Giugno è il mese del pride, ossia dell’orgoglio LGBTQ+, e questo mese, pandemia da Covid a parte, avremmo potuto assistere a diverse manifestazioni di piazza che avrebbero dato un nuovo impulso all’azione messa in atto dal movimento LGBTQ+. La sigla, per chi se lo chiedesse, rispettivamente corrisponde a: lesbiche, gay, bisessuali, trans-gender/sessuali, queer e altre categorie o “etichette” che designano altre condizioni relative all’orientamento sessuale o all’identità di genere. Queste azioni sono volte a ottenere maggiori diritti sul piano legislativo e a scardinare l’oppressione e lo stigma che grava sulle persone che si riconoscono in queste qualificazioni.

Dal punto di vista di un sociologo, queste manifestazioni sono vere e proprie azioni volte all’istituzionalizzazione. Azioni perché, secondo la tradizione weberiana dell’azione sociale, esse hanno il contenuto di un’intenzionalità cosciente; volte all’istituzionalizzazione perché rivendicano diritti civili e la costruzione di una normalità che possa esprimersi attorno al concetto di “varianza” del comportamento umano, declinato nell’orientamento sessuale e nelle identità sessuali e di genere. Tuttavia, queste azioni dividono vari strati della società che, per svariate ragioni, non accettano questo cambiamento sociale.

Approfondiamo questi aspetti tenendo conto, però, del fine che sta alla base di questo movimento fin dalle sue origini; perlopiù è opportuno guardare con sospetto le manifestazioni di emancipazione, perché, trattare di “libertà” è un po’ come parlare del nulla se non si circostanziano quali sono gli atti concreti che rendono l’azione LGBTQ+ un movimento sociale volto alla liberazione dell’individuo dall’oppressione sociale. Questo processo, questa fenomenologia, questa serie storica di sviluppo delle istituzioni egalitarie rappresentano il punto di incontro di questa modalità di analisi, che, pur fermo restando che non ci si trova in uno stadio arretrato di questa fenomenologia ma in uno dei più avanzati, è da considerarsi limitante il pensiero o il convincimento per cui con le manifestazioni attuali si è raggiunti il grado ottimale di liberazione. Dunque, il sospetto è più che lecito.

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Il “coming out” tra liberazione ed oppressione

Uno degli strumenti di lotta contro le discriminazioni utilizzato da quella che viene chiamata “comunità LGBTQ+” (anche se non rassomiglia quasi per niente a una comunità vera e propria) è rappresentato dal cosiddetto “coming out. Attenzione però, questa azione non è volta esclusivamente a rivelare la propria identità sessuale o di genere, come spesso si suole pensare. Piuttosto, più in generale, riguarda l’atto di rivelare un aspetto intimo e celato della propria vita privata. Fare coming out – che letteralmente suonerebbe come “uscire fuori (of the closet/dall’armadio)” – non è affatto facile per chi si trova in una situazione inoppugnabile come quella di essere attratto dalle persone del proprio stesso sesso e che, quindi, non può modificare; e né si può modificare, come si credeva un tempo, con le famose “terapie riparative” (con tutte le virgolette del caso) o con tentativi di persuasione di alcun genere. Insomma, diversamente da quella che sembra essere proprio una bias cognitiva molto diffusa, ossia che si possa diventare omosessuali o viceversa eterosessuali, le preferenze sessuali, al contrario, sembrano essere qualcosa di connaturato con l’individuo e che non possono essere modificate con l’esperienza o con l’influenza sociale. Aldilà delle considerazioni sulle modalità di presa di coscienza prima, e sulla rivelazione di questi aspetti che una volta si trovavano celati al pubblico poi, la pratica del “coming out” è molto diffusa in quanto, forse, non si è trovata un’alternativa alla lotta per acquisire diritti e abbattere la stigmatizzazione. Si crede altresì che la “visibilità”, la “trasparenza” o la “popolarità” siano i tratti distintivi di una cultura queer che dia risalto e sostegno a quello che dovrebbe essere un processo di emancipazione, oltre che di affossamento della cultura omobitransfobica. Le cose non stanno proprio così, o comunque non dovrebbero essere poste in questi termini.

