La codificazione della disabilità è avvenuta nel corso di vari momenti storici attraverso la presentazione di prospettive più o meno rilevanti. Stiamo parlando del modello medico, sociale e di quello biopsicosociale. Questi sono i modelli che hanno maggiore considerazione quando si parla delle persone con disabilità. Altri modelli sono, ad esempio, quello culturale, identitario, dei diritti umani, religioso, caritatevole, economico e infine quello dei limiti. Ci concentriamo sui primi tre.

I modelli della disabilità: il modello medico

Il modello medico, nasce a metà Ottocento, considera la disabilità come una condizione strettamente medica, causata da una malattia, una lesione o un difetto fisico o mentale. In altre parole, la disabilità è vista come una deviazione dalla norma biologica e medica o meglio una mancanza che deve essere compensata. E’ un problema individuale, una tragedia personale.

Si focalizza, quindi, sulla medicalizzazione della persona con disabilità cioè auspica una cura e cerca di trovare i modi per concepire e “aggiustare e/o adattare” il corpo o la mente della persona con disabilità affinché questa possa essere il più normale possibile (dalla riabilitazione alle forme di supporto economico ed assistenziale alla persona). La persona con disabilità non ha potere decisionale perché le decisioni sulla sua vita erano delegate a professionisti medici.

Il modello medico è basato su una visione dicotomica della realtà – disabilità e normalità – e su una concettualizzazione astratta di come deve essere l’essere umano.

I modelli della disabilità: il modello sociale

Il modello sociale, nasce negli anni 70 ma la strutturazione avviene ad inizio anni 80 del Novecento, considera la disabilità una “forma di oppressione sociale” cioè “è la società che rende disabili le persone che hanno una menomazione fisica” attraverso le barriere fisiche, culturali, sociali, comportamentali. Queste barriere costituiscono la “disablement”, in italiano traducibile come disabilitazione o inabilitazione. Questo modello nasce in risposta al modello medico, la disabilità non è più un fatto individuale ma collettivo che riguarda tutta la società in cui vive la persona con disabilità quindi risulta essere un fenomeno sociale.

Questo modello non intende opporsi al modello medico, non mira a screditare il lavoro fatto dai medici con la riabilitazione né il contributo che le scienze mediche hanno apportato e possono apportare per il miglioramento della vita delle persone disabili.
Soprattutto non dimentica la condizione individuale e patologica della persona ma sceglie piuttosto di focalizzare l’attenzione su questioni condivisibili da più individui (ossia la condizione di oppressione sociale) che possono essere utilizzate sul piano della lotta politica.

Le persone vengono rese disabili dalla società a causa del modo in cui essa è concepita e strutturata e del modo in cui le esclude privandole della capacità o della possibilità di compiere determinate attività quotidiane e sociali.

Le basi del modello

Le basi di questo modello si possono rintracciano in un articolo del 1966 (A critical condition,vedasi link 1 in fondo) scritto da Paul Hunt, scrittore e attivista con disabilità motoria, dove afferma che le persone disabili pongono una sfida ai valori della società occidentale ed ha interpretato la disabilità come una serie di vincoli imposti alla persona da un’organizzazione sociale restringente.

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Il pioniere del modello sociale della disabilità è Vic Finkelstein, psicologo clinico e attivista marxista-trotzkista con disabilità. Egli con un articolo (vedasi link 2 in fondo) mise in discussione il modello medico e delineò i caratteri del modello sociale. L’organicità del modello però la si deve a Mike Oliver, attivista e professore universitario con disabilità.

I modelli della disabilità: il modello biopsicosociale

Il modello biopsicosociale,  nasce a fine anni 70 del Novecento, considera la disabilità il risultato di una combinazione di fattori biologici, come le malattie o le lesioni, fattori psicologici, come la depressione o l’ansia, e fattori sociali, come la discriminazione o l’esclusione sociale. La persona con disabilità non è solo un soggetto con particolari menomazioni che gli impediscono di svolgere delle attività, ma è anche un soggetto che vive in un contesto culturale che gli permette o meno una certa inclusione sociale.

Uno strumento applicativo è l’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) del 2001, nel quale la persona viene considerata, appunto, nei suoi diversi aspetti: biologici, psicologici, socio-relazionali ed ambientali. Questo modello combina i due modelli precedenti per poter considerare le variabili biologiche, psicologiche e sociali implicate nei processi della salute e della malattia. La disabilità viene considerata una delle variazioni del funzionamento umano.

Il modello biopsicosociale, formulato dallo psichiatra George Engel, deriva dalla teoria dei sistemi di Ludwig von Bertalanffy,

Questi tre modelli permettono di analizzare, ognuno con la propria prospettiva, la disabilità o i fattori che disabilitano, attraverso il contesto sociale in cui è immersa, la persona che ha una qualche condizione non comune: o fisica o sensoriale o intellettiva; è certo che possono coesistere più condizioni nella stessa persona.

Simone Bellan

Riferimenti

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