Il 7 ottobre 1997 in un aula parlamentare si scrive una pagina triste della storia politica italiana. Il primo collaboratore di giustizia del clan dei Casalesi, Carmine Schiavone, risponde alle domande della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

«Negli anni ’90 quello dei rifiuti è diventato un affare autorizzato. Gli abitanti di quelle zone rischiano di morire tutti di cancro entro vent’anni».

«Perché afferma questo?» chiede il Presidente della Commissione, Massimo Scalia.

«Lo dico perché di notte i camion scaricavano rifiuti e con le pale meccaniche vi si gettava sopra un po’ di terreno. Tutto questo per una profondità di circa 20-30 metri».

Il silenzio della terra dei fuochi

Lo sversamento illegale, la gestione criminale dei rifiuti, la terra dei fuochi sono argomenti arcinoti. Gomorra, libro, film e serie tv, fa di queste vicende il suo cavallo di battaglia. E allora dov’è il paradosso? Se tutti sanno, tutti dovevano sapere e “nessuno doveva morire” perché si è deciso, nell’aula più pubblica della nostra democratica Nazione, il Parlamento, di calare il silenzio su questa vicenda?

Le 63 pagine con le accuse del pentito sono state coperte da segreto di stato, per tanti anni. Esattamente quindici. Quelle dichiarazioni saranno rese pubbliche solo nel novembre del 2013, con disposizione dell’attuale presidente della Camera Laura Boldrini. Carmine Schiavone accusa criminali, politici, avvocati e massoni. Ce n’è per tutti. Non manca nessuno. L’ex parlamentare Pdl Nicola Cosentino, Licio Gelli, Maestro Venerabile della loggia massonica P2, Nicola Ferraro, consigliere regionale dell’Udeur, Francesco Schiavone detto “Sandokan” e tanti altri ancora.

La storia è ormai nota ma una riflessione in merito si rende opportuna. Quale sarebbe stata l’attuale situazione della “terra dei fuochi” se la politica, nel 1997, non si fosse nascosta dietro il segreto di stato e si fosse assunta le sue responsabilità? Avrebbe potuto promuovere immediatamente un programma di bonifica e risanamento del territorio. Avrebbe potuto sollevare la questione ed esporla alla gogna mediatica. Ma forse gli interessi economici, elettorali e criminali erano troppi e si è preferito non agire e scendere a patti con la camorra.

Nel 1998 la Commissione “ecomafie” elaborò una proposta di legge che prevedeva di inserire i reati ambientali nel codice penale, e prima ancora nel 1994 fu Legambiente nei suoi rapporti annuali a perorare la causa del “delitto ambientale”. Nonostante queste valutazioni la politica non ha alzato un dito.

Terra dei fuochi: qualcosa sta cambiando?

Il 4 marzo 2015,  dopo 17 anni da quella proposta, finalmente si vede approvato in Senato un disegno di legge che riguarda i reati ambientali. La legge in pratica prevede misure più severe per chi commette delitti quali inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico ed abbandono di rifiuti pericolosi. Queste le pene più rilevanti: reclusione dai 2 ai 6 anni per inquinamento ambientale e traffico di materiale ad alta radioattività; dai 5 ai 15 anni per danno o alterazione ad un ecosistema.

Si può cantar vittoria? Si, perché le lobby industriali e criminali avranno vita meno facile. No, perché una strategia repressiva da sola non basta. Certo è che questa legge, a dir poco  ritardataria, non potrà mai rendere giustizia ad un territorio, nello specifico quello campano, ferito se non ammazzato dalla mala gestione politica e dalle organizzazioni criminali. Si rende evidente che in Italia siamo ancora ben lontani da una pianificazione territoriale sostenibile che tenga conto della salvaguardia dell’ambiente e dello sfruttamento delle risorse, coerente con i bisogni futuri.

Angelo Luongo

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