Dunque, date queste premesse dobbiamo condurre una riflessione per risolvere il dilemma circa il fatto che questa manifestazione costituisca una pratica di emancipazione oppure al contrario che si tratti di un episodio di “falsa coscienza” e, quindi, sia da ricondurre a una (involontaria) subordinazione all’oppressione dell’ordine eteronormativo e cisnormativo. In sostanza ci chiediamo se “emancipazione” è sinonimo di “espressione” delle identità – sessuali e di genere – (concetto piuttosto oscuro, in quanto le identità – queste identità – sono un prodotto storico recente che nasce dalla contrapposizione di esse), oppure se questa necessaria osservanza di esprimersi a pieno non sia in realtà un’imposizione che, seppur proveniente dal basso, ha un effetto di coazione in quanto istituzione “invisibile” a una prima osservazione. Per questo scopo, faremo uso più avanti di un concetto grazie al quale ci sarà possibile corroborare e indicare meglio i quesiti di partenza. Ma prima, è bene passare in rassegna delle considerazioni riguardo usi e costumi di quelle che sembrano configurarsi come tendenze generali di un processo più ampio che investe tutte le sfere della vita sociale.

Pratiche di confessione

Si annoverano tra le “pratiche di confessione” il coming out e l’outing; anche se fra le due esiste una differenza cruciale. Mentre il primo concetto rimanda all’azione volontaria di esprimere un aspetto intimo della propria vita privata, che prima era tenuto nascosto per ragioni a volte molteplici ed eterogenee; il secondo fa riferimento all’atto di “svelare” questo aspetto della vita privata di un individuo da parte di un terzo, senza l’esplicito consenso dell’interessat*. Queste pratiche, che io preferisco chiamare “di confessione”. sono paradigmatiche della gestione della vita privata e del rapporto instaurantesi tra questa e lo spazio pubblico. Infatti, se le immergiamo nel contesto socioeconomico della modernità (sempre che con questo termine non incappiamo in ambiguità di significanza concettuale; insomma, prendiamolo con una certa leggerezza e serietà al tempo stesso considerando che nella letteratura sociologica si parla spesso di modernità in associazione con la nascita dello Stato-nazionale e del capitalismo; a noi, più avanti, interesserà questa secondo concetto), esse costituiscono un “faro” o, per meglio dire, un’”indizio” su un fenomeno più generale che è quello della “colonizzazione” dello spazio pubblico da parte del privato. I discorsi sono costruiti ad immagine e somiglianza della propria vita privata; il privato, la privatizzazione degli spazi, è un complesso corpo di accadimenti che giungono a contaminare l’agorà pubblica della tradizione greca con le proprie vicende di natura personale.

Insomma, l’imperativo dominante sembra comandare: “non tenere dentro nulla, sputa fuori tutto”. E sulla falsariga di questo motto si muovono tutti quei programmi della “confessione”, come è stato appunto nominato il programma condotto dal giornalista de Il Fatto Quotidiano Peter Gomez (ma qua non mi dilungo ulteriormente, sennò si sconfina oltre).

Ora, passando all’analisi del rapporto economia-società, mostrerò quanto cerco di dimostrare che la fenomenologia dell’azione LGBTQ+ ha una base materiale, ciò significa che è attribuibile in buona parte al mutamento economico (il reperimento e la trasformazione delle risorse con i modi di produzione della ricchezza materiale) il mutamento sul piano culturale o ideazionale (le visioni del mondo degli attori sociali). (Perlomeno questo è quanto emerge da queste ipotesi congetturali).

Neoliberismo e cultura neoliberista

Chi avrebbe mai detto che tra l’espressione di queste identità sessuali e di genere e la base economica intercorre un rapporto causale (intendiamoci: di influenza non prettamente deterministica!), perlomeno non necessariamente unilaterale? Forse Marx. Ma, anche senza scomodare il filosofo di Treviri, possiamo semplicemente richiamarci alla “teoria del rispecchiamento”, come spesso viene ricordata. Secondo la teoria marxista, gli aspetti che stanno alla base della struttura – i rapporti economico-sociali che sottendono alla dinamica sociale – influenzano in modo (quasi) determinante gli aspetti sovrastrutturali della stessa – tutto l’insieme, potremmo dire, delle razionalizzazioni che “nascondono” o “mistificano” il nocciolo duro della società, vale a dire gli interessi economici – dando ragione di molti fenomeni sociali, come il diritto, la religione, la filosofia, ecc.

