Con il ritorno dei taliban in Afghanistan, le politiche censorie e iconoclastiche nei confronti delle donne sono divenute sempre più massicce. Il ruolo delle donne è, praticamente, nullo e l’identità sem­pre più annichilita da pratiche ostative e fatwe che sanciscono precetti coranici cui ottemperare.

Sembra lecito interrogarsi sulle pratiche di geopolitica di genere e di esclusione messe in atto in Af­ghanistan per scardinare formazioni discorsive e costruzioni di senso.

Qual è il potere latente delle donne? Perché vengono bistrattate dalla scena pubblica? Che ruolo hanno le immagini nella geopolitica di genere?

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Stato dell’arte e geopolitica di genere

Dopo circa 20 anni dall’allora intervento americano in Afganistan, a seguito dell’attentato avvenuto l’11 settembre del 2001, le truppe americane lasciano Kabul in preda alle razzie dei taliban. É il 15 agosto del 2021 e, oltre ad avere proclamato l’Emirato Islamico Afghano, i taliban occupano i luo­ghi del potere e immortalano i loro successi con foto autocelebrative.

Siamo catapultati all’interno di uno scenario anacronistico. A dettare ordine sociale e politico é la Sharia, ma soprattutto quella voglia perdurante di affermarsi in qualità di soggetto politico nello scacchiere internazionale e, per­ché no, intessere relazioni amicali e, quindi, commerciali con la Cina e tutte le alleanze che ne deri­vano (chissà, forse, persino con la Nuova Zelanda, se solo riflettessimo sulla scelta di ospitare a Ka­bul una giovane donna gravida neozelandese).

Oggi ci troviamo dinnanzi ad un contesto geopolitico particolarmente conflittuale, dominato da alleanze strategiche e guerre retoricamente confessionali e, troppo spesso, per procura. A subire l’efferatezza dell’ennesima pratica ostativa e reiterante attua­ta dai taliban sono state, ancora una volta, le donne.

Sin dall’inizio hanno avuto un ruolo centrale nell’ambito dei processi di state building islamico, in­fatti, furono molteplici le prescrizioni e  gli hadit[1] creati ad  hoc per bistrattarle dalla scena sociale e politica islamica, nonostante le politiche di conquista attuate, precedentemente, dalle medesime.

Obbligo di indossare il burqa, il niqab o l’hijab[2], di essere accompagnate da un Mahram (parente stretto e uomo, quindi, padre, fratello o marito) per svolgere attività fuori casa; di non vestire all’occidentale; non guardare in faccia un uomo; di non iscriversi all’Università (pare che oggi, abbiano l’accesso, ma in aule separate); di non rivelare il proprio nome ad un uomo, poiché non permesso. Delle donne, se ne può parlare fino a quando sono piccole, ricorda un musulmano ad un giornalista.

L’uccisione violenta e la disobbedienza simbolica delle donne in Afghanistan

Da quando gli “Studenti del Corano” hanno invaso Kabul, alle donne non è permesso nemmeno es­sere attiviste e combattenti. Sono state barbaramente uccise, sotterrate, offese e denigrate. I buoni propositi tanto decantati dai talebani, all’indomani della caduta del governo di Kabul, furono presto disattesi. Niente sport, niente social, nessun potere decisionale, nessuna giornalista e nessuna music­ista.

Furono distrutte le immagini e, soprattutto, la prima orchestra femminile (ZOHRA) dell’Isti­tuto Musicale Nazionale. Le immagini di pianoforti distrutti e spartiti fatti a brandelli hanno rappresentat­o bene la sineddoche della violenza di genere.

L’istruzione è bandita, le donne non devono es­sere istruite, oppure, qualora lo fossero, potrebbero essere educate solo da donne, per evitare qualsivoglia socializza­zione maschile. Molte attiviste, proprio perchè ribelli, sono state uccise.

