Quando scrivo un articolo cerco sempre di riportare, nero su bianco, non solo dati oggettivi su uno specifico argomento ma anche scene di vita quotidiana e, una volta osservati con le famose lenti sociologiche, cerco di tracciare un disegno di ricerca che mi porti a spiegare quello che ho visto o sentito. Non è mai cosa facile. Chi legge i miei articoli sa qual è la mia impronta, lo stile che seguo. Per me fare sociologia è vivere il quotidiano, è analizzare dinamiche di cambiamento che interessano gli individui. Quegli stessi individui che, inesorabilmente, mutano vivendo in una società che ogni giorno ci pone difronte a sfide sempre diverse. Viviamo in un mondo dove i valori sembrano non esistere più, dove le persone sono subito pronte a gudicare senza sapere le storie di vita altrui, dove non esistono più certezze e il materialismo continua a prendere il sopravvento su tutto.

Mentre scrivo questo pezzo ripenso al motivo che mi ha spinto a farlo. Non scrivo solo per il piacere di farlo, scrivo anche per sensibilizzare chi legge su determinate tematiche che, per alcuni aspetti, sembrano essere ancora un tabù. Ciò che oggi è ancora un tabù è parlare dei transgender, o meglio, cercare di sensibilizzare le persone a scoprire questo “mondo” che è generatore di cambiamenti. Si definiscono transgender quelle persone che hanno un’identità di genere o un’espressione di genere diversa dal loro sesso assegnato. Le persone transgender sono talvolta chiamate transessuali se desiderano assistenza medica per passare da un sesso all’altro. Quando ho pensato di scrivere questo articolo nella mia mente avevo ben chiaro quello che volevo trasmettere: sensibilizzare l’opinione pubblica e abbattere il tabù che ancora persiste sui transgender e farlo non solo attraverso una bibliografia ma riportando le parole di chi ha vissuto sulla sua pelle questo “passaggio”. Quale modo migliore esiste per spiegare le cose se non quello di raccontare in prima persona quello che si prova, quello che si vive. E così ho intervistato Matteo, un ragazzo di 35 anni che con molta tranquillità, emozione e sicurezza ha risposto alle mie domande raccontandomi la sua storia di vita e tutto ciò che lo ha portato a diventare oggi quello che ha sempre saputo di essere.

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Quando hai sentito che era arrivato il momento di “uscire allo scoperto”?

“Sono uscito allo scoperto sia in famiglia che tra la gente dopo circa un anno e mezzo che avevo iniziato un percorso di terapia. Ho fatto prima un percorso psicologico in privato perché ovviamente ti trovi in una condizione in cui non sai quello che hai, quello che sei. Non conoscevo molto del gender, ero abbastanza lontano da questi discorsi però sentivo ovviamente un forte senso di disagio fisico e mentale da sempre, già da quando avevo tre anni”.

Se ripensi al passato, avendo detto tu “da sempre”, ti identificavi già nei maschietti e non nelle femminucce?