Ora, con l’avvenuta neoliberalizzazione delle attività economiche con la svolta degli anni Ottanta (pensiamo solo alla Tatcher quando affermò: “la società non esiste”), e la successiva deregulation, si è passati, in diversi paesi – soprattutto anglosassoni (Usa e Gran Bretagna) –, a un regime di libera concorrenza che ha favorito pressoché la nascita di nuovi oligopoli, trasformando col tempo non solo i produttori ma soprattutto i consumatori modificando i loro ruoli: i primi orientati alla produzione nel settore terziario, nei servizi; i secondi al consumo di prodotti intangibili, culturali e di massa. L’azione LGBTQ+ si colloca in un contesto in cui l’eteronormatività viene spacciata, incoraggiata, spronata e pubblicizzata a modello dominante, perché dominante era il regime di libera concorrenza prevalente nell’Europa occidentale e, soprattutto, negli Stati Uniti d’America. Con il progressivo espandersi delle liberalizzazioni negli ultimi decenni – e qui, mi riferisco più nello specifico, al proliferare di nuovi soggetti di produzione culturale, come le emittenti televisive private (in Italia: Mediaset e La 7, per dirne due) o alla crescita di Internet – si è assistito a una crescita del pluralismo culturale, con molti vecchi detentori del potere culturale in crisi (come giornali o la televisione di stato) e altri soggetti in crescita e, allo stesso tempo, in concorrenza tra loro. Si è trattato, in questo caso, di una vera e propria concorrenza per il prestigio, per la notorietà.

Diciamo che queste forze che abbiamo chiamato “nuovi soggetti di produzione culturale” hanno avuto un ruolo preminente nell’orientare nelle persone scelte, gusti, preferenze, ecc. e dunque nella composizione complessiva delle forme culturali di appropriazione e differenziazione (cito, e qui non mi dilungo troppo, la costruzione dell’identità sessuale come meccanismo e tentativo di appropriarsi e, al tempo stesso, differenziarsi di un tratto che può essere comune o diseguale da altri con quell’elemento di discrimine). Così si assiste a nuove espressioni di sessualità e del genere che – è bene ricordarlo – non erano inesistenti precedentemente, ma si trovavano in uno stato di latenza e di impossibilità espressiva, dovute al fatto che lo stato si introduceva massicciamente nella vita privata dei suoi cittadini irregimentandoli (pensiamo ai regimi totalitari).

Ma fino a pochi anni fa le cose stavano diversamente in merito alle questioni riguardanti i gruppi LGBTQ+. Cosa è cambiato nel frattempo? Cosa è stato così determinante nel far mutare verso una maggiore apertura a questioni come, per esempio, le unioni civili tra persone dello stesso sesso in Italia nel 2016? È possibile che, conformemente alla mia ipotesi, si sia trattato di un mutamento della base economica, ossia la frattura con il passato riguardo l’economia pianificata e la nuova deregulation hanno imposto maggiore libertà anche sul piano delle manifestazioni culturali? Ebbene, la risposta a queste domande è molto difficile a trovarsi. Per questo, dobbiamo affrontare un altro tema riguardo la forza della cultura sugli individui; la problematica è cercare di capire come la normatività si irradia nel tessuto sociale, divenendo un mezzo di cogenza piuttosto vigoroso, un’istituzione insomma.

Jurgen Habermas

Eteronormatività e cisnormatività

Queste due parole chiave rimandano a quello che per Jürgen Habermas, nella sua teoria sociologica, è il mondo-della-vita (lebenswelt), ovverosia il mondo dei valori e delle norme che diamo per scontati, che nessuno si sognerebbe di mettere in discussione. In realtà, il concetto di lebenswelt non è propriamente di Habermas; lebenswelt è piuttosto un concetto presente nelle opere del filosofo fenomenologo Edmund Husserl il quale, coniando questa espressione, dà vita a un nuovo modo di intendere il quotidiano. Se integriamo questo concetto con quello di fiducia (trust) presente nell’etnometodologia di Harold Garfinkel, ecco che abbiamo dato origine a un modo di vedere la questione LGBTQ+ da una prospettiva molto probabilmente innovativa: eteronormatività e cisnormatività, allora, saranno concetti significativi nella misura in cui saranno legati a queste prospettive teoriche.

