Stavo sfogliando un libro vecchio, di quelli con la copertina rovinata, seduto al solito bar sotto casa a Napoli. Fuori pioveva a dirotto, uno di quei temporali che ti fanno venire voglia di restare lì dentro per ore. E mi è caduto l’occhio su una frase: “gli eunuchi di corte nel tardo impero romano”. Ho riso da solo. Perché? Perché mi ha ricordato all’istante certi “assistenti” che ho conosciuto nella mia vita – gente che non aveva il titolo, non aveva il cognome, ma se volevi arrivare al capo dovevi passare per forza da loro. E loro decidevano. Sempre.

Ecco, proprio questo è il paradosso che Keith Hopkins ha sviscerato in uno dei suoi saggi più taglienti: come diavolo è possibile che degli uomini senza famiglia, senza discendenza, tecnicamente schiavi e spesso disprezzati da tutti, siano diventati i veri guardiani del potere imperiale nel IV secolo dopo Cristo?

Andiamo per ordine. Nel IV secolo l’imperatore non è più il primo tra i cittadini, come ai tempi di Augusto. È diventato una figura quasi divina, “dio in terra”, chiuso dentro palazzi sempre più grandi e lontani dal popolo. Non lo vedi quasi più. Non parli più direttamente con lui. E qui entra in scena la figura dell’eunuco di corte. Non è un semplice servitore. È il filtro. Se vuoi qualcosa dall’imperatore, se vuoi fargli arrivare una supplica, una denuncia, un consiglio, devi passare da loro. Sono loro che decidono chi entra, chi parla, chi viene ascoltato. Sono gli occhi e le orecchie del sovrano. E soprattutto: sono gli unici di cui lui si fida davvero.

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Perché proprio loro?

Hopkins lo spiega con una lucidità sociologica che ancora oggi fa impressione. L’imperatore aveva bisogno di persone che non potessero mai, in nessun modo, diventare una minaccia dinastica. Un nobile con figli poteva sognare di mettere uno dei suoi sul trono. Un generale con un esercito alle spalle poteva fare lo stesso. Un eunuco no. Non poteva avere eredi. Non poteva fondare una famiglia potente. Il suo potere finiva con lui. Era sterile in tutti i sensi. E proprio questa “debolezza” biologica lo rendeva l’alleato perfetto. Il sovrano poteva dargli tutto – ricchezza, influenza, segreti di stato – sapendo che quel potere non sarebbe mai stato usato contro di lui per creare una nuova dinastia.

È un calcolo freddissimo. E geniale. Ma ovviamente non piaceva a tutti.

L’aristocrazia tradizionale romana – quei senatori con i loro nomi antichi, le ville immense, le clientele enormi – odiava gli eunuchi con un rancore viscerale. Li chiamavano “mezzi uomini”, “mostri”, “creature contro natura”. Li vedevano come intrusi che rubavano loro il posto a corte, che si intromettevano tra loro e l’imperatore. Perché un ex schiavo castrato poteva arrivare a comandare più di un console di sangue blu? Era un affronto al loro senso del mondo. Al loro senso di mascolinità. Al loro senso di superiorità.

E qui arriva l’esempio che, secondo me, riassume tutto: Eutropio.

Eutropio

Eutropio era un eunuco di origine probabilmente armena, ex schiavo, comprato e rivenduto chissà quante volte. Arriva a corte sotto l’imperatore Arcadio, alla fine del IV secolo. E in pochi anni diventa l’uomo più potente dell’Impero d’Oriente. Arriva addirittura a essere nominato console nel 399 d.C. – la carica più alta della tradizione romana, quella che un tempo era riservata solo ai grandi nomi della Repubblica. Il primo eunuco console della storia. Immaginate lo scandalo. I senatori che schiumavano di rabbia. Gli storici contemporanei che lo dipingevano come un mostro effeminato, avido, corrotto.

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Eppure per un periodo brevissimo ma intensissimo Eutropio ha tenuto in mano le redini dell’impero. Decideva nomine, gestiva la politica estera, controllava l’accesso all’imperatore. Poi, come spesso succede a chi sale troppo in fretta, è caduto. Deposto, esiliato, ucciso. Ma la sua parabola resta lì, lampante: uno schiavo senza testicoli era arrivato dove nessun nobile era riuscito ad arrivare in quel momento.

Hopkins usa proprio Eutropio per mostrare il meccanismo profondo. Non era solo questione di fiducia dell’imperatore. Era un sistema intero che si reggeva su questa figura paradossale. Gli eunuchi erano odiati perché incarnavano la nuova realtà del potere: un potere sempre più centralizzato, sempre più distante dal Senato, sempre più personale e sacro. E loro ne erano i perfetti servitori proprio perché non potevano mai aspirare a diventarne i padroni ereditari.

Eunuchi moderni

Io, leggendo queste cose, non posso fare a meno di pensare a quanto questo meccanismo sia ancora vivo oggi, solo camuffato. Quanti “eunuchi moderni” conosciamo? Pensate agli assistenti personali di certi potenti, ai segretari generali, ai capi di gabinetto, a certi consulenti che non hanno mai un titolo altisonante ma decidono chi vede il capo e chi no. Oppure, in un altro senso, a certi manager aziendali che non hanno “eredi” interni (perché non sono proprietari) e proprio per questo vengono messi a gestire patrimoni enormi. La loro fedeltà è garantita dal fatto che non possono “rubare” l’azienda per i figli.

È lo stesso principio: il potere viene dato a chi non può trasmetterlo per sangue.

E la società tradizionale – quella dei “veri uomini”, dei “veri nobili”, dei “veri proprietari” – li odia esattamente per lo stesso motivo: perché rompono lo schema. Perché dimostrano che il potere non è solo questione di nascita, di virilità, di discendenza. È questione di vicinanza al centro, di controllo dell’accesso, di gestione dell’informazione.

Hopkins lo dice chiaramente: gli eunuchi erano odiati non solo perché erano diversi, ma perché incarnavano il nuovo volto del potere imperiale – un potere che non aveva più bisogno della vecchia aristocrazia guerriera e terriera, ma di servitori fedeli, intelligenti, totalmente dipendenti dal sovrano.

E la cosa più affascinante, secondo me, è che questo sistema ha funzionato per secoli. Gli eunuchi di corte bizantini (e poi ottomani) hanno continuato a svolgere questo ruolo per più di mille anni. Non erano un’anomalia. Erano una soluzione strutturale a un problema strutturale: come tenere il potere assoluto senza che qualcuno te lo porti via attraverso i figli.

La lezione degli eunuchi dell’antica Roma per noi

Mi chiedo spesso: se oggi dovessimo ricostruire un sistema di potere assoluto, chi sceglieremmo come “eunuchi”? Chi sono le persone di cui ci fideremmo di più proprio perché non hanno nulla da trasmettere ai posteri? senza figli? senza legami? senza ambizioni dinastiche?

Forse è una domanda scomoda. Ma è anche una domanda che ci dice moltissimo su come funziona davvero il potere, ieri come oggi. Perché alla fine la lezione degli eunuchi di corte è questa: a volte il massimo del potere non lo ottieni nonostante la tua debolezza. Lo ottieni proprio grazie a quella debolezza. E questo, in un mondo che continua a celebrare i forti, i virili, i “vincenti” con eredi e dinastie, resta una verità che brucia ancora.

Biagio De Risi