“Si. Fino a che non vai a scuola e quindi cominci ad uscire nella società, tutto ti sembra quasi normale anche se senti sempre quel senso di disequilibrio. Non è che si tende ad assumere certi atteggiamenti, quando cominci ad andare a scuola a tre anni, anche se a tre anni non sai nemmeno cosa vuol dire essere femmina o maschio. Agisci d’istinto o quasi, io mi sono sempre identificato nei maschietti, mi sembrava strano che mi mettevano in fila con le femminucce; non andavo mai in bagno perché non volevo andare in quello delle femmine e molto spesso mi capitava di farla sotto. A tre anni non sai niente, non conosci la scienza, non sai chi sei, però è la mente che ti porta ad agire in un certo modo. Crescendo mi sono reso conto che non ero quello che ero per gli altri. Nei primi anni il senso di disagio è forte. Ho sempre creduto di essere un maschietto, quando però cominci a crescere e tutti, per forza di cose, perché la società è così, ti etichettano come femminuccia, perché ovviamente ti hanno dato quel nome, hai quel genere perché all’atto di nascita, come è giusto che sia, sei maschio o femmina scientificamente a seconda del sesso. Crescendo mi sono reso conto che non ero un maschietto come credevo di essere ma una femminuccia, o meglio, gli altri mi identificavano come una femmina, perché poi cominciando a capire le differenze tra maschio e femmina, capivo che c’era un bel po’ di confusione. La mia mente, il mio cervello, erano quelli di un maschio, però per gli altri ero una femmina. Questo dentro di me portava dei grossi disagi. Fino all’età adolescenziale il disagio era solo mentale. Quando poi comincia a cambiare il tuo corpo, arriva il disagio più forte. Il tuo corpo diventa un qualcosa che tu fondamentalmente non sei. Comunque però fai tutto, scuola, lavoro fino a che arrivi ad un bivio e non sai che cosa fare. Di certo non puoi fare la vita da femmina perché non lo sei, nemmeno da maschio perché fisicamente neanche lo sei e quindi volevo capire e per questo decisi di andare in terapia. Quando sono andato in terapia mi è stato diagnosticato un disturbo. Molti lo confondono con un disturbo di personalità, ma in realtà si chiama disturbo d’identità di genere, non è una vera e propria malattia, stanno facendo ancora studi e la teoria più plausibile è che nei primi mesi di gravidanza, accade una cattiva trasmissione di impulsi tra il cervello e il corpo. È una cosa innata”.

Quindi è come se tu fossi dovuto nascere maschio ma sei nato nel corpo di una femmina?

“Esatto, fondamentalmente è così. La mia psicoterapeuta mi ha spiegato molto bene cos’era e tutto quello che si poteva fare. In quel momento comunque subisci un trauma anche se da un lato comunque sei felice perché hai una strada, dall’altro è tutto un mondo nuovo, abbastanza difficile e non è per tutti e non è da tutti. È abbastanza lungo, complicato e doloroso. Per tutti quelli che possono pensare che uno fa questo percorso per scelta o perché ti senti così non è vero, è una scelta condizionata perché se vuoi vivere bene lo fai, se vuoi continuare a stare male continui a stare così ma non arrivi a lungo e non hai vissuto. Dopo un anno e mezzo di terapia privata ho continuato questo percorso in un centro pubblico, in Italia oggi ce ne sono tanti che studiano questo disturbo, dai consultori agli ospedali che seguono ragazzi e ragazze come me. Quello più “antico” in Italia si trova a Roma, all’ospedale San Camillo Forlanini e si chiama SAIFIP ( Servizio di Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica). Mi hanno fatto una serie di test e esami clinici, anche sul DNA. A livello psicologico, loro hanno riscontrato che la mia conformazione del cervello è quella di un maschio; a livello genetico i miei cromosomi sono esattamente quelli di una femmina e questo dà luogo al disturbo d’identità di genere. Dopo un anno mi hanno rilasciato una relazione dove si attestava questo disturbo e con questa relazione ho potuto iniziare l’iter legale e medico. Ho fatto anche una visita psichiatrica e il medico ha attestato che non c’erano altre patologie in atto perché può capitare che qualcuno oltre ad avere il disturbo d’identità di genere possa avere altri problemi che non necessariamente però sono legati a quello, come la depressione. Molti vanno in depressione perché magari non hanno il giusto supporto e i fattori esterni purtroppo nel nostro percorso contano tantissimo”.

Quali sono state le sensazioni che hai provato prima e dopo aver detto che ti sentivi uomo e non donna?

“Prima tanta paura, perché non sai qual è la reazione che può avere la tua famiglia. Per me quello contava di più. Nonostante siano i tuoi genitori sono sempre persone singole che hanno la propria mente e non sai mai come possono prenderla. Non ho mai però avuto timore che mi avessero abbandonato o cacciato di casa, come le mie sorelle o i miei nipoti. Abbiamo fatto comunque un percorso insieme, anche un incontro con la mia psicoterapeuta, un incontro informativo per dare modo anche a loro di fare qualche domanda in più e avere risposte da un professionista”.

Chi l’ha presa meglio o peggio?

