Ha praticamente introdotto la Settimana della Sociologia, che si svolgerà dal 12 al 20 settembre con eventi in numerosi Atenei su tutto il territorio nazionale. Stiamo parlando del Festival della sociologia, che ha messo la splendida cittadina medievale di Narni al centro dell’attenzione sociologica in Italia. Il Festival, giunto alla terza edizione, nasce come occasione di incontro per accademici, professionisti, operatori sociali, studiosi, studenti, ma soprattutto per il grande pubblico: un’importante occasione per discutere sulle questioni rilevanti della società contemporanea e per lanciare nuovi spunti utili alla costruzione della società del futuro, a tutti i livelli, economico, politico, culturale e sociale. E ovviamente Sociologicamente non poteva mancare. Abbiamo parlato con la direttrice del Festival, la Prof.ssa Maria Caterina Federici, ordinaria dell’università di Perugia e coordinatrice del Corso di Laurea in Scienze per l’investigazione e la sicurezza.

Quando e come è nata l’idea del Festival?
L’idea è nata qualche anno fa in concomitanza del festival dell’economia a Trento, che ha successivamente inaugurato una serie di altri festival come quello della letteratura a Mantova o quello della filosofia a Modena. Allora anche noi abbiamo pensato che la sociologia, a pari dignità con le altre discipline, potesse avere un proprio festival. Dopo un’accurata discussione tra colleghi, si è giunti quindi alla nascita della Settimana della Sociologia, durante la quale in numerosi atenei si discute su vari temi della sociologia. Il Festival, aprendo questa settimana, offre invece un’occasione di discussione su un tema centrale che quest’anno appunto è “confini e convivenze” e dà l’opportunità alla sociologia stessa di dialogare sia all’interno delle proprie competenze che con le altre discipline, ma soprattutto con il territorio. Ci saranno infatti tavole rotonde con economisti, filosofi, imprenditori, ma si parlerà anche di cinema, di tecnologia e molto altro ancora nel corso dei moltissimi eventi“.

Perché proprio questo tema, “confini e convivenze?
Perché la sociologia si mette alla prova del mutamento. Oggi sentiamo praticamente dappertutto parlare di “muri”. Ma sappiamo anche che la muraglia cinese è stata costruita per tenere lontano l’avanzata mongola, ma gli ultimi imperatori cinesi furono proprio mongoli. Quindi è un tema non semplice e su cui bisogna riflettere molto“.

Quante persone sono accorse qui durante il festival?
Non ho numeri precisi ma so che a Narni e nei borghi limitrofi, da tempo, alberghi, affittacamere, B&B, ristoranti sono tutti in sold out“.

Perché proprio Narni?
Questa è una domanda che mi sono sentita fare dagli inizi. Primo, perché è una comunità e fare comunità vuol dire che un giovane ragazzo o ragazza può incontrare per strada un Franco Ferrarotti o un altro grande in una relazione diversa da quella che si avrebbe in una grande città. In secondo luogo, perché Narni è un esempio e un modello di come la sociologia dialoga con il territorio. La sede Unipg a Narni, infatti, è nata da una collaborazione con la Regione, a fronte della crisi industrial-chimica presente in questa area. Da sociologa ho accettato la sfida, abbiamo lavorato insieme e oggi università e territorio formano una grande filiera di sviluppo economico con 1.200 studenti che vivono la città, creano sviluppo nella città, studiano e soprattutto amano questa città“.

Quante persone ci sono dietro il Festival?
Devo dire non moltissimi, a parte i numerosi ragazzi dello staff. Abbiamo però una grande collaborazione con il Comune e il Sindaco, l’Assessore alla Cultura è sempre presente e tra l’altro ha la delega “università e festival”, e lo stesso Rettore ha sottolineato gli ottimi rapporti. E non è così facile trovare un’amministrazione cosi disponibile. Invece i preparativi per l’edizione successiva iniziano immediatamente al termine del Festival, anche se da giugno c’è una maggior intensità“.

Ci sono altri Enti che partecipano e coordinano il Festival?
Abbiamo un partenariato molto forte con la Fondazione La Sapienza, la Fondazione Pio V e la lega delle cooperative. Oltre ovviamente al Comune“.

Ci può raccontare qualche retroscena?
Devo dire che, nonostante tutto, agli inizi c’era un po’ di perplessità intorno a Narni. Qualcuno pensava fossero meglio Roma o Milano. Poi si è posto l’accento sul fatto che anche Trento è una piccola città, anche Mantova, Udine dove ci sono altri festival di successo. Narni ha inoltre una comunità accogliente anche se all’inizio ci sono state delle resistenze, ma poi le cose sono andate per il meglio ed oggi c’è un grande rapporto con la cittadinanza. Inoltre il Festival premia anche un giovane tra i dottorandi e gli studiosi nel campo delle scienze sociali e quest’anno abbiamo avuto un grande imbarazzo nella scelta perché almeno il 75% dei candidati meritava il Premio Pareto per la sociologia“.

Il Festival è stato un successo. Si è parlato di identità, di conflitto, di migrazione, culture, di terrorismo e lavoro ma anche di cinema, sostenibilità e di digitale durante gli infiniti eventi, panel, lectio magistralis, aperilibri in cui grandi autori come Ferrarotti, Jedlowski, Le Breton e professori da tutto lo stivale si sono confrontati con i presenti. Ciò ha mostrato non solo la capacità della Sociologia di leggere i mutamenti sociali in atto ma soprattutto quella di saper comunicare questo sapere al territorio e ai cittadini. Vorremmo concludere con le parole del Maestro Franco Ferrarotti all’apertura del festival.

Oggi ci sono molte culture politiche fondate sulla paura del diverso ma dal diverso nasce la creatività e quindi lo sviluppo. Ciò induce i capi politici a creare muri. Ma alterità è identità: solo tramite il confronto con gli altri posso prendere coscienza della mia identità. Oggi invece l’identità viene intesa solo e soprattutto in senso commerciale. Di fronte al rischio di perdere la propria identità, intere popolazioni si possono legittimamente mobilitare contro il diverso. Ma bisogna ricordare che l’identità è un processo dialogico continuo nel tempo, è un processo psicologico, antropologico e sociale, non è un dato di fatto. Oggi prevalgono i valori strumentali ma non dobbiamo perdere di vista i valori finali: quelli di umanità e di giustizia“.

Valerio Adolini

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