Mah Gul aveva 20 anni. Era una giovane donna che viveva ad Herat ed è stata decapitata dalla famiglia di suo marito, per avere rifiutato di prostituirsi. L’attivista Laila Haidani gestiva un centro di recupero per le donne finanziato con due negozi e ristoranti chiusi dai talebani ed è costretta a vivere nascosta e a meditare la fuga. Zahira, altra giovane di 20 anni, uccisa perché indossava i jeans e non aveva il volto coper­to. Un talebano la uccise puntandole una pistola in viso, con i complimenti dei mullah[3].

L’agente Banu Negat è stata uccisa in casa davanti alla famiglia  a Firozkoh, capitale della provincia di Ghor. Incinta di otto mesi, ha perso la vita per opera dei taliban. Giovani donne, considerate troppo “occi­dentali” furono sotterrate perché empie ai dettami coranici. “Lapidiamo le  donne per il bene dell’Islam”! Questo il monito che ha decretato simili scenari agghiaccianti[4].

Geopolitica di genere: oltre la censura

Mentre ricorsi strategici ai precetti etno-confessionali e la diatriba in atto tra i vecchi e i nuovi tali­ban, insieme con i miliziani dell’ISIS-K, segnano la linea di demarcazione tra vecchie alleanze e nuovi conflitti; mentre i taliban rifiutano l’intervento dell’America e scherniscono l’Iran dai giochi di potere, puntando su allelanze con i paesi Musulmani, le donne di Kabul e delle provincie limitro­fe hanno trovato il coraggio di ribellarsi.

Dalle manifetazioni avvenute nelle celebri città di Kabul, Herat e Mazar-i-Sharif, roccaforte del fronte anti-taliban, in cui le donne disobbedirono civil­mente con dei fiori tra le mani, alle rivendica­zioni e lotte per i diritti di quelle donne morte assassinate perché attiviste.

Poliziotte, com­mercianti, docenti, donne di cultura, vittime dei sacrilegi talebani; la disobbedienza delle donne af­ghane si è manifestata attraverso il gesto simbolico della consegna dei fiori. Un fiore per un fucile, era il moni­to che guidava la ribellione delle donne di Kabul, ma a Mazar-i-Sharif, le donne si batte­rono per strappare loro le armi.

Nelle provincie, i taliban credono di avere più potere e lo eserci­tano arre­stando e frustando le donne prigioniere perché troppo esterofile o anti- musulmane.

A Mazar-i-Shar­if, la dissobbedienza fu più sentita, poiché fu la prima città in cui chiusero l’Università e, conse­guentemente, fu bandita l’istruzione per donne e bambine. La geopolitica di genere andò oltre attra­verso la censura e il revisionismo dei programmi delle materie che, ovviamente, dovevano riproporr­e alleanze e coalizioni musulmane e schernire tutto quel che proviene dall’Iran empio e dai Paesi filo-occidentali.

Le immagini di genere. Per un’iconoclastia mediatica e una geopolitica delle icone

Oltre ai decaloghi che hanno costituito gli obblighi morali, religiosi, e politici, cui le donne debbano ottemperare (pare che oggi, non sia concessa loro nemmeno libertà di igiene personale, divieto imputabile a fontane dotate di acqua calda, a fronte dell’austerità da praticare usando l’acqua fredda); pratiche di ostracismo e violenza simbolica, ma concreta, sanciscono la lotta di genere in Afghanistan.

Volti nascosti, corpi coperti, sguardi plurali ed omessi. Un caleidoscopio di immagini, all’interno di una cultura di matrice aniconica segna la rinascita dei talebani e la disfatta del potere del governo di Kabul. Molte donne, ancora bambine, vengono vendute dalle famiglie, per ovviare alle scarse con­dizioni economiche  in cui versano; altre vengono rapite, altre ancora giustiziate perché troppo belle ed occidentali. Il quesito che occore porsi è, in tal senso, illuminante: perché le pratiche censorie e ostative sono iniziate da e per le immagini di genere?