“È stata una sorpresa per me, soprattutto per mio padre, pensavo l’avesse presa peggio e invece mi ha sostenuto di più, non che mia mamma non l’abbia fatto, però le mamme essendo più apprensive soffrono di più. Lei ha nascosto il suo dolore per aiutarmi ma comunque un po’ l’ha scombussolata. Per quanto riguarda il dopo è stato in discesa perché avevo il loro appoggio e questo è molto importante. Ho tanti amici che sono stati abbandonati dalla famiglia, continuano il percorso ma quando non hai tua mamma e tuo padre è più difficile, perdi tanto, quando non ti accetta la famiglia è come se nessuno ti accettasse. Se non ti accetta tua mamma è il più grande rifiuto per un figlio. Il percorso poi è doloroso e lungo sia psicologicamente che fisicamente, fai interventi. Forse siamo le uniche persone al mondo che vanno nella sala operatoria sorridendo perché non vedi l’ora che arrivi quel momento”.

Come sono stati gli interventi?

“Prima di arrivare agli interventi, io ne ho fatti due, si fa una cura ormonale. Si comincia a prendere il testosterone. Il mio livello di testosterone, perché anche le donne lo hanno, era già ad un buon livello e con la cura poi tutto cambia e non è solo la barba che è la cosa più visibile, ma quando assumevo il mio ormone il mio cervello si è liberato. Cominci a riconoscerti e le persone cominciano a riconoscerti. Il cervello, oltre che il fisico, trova più beneficio. La legge italiana, fino a qualche anno fa, obbligava a fare determinati interventi, altrimenti non ti dava il cambio dei documenti, adesso è tutto più libero. Dovevo praticamente “sterilizzarmi”, la legge dice, in maniera discreta, che se vuoi cambiare il tuo genere da femmina a maschio non devi poter più procreare, ho dovuto togliere utero, ovaie e ghiandole mammarie. Si chiamano “interventi demolitivi“, sia da femmina a maschio che viceversa, dovevi togliere gli organi riproduttivi che ti rappresentavano, internamente. Per me è stata una liberazione”.

È più difficile fisicamente, avendo fatto tu questo percorso, da donna a uomo o viceversa?

“Quando togli è più facile da femmina a maschio come ho fatto io; per quanto riguarda la ricostruzione è più difficile nel mio caso. Io la farò in Belgio”.

Se dovessi dare una definizione al concetto di genere, come lo definiresti?

“È difficile come domanda! Dalla nascita tutti siamo abituati al genere maschile e al genere femminile, io stesso e anche oggi ti direi che per me esiste il genere femminile e il genere maschile, però è un concetto davvero molto vasto. Oggi tirano fuori teorie sul gender ogni minuto. Purtroppo ci sono tanti disturbi, trovi gente con tre cromosomi, con caratteri del DNA modificati che magari non lo sanno e arrivano all’età adolescenziale dove non si rappresentano né in maschio né in femmina e non sanno dove andare, non sanno qual è il loro genere. Tutto ciò porta a nuove etichettature. Con il percorso che ho fatto sono abituato a vedere ragazzi e ragazze che si orientano verso qualsiasi cosa perché magari non hanno ancora un genere definito. Ci sono persone che restano nella “transizione” a vita. Restano transessuali perché evidentemente hanno trovato il loro equilibrio e stanno bene. Sono realtà difficili da spiegare e secondo me non esiste una teoria definita del genere”.

Come hai affrontato la mutazione di genere e quanto tempo hai impiegato?

