico, possiamo notare un primo particolare quando leggiamo le notizie inerenti all’uccisione di donne:



Questi sono solo tre esempi che dimostrano come l’uccisione non sia inquadrata immediatamente con il termine femminicidio, ma si continua a preferire l’utilizzo di omicidio, termine più generico che esula dal problema sistemico derivato dalla discriminazione di genere.
Altre cornici del femminicidio: raptus e mostro
Procedendo con la ricerca, possiamo individuare altre cornici. Una parola molto frequente nel vocabolario giornalistico è la parola raptus. E’ il singolo uomo ad aver avuto questo impulso improvviso e incontrollato che l’ha spinto ad ammazzare. Quindi, ancora una volta il problema ricade sulla singola persona, catapultata fuori da una socializzazione generica e dalle responsabilità culturali. Anche quando il termine raptus non viene riportato, non mancano le spiegazioni tutte psicologiche che descrivono l’assassino vittima di se stesso.


Sempre pronti a disumanizzare, si utilizzano anche vocaboli ancorati ad un mondo immaginario, fiabesco, proprio quello che terrorizzava da piccole e piccoli. Arriva il mostro.

Collegandoci invece alla retorica della pubblicità affissa nella metro di Milano e alle dichiarazioni di Maria Monteleone, quando si parla di femminicidio uno dei focus più diffusi è il comportamento avuto dalla donna prima dell’accaduto, interrogandosi sul perché non si sia salvata. Secondo questa narrazione la prevenzione ai comportamenti violenti da parte degli uomini deve essere fatta dalle donne, che dovrebbero imparare a difendersi, a intercettare i primi sintomi di un raptus, a riconoscere i comportamenti di un mostro senza interpellare, invece, il comportamento maschile. Senza provare ad intervenire sulla decostruzione del ruolo dell’uomo sulle sfere sociali e sulle pratiche di dominio.



L’interrogativo del “si poteva salvare?” dopo un femminicidio emerge anche per le innumerevoli denunce da parte di donne e i mancati divieti di avvicinamento o interventi da parte delle istituzioni. Dal 1 gennaio al 30 settembre del 2024 l 1522 – NumeroAnti Violenza e Stalking-ha avuto circa 48mila contatti, tra telefonate, app e chat. Con un aumento del 57% rispetto ai primi 9 mesi del 2023.

