“La sociologia ha una madre”. Con questa frase Mariagrazia Santagati apre il testo “Sull’educazione” (2025, in press), la prima traduzione italiana di “Household Education” di Harriet Martineau (1849). L’espressione sintetizza in maniera efficace il pionierismo e l’importanza di questa figura, ancora oggi ai margini del canone sociologico, nonostante l’impegno di diverse studiose, soprattutto statunitensi, che da ormai alcuni decenni cercano di evidenziare la portata teorica e metodologica del suo lavoro.

In questo articolo, proviamo a restituire a questa sociologa il posto che merita nella storia della disciplina. L’intento è offrire un piccolo contributo al lavoro di decostruzione e ricostruzione del canone sociologico in chiave femminista, seguendo il percorso avviato con il precedente articolo.

Vediamo quindi insieme vita, temi e opere di questa autrice.

Indice

La vita di Harriet Martineau

Lengermann e Niebrugge (1998) individuano tre snodi fondamentali nella vita di Martineau:

  1. La giovinezza, dedicata alla formazione e segnata dalla progressiva perdita dell’udito.
  2. Un periodo di crisi, occorso negli anni Venti, che porta Martineau ad abbandonare le prospettive di una vita “convenzionale”.
  3. Gli anni della maturità, in cui l’autrice assume una crescente consapevolezza del proprio ruolo di “public educator” su temi sociali, economici e politici.

Harriet Martineau nasce nel 1802 a Norwich, in Inghilterra, in una famiglia della piccola borghesia industriale. La vita culturale della città è fortemente influenzata da gruppi protestanti “dissidenti”, a cui appartiene anche la famiglia di Harriet. Di fede unitariana – una corrente del cristianesimo progressista sul piano culturale – i Martineau attribuiscono all’educazione femminile un valore ben superiore a quello comune nella società inglese del tempo.

Sesta di otto figli, Harriet viene istruita principalmente tra le mura domestiche. All’età di dodici anni inizia a perdere l’udito, diventando nel giro di qualche tempo completamente sorda. Questa esperienza la collocherà in una posizione di marginalità, ma le consentirà anche di sviluppare un’esistenza del tutto originale (Santagati, in press).

Gli anni venti

Come anticipato, gli anni Venti segnano un periodo di crisi nella vita di Martineau: da un lato, rompe il fidanzamento con il pastore unitariano John Hugh Worthington, che morirà poco dopo; dall’altro, l’impresa familiare attraversa difficoltà economiche, arrivando al fallimento nel 1829. La famiglia si trova quindi di fronte alla necessità di sostentarsi economicamente. A differenza delle sorelle, che iniziano a lavorare come governanti, a causa della sordità Harriet rimane con la madre, guadagnandosi da vivere cucendo e, soprattutto, scrivendo. Da questo periodo di crisi, si delineano le basi per la costruzione della sua identità adulta:

Io, che fino ad allora ero stata costretta a scrivere di nascosto o prima di colazione, da quel momento in poi ebbi la libertà di dedicarmi al mio lavoro come desideravo. (Martineau, 1877, I: 142, in Lengermann, Niebrugge, 1998, trad. mia)

All’inizio, Martineau si mantiene scrivendo di questioni economiche, filosofiche e sociali per il giornale unitariano “Monthly Repository. La svolta arriva però con le “Illustrations of Political Economy, una serie di brevi racconti che spiegano al grande pubblico i principi dell’economia politica. In soli due anni produce 25 volumetti, ciascuno di circa 33.000 parole. Nel 1834 la serie raggiunge un successo straordinario, con vendite di 10.000 copie al mese – per avere un termine di paragone, basti pensare che i romanzi di Charles Dickens ebbero una tiratura tra le 2.000 e le 3.000 copie (Lengermann, Niebrugge, 1998). Nello stesso periodo, Martineau si trasferisce a Londra, entrando in contatto con figure intellettuali di spicco come George Eliot, Charlotte Brontë, Thomas Malthus, Charles Darwin, Florence Nightingale e lo stesso Dickens (Deegan, 1991).

Il primo successo di Harriet Martineau

Il successo delle “Illustrations” consacra Martineau come “public educator” e le assicura al contempo la stabilità economica necessaria per intraprendere un lungo viaggio negli Stati Uniti. Nel corso due anni, attraversa 20 degli allora 24 Stati, osservando da vicino la società e la democrazia americana, che racconterà in tre opere: “Society in America” (1836-1837), “How to Observe Morals and Manners” (1838) e “Retrospect of Western Travel” (1838) – tutte pubblicate per Saunders e Otley. Al rientro, gli stessi editori le offrono di diventare redattrice di un nuovo giornale di sociologia, ma lei rinuncia a causa dell’opposizione del fratello James, perdendo così l’opportunità di partecipare formalmente al processo di istituzionalizzazione della disciplina (Santagati, in press). Continua, però, a essere una voce pubblica di notevole rilievo, a cui sia i liberali sia i conservatori chiedono di scrivere a sostegno delle proprie cause.