“Ci ho messo circa sei anni e mezzo da quando ho cominciato. Ho solo “rallentato” di qualche mese per dare tempo anche alla mia famiglia di metabolizzare. Ho perso più tempo a causa della burocrazia. Io appartenevo al “vecchio ordinamento”; la prima udienza è andata benissimo, non ho avuto neanche il CTU (consulenza tecnica d’ufficio) perché in alcuni casi quando non hanno delle “giuste” garanzie loro nominano un consulente esterno per constatare che quello che dici è vero. Per me fortunatamente non è stato così. Dopo la prima udienza ho fatto gli interventi, ho atteso circa due anni e mezzo perché ci sono delle liste di attesa abbastanza lunghe. C’è una fase della transizione che è molto fastidiosa, nel senso che io esteticamente ero maschio ma i documenti erano “al femminile” perché c’è questo “intervallo” prima dell’ultima sentenza dove ti danno l’ok per cambiare i documenti. Se mi fermava qualcuno era un problema. Mi fermarono i carabinieri e pensavano che quelli, giustamente, non fossero i miei documenti. Non avevo nessun documento che potesse dimostrare che ero in questa fase. I disagi sono forti. Nel frattempo avevo cambiato anche lavoro e questo particolare del documento lo sapevano solo il mio titolare e quello che mi faceva la busta paga. Non racconto a tutti la mia storia, la mia vita, magari quando entro in confidenza con qualcuno ma non subito. È difficile spiegare agli altri anche perché c’è poca informazione in giro e il rispetto per chi attraversa questa fase non c’è, però io sono un essere umano, sono un cittadino come tutti, pago le tasse, vado a lavoro e tutto nel rispetto degli altri. Io sono tifoso del Napoli ma non potevo andare allo stadio sempre per via dei documenti. Oggi è un po’ cambiata la situazione, è tutto più veloce, già dalla prima sentenza puoi avere i documenti ed è una questione di pochi mesi, io invece ho trascorso circa tre anni e mezzo con i miei “vecchi” documenti. Esisti ma non esisti. Una volta cambiati i documenti devi andare personalmente al comune, all’agenzia delle entrate, alla motorizzazione”.

Come sei stato “visto”?

“Dipendeva dalla situazione: c’era anche chi non aveva capito nulla pur avendoglielo spiegato, chi ti guarda con occhi diversi. Manca proprio l’informazione anche negli enti pubblici”.

E in paese come hai affrontato la situazione?

“Qualche amico lo perdi per strada come capita nella vita normale. Insomma, ci sta chi non riesce a riconoscerti ma non è l’amicizia che viene meno, magari è proprio la persona che non capisce il perché tu stia facendo quella cosa. Però per gli amici che ho perso ne ho ritrovati altri d’infanzia, sono stato ricompensato”.

Sei stato vittima di pregiudizi?

“Sicuramente sì. Personalmente mai nessuno mi ha additato o detto qualcosa di brutto, o almeno non in faccia. Se lo dicono alle spalle resta a loro. Mettendomi anche io nei panni della gente, perché alla fine la gente siamo noi, è qualcosa di estraneo, se succede un fatto “strano” o nuovo, alla fine anche io avrei parlato, magari incuriosito, la battutina si fa sempre. La gente giudica, anche in buona fede. Ho trovato riscontri positivi più dalle persone adulte che dai ragazzi della mia età, forse perché essendo genitori si sono un po’ identificati nei miei. Molti mi hanno apprezzato e sostenuto come hanno sostenuto i miei genitori perché comunque non è stato facile neanche per loro, ad esempio, spiegare alla vicina di casa che tuo figlio sta facendo questo percorso. Non penso di aver fatto del male a nessuno, mai fatto nulla di eclatante quindi credo che nessuno mi abbia mai voluto male quindi non vedo perché dovrebbero volermene ora”.

Il tuo rapporto con la religione? Ti ha aiutato la fede?

“La Chiesa in generale è un po’ difficile su questo tema. Io ho fede, non mi sono mai sentito abbandonato da Dio, magari sono stato io che per un periodo l’ho abbandonato perché combattere con te stesso non è mai facile e cerchi di dare colpe ovunque e di trovare spiegazioni. Mi sono confidato con un prete, vado a messa regolarmente, mi confesso e prendo la comunione. Ci sono tanti ragazzi e ragazze come me che odiano la Chiesa perché comunque c’è chi ti vede come qualcosa di innaturale e sbagliato. Se vai in Chiesa e credi nel Vangelo penso che nessuno dovrebbe giudicare il prossimo. Io vivo la mia vita nel rispetto per me stesso e per gli altri. Non mi pento della vita che ho fatto, sono riuscito a fare tutto. Il mio sogno è quello di creare una famiglia mia anche se sono un po’ scettico, è difficile trovare una persona che non si ferma all’estetica e vada all’essenza della persona. Quello che ho sicuramente capito è che le sorprese non finiscono mai”.

Filomena Oronzo

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