Immagina di vivere in una realtà dove per accedere al quartiere nel quale vivi occorre farti riconoscere da un vigilantes che è di turno in una guardiola e che ne sorveglia l’apertura dei cancelli. Immagina di vivere in una realtà in cui gli spazi pubblici sono curati esattamente come quelli privati: giardini con erba incredibilmente verde, strade pulite senza immondizia, nessun mendicante, scuole private, servizi di alta qualità, bambini che giocano indisturbati in strada e mamme casalinghe ben vestite il cui timore interiorizzato dello “straniero” è totalmente assopito dalla consapevolezza di vivere in un contesto che si presenta come una bolla sociale iper-sorvegliata, e per questo sicura.

Immagina poi di alzare lo sguardo oltre quelle aree verdi e di scorgere delle mura alte che separano le strade pulite, gli spazi verdi, le mamme e i bambini dal mondo esterno, da chiunque non sia un vicino di quartiere o un loro conoscente. Immagina di vedere delle recinzioni oltre le quali si trova il mondo fuori, quello multiculturale, variegato, centro di scambi, di produzione sociale, di fermento culturale, ma anche sovrappopolato, complicato, caotico, a tratti violento e pericoloso.

Nonostante quella appena descritta sembri l’invenzione di due realtà antitetiche immaginate per introdurre il lettore a una storia ambientata in un futuro distopico stile “Black mirror”, in molte città del mondo contemporaneo sono invece dimensioni abitative reali, in cui le classi sociali più agiate hanno scelto di vivere. Dall’Italia, a Rio de Janeiro, a Los Angeles, a Johannesburg, a Lagos: sono delle modalità spaziali di abitare le città del tutto peculiari e contemporanee, chiamate Gated Communities.

Indice

Gated communities: una definizione

Le “gated communities”, in italiano “comunità recintate”, sono diventate oggetto di studio dagli anni ’90, quando ne è stata registrata una grande diffusione. In “city of Walls”, Caldeira fornisce una definizione di gated community:

“Uno sviluppo di residenze multiple, perlopiù grattacieli, invariabilmente murati e con ingressi sorvegliati dalla sicurezza, che di solito occupano una vasta area con paesaggi curati e includono tutti i tipi di servizi per uso collettivo. Nell’ultimo decennio sono diventate la residenza preferita dai ricchi e tendono a essere ambienti socialmente omogenei. Le persone che scelgono di abitare questi spazi apprezzano il fatto di vivere tra persone selezionate che considerano appartenenti al loro stesso gruppo sociale e lontano da interazioni indesiderate, eterogeneità, pericolo e permeabilità delle strade a libero accesso.”

In alcune aree geografiche è un fenomeno frequente, soprattutto in quei paesi caratterizzati da un’elevata diseguaglianza economica e alti tassi di criminalità, dove è consueta la ricerca di un qualche tipo di protezione che porta ad una separazione tra la classe medio-alta dal resto del tessuto urbano, tendenzialmente più povero. Le gated communities possono essere composte da case mono-familiari (opzione tendenzialmente preferita in contesti come Stati Uniti e Argentina) oppure da edifici a più piani come palazzi e grattacieli (presenti, ad esempio, in Cina e in Brasile).

Perché nascono la gated communities?

Dagli anni ’80 circa, la globalizzazione dell’economia e la crescita delle diseguaglianze sociali insieme con il ritiro del welfare sociale da parte dello stato hanno portato ad un aumento della violenza urbana, nonché ad una privatizzazione degli spazi di sicurezza. Secondo quest’ottica, le gated communities si configurano come una risposta abitativa di particolari gruppi sociali ai processi di globalizzazione. In contesti ad alto tasso di criminalità come in America Latina o in Africa, questi paesaggi abitativi appaiono come delle vere e proprie modalità di sopravvivenza da parte delle classi più agiate che, allarmate da pericoli concreti, si rifugiano in complessi recintati e sorvegliati per provare un maggior senso di tutela e sicurezza.

Ma le gated communities si sono sviluppate anche in aree geografiche il cui quadro culturale appare certamente più sicuro e meno minaccioso rispetto a città come Buenos Aires, Johannesburg o Città del Messico. Parliamo di New york, Las Vegas, Laguna Beach, Beverly Hills, Newport e le troviamo persino in Italia, nell’hinterland milanese, dove vicino al comune di Basiglio nel 2011 è stata fondata Borgo Vione.