Nell’ultimo periodo, Martineau è un’autrice particolarmente prolifica, che spazia da romanzi a storie per bambini, da testi sulla salute a volumi sull’ipnosi e l’occultismo, suscitando talvolta critiche e controversie. Non trascura però le analisi sociologiche: nel 1848, dopo un viaggio di sei mesi in Asia Occidentale, pubblica “Eastern Life: Past and Present”, dedicato all’evoluzione storica delle religioni. Nel 1849 esce “Household Education”, il suo trattato sulla socializzazione. Infine, nel 1853 cura la revisione, sintesi e traduzione in inglese del “Cours de Philosophie Positive” di Auguste Comte, accolto con entusiasmo dai lettori e ritradotto in francese dallo stesso Comte.

Rimane anche attiva nella sfera pubblica, sostenendo Florence Nightingale nell’impegno per la professionalizzazione dell’assistenza infermieristica e sottoscrivendo la prima petizione per il voto delle donne presentata da John Stuart Mill al Parlamento inglese nel 1867. Muore nel 1876 nella casa che aveva progettato e fatto costruire per sé nel Lake District.

I temi e le opere di Harriet Martineau

Come abbiamo visto, Martineau è un’autrice prolifica, che ha riflettuto e scritto su tematiche diverse – e che, anzi, è stata anche criticata per questa varietà di interessi, giudicata da alcuni troppo ampia (Santagati, in press). Da un punto di vista sociologico, l’autrice si propone di creare una scienza della società sistematica, ancorata all’empirismo e accessibile a un ampio pubblico, che permetta alle persone e alla politica di prendere decisioni informate da una comprensione scientifica della vita sociale – è evidente, in questo, la matrice positivista del suo pensiero.

Il suo progetto identifica come oggetto specifico della sociologia il rapporto tra “morals” e “manners”, ovvero tra la morale da un lato, intesa come l’insieme di idee collettive sui comportamenti attesi e vietati all’interno di una società, e i costumi dall’altro, ovvero le usanze, le abitudini effettivamente diffuse in essa. Per comprendere il rapporto tra “morals” e “manners”, il sociologo deve:

  • Mettere a fuoco le condizioni in cui si sviluppa la relazione tra morale e costumi.
  • Individuare gli aspetti “fissi ed essenziali” di questi due elementi all’interno di una società.
  • Spiegare le eventuali contraddizioni tra i due.

Proprio le contraddizioni tra “morals” e “manners” nella società americana sono il fulcro di “Society in America” (1836-1837), che rappresenta il tentativo più sistematico di analisi sociale dell’autrice. Nel testo, Martineau nota come nonostante la morale statunitense – descritta in testi quali la Dichiarazione di indipendenza americana – invochi princìpi di libertà e uguaglianza, nella prassi la società continua a perpetrare pratiche profondamente discriminatorie, quali la schiavitù dei neri e la sottomissione delle donne. Secondo Martineau, la tensione tra morale e costumi non può rimanere irrisolta a lungo: nel tempo, porta necessariamente a un cambiamento sociale.

Morals e Manners dal punto di vista metodologico

Da un punto di vista metodologico, lo studio di “morals” e “manners” si fonda sull’analisi di ciò che Martineau definisce “things” (cose), ossia indicatori che mostrano come morale e costumi si oggettivizzino nella società. Nel testo l’autrice individua diversi elementi utili a indagare questi aspetti della cultura. Per esempio, per comprendere la religione, propone di osservare le chiese e conoscere le superstizioni di un popolo; per cogliere le nozioni morali generali, propone di leggere gli epitaffi dei cimiteri, parlare con bambini e anziani, ascoltare le canzoni popolari; per indagare l’idea di libertà di uno stato occorre conoscerne le leggi, verificare il funzionamento della polizia, analizzare la composizione e il trattamento delle classi sociali, osservare la libertà di stampa e conoscere il modello educativo delle scuole (Lengermann, Niebrugge, 1998). Questi indicatori rivelano un’elevata immaginazione sociologica e risultano di grande interesse ancora oggi per la sociologia culturale.

“How to Observe Morals and Manners” (1838) è l’opera più teorica di Martineau e può essere considerata, a tutti gli effetti, il primo trattato di metodologia della ricerca sociale oggi conosciuto (Deegan, 1991), pubblicato quasi sessant’anni prima de “Le regole del metodo sociologico” di Durkheim(1895).

Molto resterebbe da dire su questa autrice, ma per ora ci congediamo con una sua citazione:

Scrivere non è mai stata per me una questione di scelta. Non l’ho fatto per divertimento, né per denaro, né per fama, né per alcun altro motivo, ma perché non potevo farne a meno.
(Martineau, 1877, I: 143, in Deegan, 1991, trad. a cura dell’autrice).

Nei prossimi articoli approfondiremo le figure di Flora Tristan e Jane Addams: continuate a seguirci in questo percorso di riscoperta del contributo femminile alla sociologia delle origini!

Cecilia Cornaggia
[Questo articolo è stato scritto nell’ambito del progetto UNICATT Gendering Sociology (IG: @gendering.sociology)]

Riferimenti