Scendendo un po’ più in basso nella nostra scala di astrazione: cosa significano, concretamente, eteronormatività e cisnormatività? Diamo una prima definizione ristretta. La prima fa riferimento alla pratica o all’insieme di regole che delimitano i costumi sessuali considerati normativi in una data società ai soli rapporti tra persone di diverso sesso (eteros in greco vuol dire “diverso”, “opposto”). La seconda, invece, attiene alla concezione secondo la quale l’identità di genere normativa è costituita esclusivamente da quella cisgender (cis in latino significa “al di qua da”), ossia di quelle persone che si riconoscono nel proprio sesso biologico di nascita. Tuttavia, è lecito soffermarsi sulle questioni che riguardano la costruzione di quell’atteggiamento “naturale” (che però naturale non è proprio) attorno all’eteronormatività e alla cisnormatività, che porta attori istituzionali e individui singoli ad assumere tacitamente (e in maniera menzognera) l’eterosessualità e il cisgenderismo a condizioni normali della natura umana. Diversamente da quanto si crede, la sessualità umana può assumere diverse varianti di sentimento e comportamento i quali, ad ogni modo, sono “disciplinati” dalla cultura della società in cui questi prendono parte. Basti pensare che nell’antica Grecia non esistevano termini univoci per distinguere i rapporti tra le persone, in quanto questo non era necessario, siccome vigeva la legge della natura, per meglio dire: quella di Eros. E questo è quanto bastava.

Karl Marx

Falsa coscienza e vera emancipazione

A questo punto faremo uso di un concetto che era già stato adoperato da Karl Marx nel suo impianto teorico per definire (e sussumere) ogni deviazione dal determinismo economicista del sociologo di Treviri. Allo stesso modo farò io, tentando di instaurare un’associazione tra il piano economico e quello sociale, o delle idee, come ho cercato di argomentare sopra. Parto col dire che farò uso del concetto di “falsa coscienza” per spiegare il fenomeno, più o meno omogeneo, del “coming out” come espressione illusoria di una piena e più completa libertà conquistata; quindi, condurrò una critica serrata all’opinione, molto diffusa tra i molti, che questa pratica rappresenti una modalità di emancipazione, se non la modalità di emancipazione del movimento per eccellenza.

In breve, potremmo dire che la libertà-di-espressione è una “libertà-di” e non una “libertà-da”, come di converso lo è il “potere-di” e non il “potere-su” a dare forma alla libertà in un raggio di azione che sia sanzionabile e riconosciuto dagli altri. Ma è anche vero, dopotutto, che la libertà-di-espressione del Sé abbia delle ripercussioni sul piano dell’Alter nella misura in cui l’espressione delle preferenze sessuali o della propria identità di genere può dar luogo – e spesso è così – a identità stabili quanto queste siano definite dalla situazione. Quindi, in altre parole, non è il Sé ad autodefinirsi, se non in modalità categoriali che la società porge lui sotto forma di opzioni da scegliere.

Entrando nella fattispecie di, rispettivamente, identità sessuali e di genere, queste creazioni – perché di identità costruite dalla e con la società si sta parlando (!) –, sono altro meno frutto di un processo di costruzione-costituzione coscienziale che prende parte dalla e nella società e da questa non può prescinderne.

Quindi, il mio ragionamento ridotto didatticamente all’osso:

  • se è nella società che l’individuo apprende il codice per autodefinire la propria forma, la propria identità;
  • e sempre nella società avvengono quei processi di costruzione identitaria, del Sé e, dunque nella fattispecie delle identità sessuali e di genere;
  • allora dobbiamo ricercare nella società le cause della creazione-oppressione di tutte quelle identità considerate devianti dall’ordine simbolico-normativo presente nello status-quo.