Da quel famigerato 15 agosto del 2021, ci sia­mo ritrovati immersi in immagini di potere. I taliban, seduti e sbeffeggianti nella camera del presi­dente fuggito, gli uomini disperati e le donne segregate, in prenda all’esodo all’aeroporto di Kabul, con l’intento di aggrapparsi alle ali degli Air force, corpi divelti e caduchi dai cieli afghani, ma so­pratutto volti ritraenti donne in abito da cerimonia o, semplicemente, manichini femminili, puntual­mente decapitati, perché raffiguranti volti di donne. Questi volti nascosti, celano funzionalità politi­che plurali. 

Geopolitica di genere: no alle donne, sì agli slogan politici

Non a caso, spariscono dai muri i murales raffiguranti donne e vengono sostituiti da slogan e bandiere talebane. La Fatwa[5] impone che le donne debbano stare a casa e non debbano es­sere raffigurate. L’icona delle donne “emancipate” all’occidentale, viene censurata e diventa me­dium di un puritanesimo geopolitico che passa anche dalla lingua.

Molti luoghi appellati con refe­renti femminili, furono sostituiti perché il nome, oltre che l’immagine della donna, non deve com­parire. Perchè una cultura di matrice aniconica, impone la cancellazione di immagini di donne e volti femminili dalle strade di Kabul, perchè contro la Sharia; e per contro, immagini di potere ma­schile, che come da sineddoche rappresentano la vittoria dei talebani e la disfatta americana, vengo­no, invece, esibite ed ostentate? 

Se le immagini di donne, rappresentano idolatra, le immagini di guerra a noi pervenute e le scelte geopolitiche fatte nel corso del tempo anacronistico in cui ci anno inserito, sembra lecito interrogarsi sulla geopolitica delle immagini alle quali le artiste iraniane han­no risposto immortalando per quadri e per murales la disobbedienza civile e l’ostracismo di cui sono vittime. Shadi Ghadirian, in “La scomparsa delle donne” e i mura­les e dipinti di Shamsia Hassani, restituiscono dignità alla fatica di esser-ci di queste donne coraggio. 

Valeria Salanitro


Note e riferimenti

[1]L’uso del termine Hadit attesta il ricorso ai precetti coranici e alle volontà del Profeta come dispositivo metalessico che conferisce liceità alle pratiche ostative dei taliban. Nella tradizione canonica musulmana, indica una breve nar­razione relativa a detti o fatti del Profeta (www.treccani.it/enciclopedia/hadit).

[2]La dimensione corporale e le politiche di genere vengono esternate e reiterate attraverso l’impiego di indumenti tipici dell’area mediorientale. A seconda della maggiore o minore copertura corporea distinguiamo: il burqa. Abito femminile che copre interamente il corpo, compresa la testa; usato in ottemperanza ai precetti coranici, soprattutto, per uscire di casa; il niqab che costituisce quel velo nero usato dalle donne musulmane per coprire il capo e il viso; e l’hijab che, invece, è  composto da una cuffia e un velo che può essere poggiato sulle parti del collo.

[3]Cultore di teologia musulmana, quindi, il confratello cui è affidata la direzione della preghiera rituale nella mo­schea locale.Tali termini vengono utilizzati come esacerbazione del potere religioso, in un contesto conflittuale particolare, quale quel­lo dell’Afghanistan, dominato dall’uso retorico ed estremista dell’Islam da parte dei taliban. Per le dizioni in arabo cfr. www.treccani.it.

[4]Fonte dati: Rainews. Articolo 10 settembre 2021 di Laura Aprati (www.rainews.it/archivio/amp/Contentltem-8607cda7-685c-48e9-bae9-fd7ccd406cc.html) e la Repubblica. Articoli del 6 e dell’8 settembre 2021 e, segnata­mente: «Caccia alle donne di Kabul. “É la fine”» e «I padroni di Kabul varano il governo dei jihadisti» di Pietro del Re. 
[5]Il termine riguarda un responso giuridico riguardante il diritto islamico o pratiche di culto (www.treccani.it/fatwa/).

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