L’hate speech online è un fenomeno sempre più diffuso sul web. Solo negli ultimi anni viene trattato in maniera scientifica da esperti di vari settori quali psicologia, sociologia, diritto e politica. Questo fenomeno nasce dopo poco l’avvento di Internet, inizialmente venne sottovalutato dai più anche se le espressioni di odio erano già presenti nella società. L’uso sbagliato delle parole e del linguaggio genera sentimenti di ostilità nei confronti di una o più persone. Oggi affrontiamo il caso dell’hate speech in relazione alla disabilità.
Definizione di hate speech
Per hate speech si intendono, in senso generale, espressioni d’intolleranza rivolte contro delle persone o categorie di minoranza quali etnie (ad esempio, Rom, lgbtq+, sesso, religioni, disabili ecc.)
Non vi è ancora una definizione univoca. Maggiormente accreditata è quella della raccomandazione del Consiglio d’Europa del 1997 ampliata poi nel 2015:
“si intende per discorso dell’odio il fatto di fomentare, promuovere o incoraggiare, sotto qualsiasi forma, la denigrazione, l’odio o la diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo, nonché il fatto di sottoporre a soprusi, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce una persona o un gruppo e la giustificazione di tutte queste forme o espressioni di odio testé citate, sulla base della “razza”, del colore della pelle, dell’ascendenza, dell’origine nazionale o etnica, dell’età, dell’handicap, della lingua, della religione o delle convinzioni, del sesso, del genere, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale e di altre caratteristiche o stato personale” (Raccomandazione n. 15/2015 della commissione contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del consiglio d’Europa)
La raccomandazione sopracitata però non ha valenza normativa. Quindi l’Unione Europea e di conseguenza l’Italia non hanno una disciplina normativa inerente l’hate speech. Per quanto riguarda il nostro paese ci sono diverse norme che lo richiamano ma indirettamente e in modo poco chiaro.
La relazione tra Hate speech e disabilità
Tra le varie categorie di minoranza che subiscono intolleranza o odio, vi è quella dei disabili. L’hate speech verso le persone con disabilità, come per altre categorie, lo si può riscontrare sempre di più sulle varie piattaforme di social network, come Facebook, X e Instagram.

Come riportato da Vox, l’osservatorio italiano sui diritti, le persone con disabilità nel 2022 su X (prima Twitter) risultano la seconda categoria più odiata in Italia subito dopo la categoria della donna. Lo si capisce dalla quantità dei tweet presi in considerazione, su 629.151 totali 200.339 riguardano le persone con disabilità.
Di questi 200.339, i tweet negativi sono 197.957 e solo 2.382 sono positivi. Geograficamente si concentrano maggiormente in Nord Italia, Lazio e Campania.
I termini usati nell’hate speech nei confronti delle persone con disabilità
I termini più ricorrenti nei tweet presi in esame sono: “Demente, Mongoloide, Cerebroleso, Handicappato, Coglione, Idiota”; vengono usati come metro di misura per offendere le persone “normodotate”, così facendo offendono anche e soprattutto le persone con disabilità. L’uso dei termini sopracitati rientra nella cornice di discriminazioni chiamata abilismo.
Tutti termini negativi e dispregiativi che non si trovano solo su X ma anche altri social network rinomati, pertanto si prega chiunque di non usarli mai, e in particolare, per riferirsi alle persone con disabilità, anche alla luce di quanto detto da esperti e dai Disability Studies.
Perché viene utilizzata la disabilità per offendere?
Secondo Giuseppe Arconzo, professore ordinario di Diritto costituzionale già delegato del Rettore per la Disabilità e i DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) dell’Università di Milano, viene utilizzata la disabilità per offendere una persona per tre motivi. Il primo ha a che fare con la difficoltà ad accettare la diversità. Il diverso fa paura.

Il secondo motivo è legato ai diritti delle persone con disabilità che richiedono in modo deciso l’adempimento di un dovere da parte della collettività. Infine, il terzo motivo è riconducibile alla definizione che si dà alla persona con disabilità cioè “se definisco la persona con disabilità soltanto con l’aggettivo legato alla sua menomazione, ne riduco la sua qualità essenziale alla menomazione stessa”.
In definitiva, l’utilizzo della disabilità come insulto rappresenta un atto di ignoranza, pregiudizio e paura. Contrastare questo fenomeno richiede un impegno collettivo per promuovere una cultura dell’inclusione e del rispetto, riconoscendo le persone con disabilità come parte della varietà umana e valorizzando le potenzialità di ogni individuo.
Simone Bellan
Riferimenti:
- https://www.openpolis.it/parole/che-cose-lhate-speech-e-come-regolamentato/
- http://www.voxdiritti.it/mappa-dellintolleranza-7-disabilita/https://www.superando.it/2023/01/25/disabilita-mai-cosi-alto-in-italia-lodio-online-come-agire/

































