Gli avvenimenti a cui stiamo assistendo in questi mesi, legati alla diffusione globale del virus SARS-CoV-2, sono stati e continuano ad essere analizzati quotidianamente pressochè da chiunque, attraverso ogni canale mediatico esistente. Si va dal vostro vicino di casa che utilizza i social networks, ai commentatori e gli editorialisti dei giornali, ai politilogi ed ai virologi ormai onnipresenti nel tv talk, fino ai canali ufficiali degli organi dello Stato, che paradossalmente si sono rivelati i più timidi, almeno nelle fasi iniziali del contagio, ad esporsi nel dare raccomandazioni alla popolazione (qui mi riferisco a quella italiana, ma la situazione, almeno a livello occidentale, presenta le stesse caratteristiche prevalenti) ed a fornirle una descrizione ponderata e coerente della situazione.

Tutte queste osservazioni vengono operate attraverso le lenti più disparate: in primis psicologiche – comportamentali, volte in un primo momento a disincentivare le reazioni di panico di fronte alla diffusione del virus, ora a sorreggere mediante ragionamenti logici o di tipo morale il diktat del “restate a casa“; abbiamo poi quelle economiche, che contemplano prevalentemente analisi previsionali legate ai possibili danni sui mercati, che mettono in risalto la necessità di scongiurare un tracollo finanziario, invocando misure governative ed Europee più decise. Lenti geopolitiche, che cercano di svelare trame internazionali, rapporti interstatali che in qualche modo si intrecciano celate nell’ombra e muovono le decisioni dei governi locali e regionali. Infine le analisi prettamente scientifiche che tentano di rendere accessibili ai profani gli sviluppi e lo stato attuale della ricerca sul virus e delineando scenari a breve e lungo termine più o meno concreti.

Queste sono, a mio avviso, le tematiche che dominano oggi il discorso pubblico, dopo aver seguito il suo svolgimento nei vari media (interessante qui osservare come la questione abbia spazzato via completamente ogni altro argomento trattato in precedenza, svelando la natura irrisoria di alcuni di essi); non sono certamente le uniche e non sempre sono separatamente: molto spesso nei discorsi, autorevoli o meno che siano, vengono valutate simultaneamente. Inoltre, in ognuna di esse sono presenti correnti di segno opposto; ci si muove fondamentalmente tra due estremi: da un lato chi minimizza la questione e ritiene eccessive le misure adottate dai governi, dall’altro gli allarmisti, chi grida alla catastrofe invocando misure ancora più acute; questa dicotomia è stata indicata da Anthony Giddens nel 1999 in Runaway World. How Globalization is reshaping our Lives, dove l’autore prende in esame il rischio costruito nell’era globale e ne sottolinea la paradossale imprevedibilità.

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Quali sono i limiti dell’ipercomuncazione?

Tra i vari elementi del contesto storico in cui ci troviamo che caratterizzano questa crisi pandemica rispetto alle precedenti mi sembra che uno su tutti prevalga: la natura ipercomunicativa della società globalizzata. Molti, specialmente tra i più accaniti sovranisti, attaccano la globalizzazione in toto, come se essa non si districasse in molteplici aspetti, peraltro estremamente controversi, ma si riducesse al tentativo di alcune entità internazionali o sovrastatali di minare l’integrità degli stati-nazione. Tuttavia, se vogliamo trattare la questione in maniera seria, bisogna evitare di ignorare la complessità della situazione in cui ci troviamo.

Vorrei quindi sollevare una questione: data l’enorme capacità comunicativa rispetto alle epoche precedenti, e quindi un ulteriore argine alla diffusione del virus potenzialmente molto efficace, come è possibile che essa si stia rilevando uno strumento totalmente inadeguato a contribuire alla riduzione del problema, ed anzi sembra stia gettando benzina sul fuoco?

I termini della problematizzazione:

Così vicini, così distanti: nuovi modi di comunicare nell'era dei social network
Così vicini, così distanti: nuovi modi di comunicare nell’era dei social network

-La comunicazione non è semplicemente decentralizzata, è completamente disintegrata: l’informazione viaggia attraverso una miriade di fonti sconosciute e contrastanti. Non è riconosciuta nemmeno la competenza esclusiva agli specialisti nei loro stessi settori, e il discorso pubblico nel (non)luogo dove ormai si attua in maniera più evidente, ossia la rete, si svolge nella forma di una guerra di tutti contro tutti.