Gated community: risvolti psicologici e sociali

Anthony Giddens (1938), fornendo una sua interpretazione del “senso di insicurezza” che pervade la società contemporanea, afferma che con i processi di globalizzazione i rapporti locali basati sulla collettività e la cooperazione tendono ad essere sfavoriti, e a questa dinamica di disaggregazione sociale consegue il frammentarsi e l’affievolirsi delle interazioni sociali ma anche affettive ed emotive. Le relazioni umane sono diventare più distaccate, formali, asettiche, ed individualizzate.

Ed è partendo da queste dinamiche che, secondo Giddens, nella società contemporanea si è diffuso un senso di incertezza e di minaccia, che si è trasformato in una percezione dei rischi sociali, ma anche urbani, più acuta e amplificata rispetto a quella che è la realtà oggettiva dei fatti. In risposta a ciò, alcuni componenti delle classi più agiate, sopraffatti da questo senso di minaccia ignoto ma onnipresente, si sono trovati a prediligere una vita fatta di fortezze recintate, che concede un apparente senso di tutela e sicurezza per sé e per la propria famiglia.

Date le grosse barriere economiche all’entrata di questi complessi residenziali, da un punto di vista antropologico all’interno dei quartieri si struttura un’omogeneità di classe, razza, etnia, religione ed ecosistema di valori. Ed è proprio sull’omogeneità del tessuto sociale delle gated communities che è importante fare una riflessione.

Low (2001) sostiene:

“Durante i periodi di declino economico e stress sociale, le persone della classe media diventano ansiose di mantenere il loro status sociale. La scissione sociale con il resto della società offre una strategia che è rafforzata da stereotipi culturali e distorsioni mediatiche, consentendo alle persone di separarsi psicologicamente da coloro che percepiscono come una minaccia per la tranquillità e stabilità del loro quartiere. I muri e i cancelli della comunità riflettono questa scissione sia fisicamente che metaforicamente: con le brave persone (la parte buona, “noi”) dentro, e il male (“gli altri”, lo straniero) che rimane fuori.”

A questo proposito alcuni ricercatori sostengono che le persone che vivono in queste comunità hanno sviluppato un senso di auto-ghettizzazione e di divisione molto dura e delineata tra “interno” ed “esterno”, tra i loro pari e “gli altri”, più pericolosi, fuori. Blakely e Snyder (1997) osservano che “lo scopo di cancelli e muri è di limitare il contatto sociale”, ma un contatto sociale ridotto rischia di trasformarsi, appunto, in un auto-ghettizzazione che porta i cittadini stessi a chiudersi in una “filter bubble” reale anziché virtuale, auto-escludendosi da informazioni, contesti, situazioni, scambi relazionali e umani, che non sono in linea con il loro punto di vista, isolandosi nella loro bolla ideologica e culturale.

L’Antropologa Setha M. Low nel 2001 intervistò alcuni residenti di varie gated communities in America, da cui trasse l’idea che gli attori sociali provassero un senso pervasivo minaccia appena entravano in contesti “culturalmente misti” come ad esempio i centri città, dove aumentavano le probabilità di incontrare persone appartenenti a classi sociali più povere rispetto alla loro.

Ecco le parole di Felicia, una mamma che abitava nella gated community di San Antonio:

“Mia figlia si sente molto minacciata quando vede le persone povere. (..) Il motivo è che non è stata abbastanza esposta alla loro visibilità. Un giorno stavamo guidando accanto ad un camion con alcuni braccianti che avevano delle attrezzature sul retro del veicolo. Noi eravamo parcheggiati accanto al loro semaforo e mia figlia voleva spostarsi perché aveva paura che quelle persone sarebbero venute a prenderla, le sembravano spaventose. Le ho spiegato che erano operai, "la spina dorsale del nostro paese" e che tornavano dal lavoro.”

Ecco, la testimonianza di questa mamma è forse la dimostrazione più esplicita del rischio che corre la società occidentale in termini di perdita generazionale di patrimonio culturale, relazionale, emotivo, ed affettivo, se il paradigma abitativo delle gated communities continuerà a svilupparsi ed espandersi come è successo fino ad ora. Il rischio è quello di sviluppare menti sempre meno disponibili al confronto, sempre meno flessibili e tolleranti rispetto alla presenza dell’“altro” estraneo, e sempre più asettiche e svuotate di creatività.

Mayla Bottaro

Bibliografia