Per tirare le fila di tutto il discorso e per giungere presto a un accordo linguistico: cosa intendo definitivamente con i concetti di “falsa coscienza” e “vera emancipazione” nel contesto etero-cisnormativo? In definitiva, vorrei mostrare come si può avere una coscienza distorta della propria emancipazione e in luogo di questa ingannarsi che lo stadio di maggiore libertà sia stato ottenuto; al contrario, ciò che cerco di svelare e di incentivare al tempo stesso è un modo di vivere la libertà-di-espressione come una libertà-di che fa uso di uno strumento di liberazione che non segua le direttive imperanti nella società dall’ordine etero-cisnormativo, ossia quella di dare per scontata la conformità sessuale/di genere dell’Alter a quella di una presunta maggioranza statistica.

Questo ci porta al prossimo, nonché ultimo, paragrafo riguardante le modalità di liberazione e a un più maturo stadio di emancipazione del movimento. Perché se il nostro intento è quello di dare vita a una società che tratti gli individui con più egualitarismo di quanto non sia stato già messo in atto, allora dobbiamo sforzarci di dare un maggiore spessore al nostro spirito critico.

Lo stadio ultimo di liberazione

Giunti a questo punto della nostra riflessione possiamo ancora interrogarci circa la natura del processo, quella fenomenologia che si libra dal passato per accordarsi a un futuro che ancora non c’è ma che ancora una volta possiamo rendere prevedibile. Mi sono pronunciato per ben due volte con il verbo “possiamo” perché voglio insistere sul fatto che, nonostante le caratteristiche totalizzanti del sistema sociale e del complesso culturale di etero-cisnormatività presente allo strato del lebenswelt, il nostro spirito critico non ci trattiene dal discernere con costanza e sospetto le menzogne dette da chi si proclama portatore della verità e, circa le questioni sociali a favore di qualsiasi causa, di coloro che proclamano che “la società è così” tout court.

Per questo e altri motivi che ho addotto sopra, i movimenti LGBTQ+ e, più in generale, l’azione volta a istituzionalizzare la tutela del benessere delle persone LGBTQ+, manca di uno stadio, a mio avviso, per una liberazione dell’Eros che, per richiamarmi a Marcuse, passi per quelle minoranze (ma forse, passatemi l’iperbolicità del mio filosofare, è da porre al vaglio del dubbio anche questa nozione – “minoranza” – che sembra non essere appropriata e in linea con alcune supposizioni biologiche sulla sessualità umana) incarnanti i nuovi soggetti storici in grado di praticare la rivoluzione sociale contro i meccanismi del capitalismo. Peccato che, come ho cercato di mostrare, il capitalismo ha “divorato” questi soggetti nella propria logica neoliberista; però al tempo stesso ha favorito lo sviluppo di quella liberalizzazione, lenta e graduale, che ha costituito un raccordo tra benessere simbolico post-materiale dato dalla lotta contro la stigmatizzazione e la legiferazione di diritti per i nuovi soggetti in campo. Tuttavia, è bene notare con l’occhio vispo e attento che l’ultimo e conclusivo stadio di questa fenomenologia non consiste affatto, a mio parere, nelle “pratiche di confessione” come prima le ho chiamate, e nemmeno nell’affermare che i movimenti LGBTQ+ siano l’”alternativa”, la “varianza” o ancora, la “diversità”. Ma, al contrario, molte di quelle battaglie portate avanti dal movimento si devono concentrare nella fierezza di affermare sostantivamente l’Eros come centro di relazioni affettive e educative che pervengono all’istituzione di una nuova “grammatica” in modo da ingenerare una nuova normatività, e abbattere quella vetusta normatività sessuale e di genere espressione di un’istituzione discriminatoria e men che meno repressiva che è l’istituzione etero-cisnormativa. Abbattere questo modello educativo e impositivo consentirà un “nuovo corso” per la morfogenesi delle relazioni sociali.

Vivere uguali in dignità e moralità sono la più grande conquista di civiltà che l’homo sapiens è riuscito a realizzare. Saremo capaci di vivere nella diversità come punto di incontro delle culture e momento di scambio come fonte di ogni ricchezza intellettuale? La sfida consiste nel vivere uguali e nella differenza: ne saremo in grado?

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