Viene meno la gerarchizzazione delle fonti comunicative (hanno tutte lo stesso peso, seppure non in maniera formale, ma nella realtà del discorso assistiamo a una totale anarchia, in cui il parere degli esperti si confonde con quelli più grossolani);

– Assistiamo alla formazione di catene di disinformazione di crescente estensione. In Italia in particolare il discorso politico traduce tutto nei suoi codici, distorcendo a tal punto la comunicazione da ridurre il virus nell’ennesimo fattore di contesa tra i vari partiti politici per accaparrarsi il consenso elettorale; tuttavia la contaminazione del discorso non avviene solo a livello politico, ma anche a livello dei singoli, che informandosi su fonti totalmente incompetenti, contribuiscono alla diffusione della disinformazione all’interno delle loro cerchie sociali, dalle quali si formano catene sempre più estese;

– Non si tiene conto degli effetti indiretti della comunicazione, che sempre in misura maggiore ottiene i risultati opposti a quelli per cui viene effettuata (senza contare i continui cambi di rotta e di tonalità nei messaggi da parte degli stessi organi a brevi distanze di tempo); questo riguarda principalmente le dichiarazioni effettuate dai membri del governo.

Questi brevi punti mi portano al nocciolo della riflessione: questa pandemia sta portando alla luce alcuni dei limiti dell’era dell’ipercomunicazione in cui ci troviamo; nonostante le sue straordinarie possibilità, essa ha raggiunto una fase totalmente caotica, e per certi versi ha determinato un’anarchia delle fonti da cui l’impossibilità di orientarsi nella comprensione della realtà.

La comunicazione sta crescendo in maniera quantitativamente eccessiva e questo ne offusca la qualità; in altre parole, venendo meno una gerarchia delle fonti, delegittimate dal monopolio della competenza le fonti autoritarie, dilagano le più assurde ipotesi e teorie che si pongono allo stesso livello di ogni altra. Il che si traduce nel fatto che la potenza comunicativa, ad esempio di un messaggio delirante, come quelli che quotidianamente vengono diffusi in maniera smodata (si pensi a quelli di tipo geopolitico-complottista), è pari a quella di una fonte legittima e specializzata.

Quali sono i limiti dello Stato nell’imporre limitazioni alle libertà individuali?

Solo dove lo Stato interviene con sanzioni, come è successo negli ultimi giorni, riesce a garantire il rispetto delle decisioni prese, riappropriandosi in parte dell’autorità che gli pertiene. Tuttavia anche questa stretta, sebbene porti evidenti risultati nel disincentivare alcuni atteggiamenti inopportuni, a sua volta infiamma il discorso: si presenta il rischio di un nuovo autoritarismo? Si vuole adottare uno stato di eccezione perenne?

L’unica certezza, al momento, è che i numeri del contagio e il loro continuo decollo gettano luce su un enorme problema di definizione e comprensione del rischio, e questo a sua volta rientra nel più ampio contesto della forma perversa che ha raggiunto la comunicazione al giorno d’oggi: notiamo come gli schemi su cui si basiamo le nostre esistenze, siano essi quelli reali (il sistema economico ad esempio) che quelli che si collocano nell’immaginario (attraverso i quali percepiamo le relazioni sociali), si reggano su equilibri talmente precari che basta una minima vibrazione sulla loro superficie ad innescarne un totale sconvolgimento.

Nel contesto preso in analisi, sarebbe opportuno stimolare una nuova fiducia nelle istituzioni, europee ed italiane, a partire dal basso, ma tale fiducia è possibile solo con un serio impegno volto agli interessi della collettività preso dalle stesse istituzioni, dalla politica prima di tutte le altre; inoltre bisognerebbe ridefinire una gerarchia all’interno del sistema comunicativo, che deve essere si libero, ma deve anche garantire che l’autorità delle fonti specializzate venga rispettata (per questo è fondamentale che esse risolvano i loro contrasti interni); e anche qui deve esserci un dialogo non competitivo tra la sfera scientifica, quella politica e la lo società civile, che andando oltre i personalismi consenta di pervenire a scelte collettive adeguate, muovendosi al di là dei confini nazionali.

Ivan Lauro

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