Il Caso Giulia Cecchettin
Quando si decide di denunciare, non tutti gli avvocati, forze dell’ordine o giudici credono alle parole di una donna che ha subìto violenza e, spesso, nelle aule dei tribunali è la donna che viene interrogata sui suoi comportamenti, sulle proprie abitudini. Si parla infatti di vittimizzazione secondaria, quando le donne diventano vittime una seconda volta da parte delle istituzioni.
Un cambiamento radicale, quindi, che deve partire in ogni organismo, come dai tribunali. Si è parlato molto del femminicidio di Giulia Cecchettin, uccisa l’11 novembre 2023 dall’ex ragazzo. I famigliari della vittima si sono esposti immediatamente, tra cui anche il padre, Gino Cecchettin. Dopo cinque udienze davanti alla Corte d’assise di Venezia, l’ex ragazzo, Filippo Turetta, è stato condannato all’ergastolo. Riporto l’intervento di Gino Cecchetin dopo il verdetto:
“Abbiamo perso tutti come società. Nessuno mi ridarà indietro Giulia, non sono né più sollevato né più triste rispetto a ieri. È chiaro che è stata fatta giustizia, ma dovremmo fare di più come esseri umani, la violenza di genere va combattuta con la prevenzione, non con le pene. Come essere umano mi sento sconfitto, come papà non è cambiato niente rispetto a ieri o a un anno fa”.
Fallimento sociale?
Fallimento sociale per ogni donna che continua ad essere discriminata, molestata, stuprata e uccisa. Si potrebbe oramai definire il femminicidio un fatto sociale: «qualsiasi maniera di fare, fissata o meno, suscettibile di esercitare sull’individuo una costrizione esteriore; o anche (un modo di fare) che è generale nell’estensione di una data società pur possedendo una esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali.» Dare un nome ad un’azione, in questo caso parlando di femminicidio, è uno dei primi passi verso un nuovo modello di riconoscimento dei fenomeni sociali riuscendo a definire percorsi diversi per una vita collettiva più inclusiva e rispettosa. Indagando le origini che hanno portato a questo sistema patriarcale e cercando risposte sociali ad un problema strutturale.
Non esistono mostri, raptus, amori incondizionati, ma solo comportamenti radicati da analizzare e combattere per arrivare ad una società dove le donne possano essere finalmente libera di essere sé stesse. Bisogna intervenire sulla violenza di genera con strumenti che non siano solamente singolari, ma utilizzando più canali come la scuola, l’educazione in famiglia, tra coetanei, uscendo da questa bolla di omertà, smettendola di ignorare le varie denunce, le urla della porta accanto, i racconti di amiche, sorelle, madri o di chiudere gli occhi davanti ad alcuni gesti e parole dei propri amici, fratelli, padri e fingere che tutto vada bene.
La poesia di Cristina Torre Cáceres
Anche l’arte è un mezzo per divulgare simboli e messaggi capaci di creare nuovi orizzonti, come la poesia di Cristina Torre Cáceres diventata per molte donne un grido condiviso:
"Se domani non rispondo alle tue chiamate, mamma.
Se non ti dico che non torno a cena. Se domani, il taxi non appare. Forse sono avvolta nelle lenzuola di un hotel, su una strada o in un sacco nero (Mara, Micaela, Majo, Mariana).
Forse sono in una valigia o mi sono persa sulla spiaggia (Emily, Shirley). Non aver paura, mamma, se vedi che sono stata pugnalata(Luz Marina). Non gridare quando vedi che mi hanno trascinata per i capelli (Arlette). Cara mamma, non piangere se scopri che mi hanno impalata (Lucía).
Ti diranno che sono stata io, che non ho urlato abbastanza, che era il modo in cui ero vestita, l'alcool nel sangue.
Ti diranno che era giusto, che ero da sola.
Che il mio ex psicopatico aveva delle ragioni, che ero infedele, che ero una puttana.
Ti diranno che ho vissuto, mamma, che ho osato volare molto in alto in un mondo senza aria.
Te lo giuro, mamma, sono morta combattendo.
Te lo giuro, mia cara mamma, ho urlato tanto forte quanto ho volato in alto. Ti ricorderai di me, mamma, saprai che sono stata io a rovinarlo quando avrai di fronte tutte le donne che urleranno il mio nome. Perché lo so, mamma, tu non ti fermerai.
Ma, per carità, non legare mia sorella.
Non rinchiudere le mie cugine, non limitare le tue nipoti. Non è colpa tua, mamma, non è stata nemmeno mia.
Sono loro, saranno sempre loro.
Lotta per le vostre ali, quelle ali che mi hanno tagliato.
Lotta per loro, perché possano essere libere di volare più in alto di me. Combatti perché possano urlare più forte di me.
Perché possano vivere senza paura, mamma, proprio come ho vissuto io. Mamma, non piangere le mie ceneri.
Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l'ultima".
Arianna De Maggio
Riferimenti
- Silvia Campese, 1983, Madre materia: donna, casa, città nell’antropologia di Aristotele, in Madre materia. Sociologia e biologia della donna greca
- Erving Goffman, 1974, Frame Analysis. L’organizzazione dell’esperienza Émile Durkheim, 1895, Le Regole del Metodo Sociologico
- Pina Lalli, 2020, L’amore non uccide. Femminicidio e discorso pubblico
- Lorenza Pleuteri, 25 novembre 2023, Osservatorio Diritti, Femminicidi: in Italia cento vittime in meno di undici mesi, Disponibile su:https:// www.osservatoriodiritti.it/2024/11/25/femminicidi/
- Annalisa Cangemi, 2024, fanpage.it, Nel 2024 aumentate quasi del 60% le chiamate delle donne al numero anti violenza 1522, Disponibile su: https:// www.fanpage.it/politica/nel-2024-aumentate-quasi-del-60-le-chiamate- delle-donne-al-numero-anti-violenza-1522/
- JenniferGuerra,2024,fanpage.it,La lezione di Gino Cecchettin su giustizia e violenza di genere


































