Proprio a pochi giorni dalle notizie che hanno visto protagonista l’Amnesia di Ibiza, per l’inaspettata scelta di Sven Väth di passare al Pacha e per la felice uscita di scena di Paris Hilton, sostituita però dall’imbarazzante neo dj resident “mister enjoy” Vacchi, pare sia davvero arrivato il momento di riprendere il discorso sulla subcultura clubber.

Chi sono i clubber?

Per quanto sia assolutamente vero che nessuno dei giovani d’oggi abbia vissuto lo spirito più autentico ed originario di Ibiza, è anche altrettanto vero che esiste ancora un movimento di persone che si sentono in questo momento dimenticate dalle scelte fatte dall’Isola, perché diciamolo chiaramente una volta per tutte: clubber e “discotecari” non sono la stessa cosa, né lì né altrove. Etichettati spesso negativamente, i clubber nell’immaginario comune sono dei giovani dediti allo “sballo”, dei Peter Pan incapaci di crescere. Certo il divertimento e anche lo stato alterato di coscienza fanno parte del loro stile di vita, ma sarebbe scorretto ridurre tutto in questi termini. I clubber sono prima di tutto appassionati di musica che amano uscire la notte e ballare finché le energie non si esauriscono. Sono dei frequentatori intelligenti sempre informati su tutto ciò che anima la scena della loro città e non solo. Sono persone mosse da un reale interesse a vivere in prima persona ogni evento purché di qualità, giovani dallo spirito curioso pronti a sperimentare “emergendo” qualche volta anche verso il mondo commerciale, legato alle serate più grandi, ai festival di maggiore richiamo dove poter sentire i dj preferiti, ballando fino all’esaurimento di tutte le energie. La passione per la musica è di fatto la vera molla che li spinge a partecipare regolarmente alle serate, durante le quali avviene poco per volta un processo di conoscenza di altri assidui frequentatori, dei deejay resident, buttafuori, baristi e guardarobieri: come in un progressivo processo di affiliazione volto alla conquista della fiducia, della credibilità e di un’identità riconosciuta, ogni clubber tramite la partecipazione regolare di fatto aumenta il proprio status, guadagnando stima e rispetto per il suo ingresso nella “famiglia”, un nido protetto grazie a cui può sentirsi al sicuro, sempre a casa.

Il mondo del clubbing

Essere clubber significa in sostanza abbracciare uno stile di vita alternativo, condividere interessi e passioni, ma anche sentirsi parte di quell’ambiente “sotterraneo”, sentirsi appartenenti alla scena dai confini permeabili e assolutamente fluidi. Significa liberazione dei costumi sessuali, voglia di sperimentare e lasciarsi trasportare dalle sensazioni e dagli istinti, perché tra i valori di cui si fa portatore questo movimento ci sono il progresso, la libertà e l’emancipazione, tipici di una mentalità molto aperta, molto tollerante e priva di tabù. In definitiva per i suoi protagonisti il clubbing è una vera e propria forma di espressione culturale, un elemento importante e imprescindibile della propria vita, un ambito di condivisione emozionale, ma al tempo stesso anche una valvola di sfogo, un modo per evadere dalla realtà, un mezzo per sognare: divertirsi stando insieme ad altre persone e condividere con queste gli stessi ideali consente infatti di «staccare completamente la spina» dalla vita e dai problemi quotidiani, di “dimenticare” anche la propria maturità, la propria età e le relative responsabilità, sempre e solo nel momento contestuale all’evento, nel suo “qui ed ora”.

Gli altri protagonisti della scena: i dj

I deejay, membri della famiglia e parte integrante imprescindibile del mondo del clubbing insieme al pubblico, svolgono una funzione essenziale, essendo loro a guidare ogni evento dall’apertura alla chiusura. In quanto tale, il dj ha il compito primario di interpretare la situazione e far divertire e ballare il pubblico, creando un’atmosfera ideale e un clima di festa, dando energia alla pista, conducendola in un viaggio, in una sorta di storia raccontata tramite i dischi. Che abbia una buona tecnica è certamente importante, ma che abbia la capacità di “leggere la pista”, interpretando il mood e catturando il pubblico è ancora più determinante per la buona riuscita di una festa. Saper comunicare con il dancefloor non è facile e solo i più bravi riescono a farlo davvero, perché si sa, non è da tutti saper trasmettere passione e intraprendere un gioco basato sul continuo passaggio di energie. Si tratta infatti di uno scambio empatico, di una forma di comunicazione essenzialmente non verbale, definita dalla «legge del non detto» e per questo fatta di sguardi, urla, colpi sulla consolle, fischi, braccia alzate, sorrisi e strette di mano. Vien da sé che il dj non è, o non dovrebbe essere, una persona qualsiasi improvvisata in consolle (per lo meno non di fronte ad un pubblico di clubber) perché a differenziarlo da un mero intrattenitore è proprio quella sua capacità di regalare qualcosa al pubblico, facendosi un vero e proprio creatore di gusto, in grado di proporre e far conoscere nuove sonorità, che siano sue creazioni o selezioni.

Tra club e discoteca

Che si tratti di un mezzo per esprimere se stessi in aperta contrapposizione alla cultura mainstream, di una strategia per fuggire semplicemente dalla quotidianità o di una forma di autoprotezione, il clubbing non si potrebbe definire veramente tale se non fosse caratterizzato da una profonda passione per il ballo e la musica “di qualità”, del tutto diversa dalla commerciale tanto amata dai discotecari. Nelle discoteche delle “cubiste, vocalist, tavoli e secchielli” la musica è solo un sottofondo, senza un benché minimo percorso di ricerca artistica, è l’accompagnamento all’ennesima sfilata dell’esibizionismo, in una logica del tutto aziendale improntata a seguire le hit del momento per fare cassa. I club invece sono nati con un altro tipo di impostazione, attribuendo massima attenzione alla musica “elettronica”, etichetta fra l’altro un po’ antipatica e rigida in questo contesto che non vuole avere troppi schemi e definizioni. «Opposti nella stessa notte», mainstream e underground sono stati a lungo concepiti e vissuti come delle proposte dissimili dal punto di vista artistico e musicale e, infatti, per quanto ciascuna realtà abbia maturato negli anni un proprio seguito di fedeli partecipanti, entrambe hanno costruito la loro clientela attorno a interessi e obiettivi assolutamente differenti. Per questa ragione quando l’anima di un movimento si sente soffocare dalla continua ricerca di guadagno da parte dei locali e delle logiche mainstream, scatta qualcosa che porta in genere alla trasformazione di quella subcultura in qualcosa di nuovo e di diverso o a una rottura e riassorbimento da parte della “cultura dominante”. Ma i clubber non sono destinati a sparire: semmai si rigenereranno in una nuova forma. O per lo meno si spera.

Alice Porracchio

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