Capire come funziona l’industria dei media fa cambiare lo sguardo su di essa. Se solitamente una notizia viene presa così com’è e ascoltata passivamente, conoscere il “retroscena” fa attivare il pensiero critico. Un esempio molto chiaro si ha con il tema immigrazione.

In questo caso centrale è il concetto di frame: un fenomeno complesso viene semplificato fortemente attraverso rigidi schemi interpretativi. Delle mille sfaccettature del fenomeno solo alcune trovano spazio sui media, e di quelle che vengono mostrate tutte ricadono sotto una delle tre interpretazioni: migrante come minaccia, come vittima o come eroe. Qualsiasi fatto viene raccontato attraverso determinate metafore, parole-chiave, immagini e raffigurazioni, tipici per ogni frame. Le foto in particolare appaiono come una rappresentazione oggettiva, ma in realtà sono sempre parziali ed esprimono determinati punti di vista.

Leggendo qui sotto, provate a pensare a notizie che riguardino il tema immigrazione e non siano una di queste tipologie…

Indice

La minaccia

Questo frame rappresenta le persone migranti come una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, ma anche come minaccia culturale. Inoltre, i/le migranti sono visti/e come minaccia nell’ambito del lavoro e dei servizi, perché sottrarrebbero risorse agli/alle autoctoni/e. Al centro troviamo il legame immigrazione-criminalità: i crimini commessi da persone migranti ricevono maggiore attenzione e ne viene sottolineata la violenza più che per i crimini di non-migranti. La criminalità si trova sui media in un unico “pacchetto” insieme a degrado e povertà, irregolarità, allarme per il numero di arrivi e terrorismo. Le notizie vengono caratterizzate da immagini di disperazione, devianza e controlli di polizia (spaccio e prostituzione).

Corriere della Sera, 26/10/2021 - Repubblica
La Stampa, 01/08/2017

L’immigrazione è rappresentata inoltre anche come un’influenza pericolosa sulla “cultura nazionale”, dando per scontata la sovrapposizione tra nazione e cultura, e quest’ultima come immutabile e uguale per tutti i cittadini del paese. Si usano la metafora dell’invasione e la paura della sostituzione etnica, che, guardando ai dati, possono essere considerate forzature della realtà per interessi politici, in quanto gli stranieri residenti in Italia sono l’8,4% della popolazione (Istat, 2020), pur sempre una minoranza.

La vittima

In questo caso le persone migranti sono rappresentate come schiavi/e e “disperati/e fuori luogo”: uomini come schiavi nei campi (di pomodori) vittime del caporalato, donne come schiave della prostituzione vittime della tratta, ed entrambi come persone spaesate, in condizioni di forte disagio. Questo frame è dipendente dalle immagini shock: prevalgono gli scatti rubati, nel momento di maggiore difficoltà e stremo ovvero quello dello sbarco, foto e video di corpi morti, che vanno oltre il tabù della morte e il rispetto per il momento. Si parla di trauma porn e spettacolarizzazione del dolore, immagini angoscianti che cercano di ottenere attenzione e affrontare l’indifferenza.

Fotografia di Laurin Schmid usata per Avvenire, 01/01/2018

L’origine di questo filone di notizie si ha nelle campagne delle ONG, che avevano iniziato a ritrarre corpi visibilmente sofferenti e vulnerabili, allo scopo di ottenere donazioni. Il tono emotivo è quindi quello della pietà e della disperazione: le foto di persone stravolte diventano l’icona dell’immigrazione, e passano l’idea di individui passivi, senza forza di volontà. Tutto il contrario di quello che essi sono: bisogna ricordare che solo i più forti (emotivamente) riescono a trovare le risorse e il coraggio per partire, e poi per sopravvivere alle numerose difficoltà. Una rappresentazione quindi che sminuisce le qualità di queste persone e cancella quindi anche la possibilità di pensare alle migrazioni come opportunità.

L’eroe

L’unica visione positiva delle migrazioni passa per storie individuali, persone presentate come un’eccezione, mentre non si trovano notizie positive che riguardino gruppi. Queste storie sono quelle di “stranieri di successo”, come sportivi, gente di spettacolo o più in generale professionisti, o di “migranti volenterosi” che si distinguono per le loro qualità morali.  

Corriere della Sera, 26/10/2021 – Repubblica 

Nel primo caso si parla di persone che hanno fatto carriera: l’immigrazione è legata alla povertà, nel momento in cui questo elemento viene meno, cambia anche la narrazione ed essi diventano parte della società italiana in quanto integrati/e. Nel secondo caso invece si parla di persone che rispondono allo stereotipo dell’aiutante docile, che lavora in mansioni utili al paese, non protesta e non dà problemi; di cui l’icona è la badante. Ci si basa sulla retorica del buon lavoratore, che rientra nell’ideologia della meritocrazia, centrale in questo frame in quanto dimostra che il successo-integrazione può essere raggiunto, ed è responsabilità e risultato individuale. In entrambi i casi, i toni sono quelli del sensazionalismo e si utilizzano foto-ritratto di persone felici e sorridenti.

Il messaggio che, inconsciamente, assimiliamo è quello che “gli immigrati sono tutti spacciatori e criminali” o che “sono tutti poveretti che aspettano il nostro aiuto”, e poi sì, c’è qualche eccezione che conferma la regola. Questo rende l’idea di quanto la realtà venga semplificata e banalizzata, creando così un immaginario distorto che ha conseguenze concrete importanti.

Laura De Angeli

Riferimenti bibliografici e sitografici

  • Pogliano A. (2019), Media, politica e migrazioni in Europa, Carocci editore, Roma.
  • Gariglio L., Pogliano A., Zanini R. (a cura di) (2010), Facce da straniero. 30 anni di fotografia e giornalismo sull’immigrazione in Italia, Bruno Mondadori, Milano

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