I social network ormai accompagnano le nostre vite, a volte sostituendosi alla vita reale. Un fenomeno che si sposa perfettamente con quello dell’Hikikomori, che dal Giappone si sta diffondendo in tutto il mondo: il totale isolamento dalla vita quotidiana che viene, in certi casi, progressivamente sostituita da quella virtuale, una finta realtà relazionale, puramente solipsistica ma gratificante.

Necessità di pubblicizzarsi

Tuttavia la socializzazione del web si pone, soprattutto negli ultimi tempi per i nativi digitali, come una realtà confliggente, una commistione tra attrazione e repulsione. Una condizione che rende consapevoli dei pericoli potenziali che cela, ma, al tempo stesso, dà assuefazione rendendo l’utilizzo dei social network irrinunciabile addirittura per diverse ore al giorno, in ossequio a quella necessità di essere guardati, di pubblicizzare un privato anche se poco interessante, di viralizzare quel sé freudianamente nascosto che finalmente emerge alla ricerca disperata di un feedback di approvazione.

Pericoli irrinunciabili

Insomma, i social addicted hanno paura ma sono incapaci di rinunciare alla loro socialità virtuale: questo è lo scenario che riguarda gli adolescenti italiani, frutto di una ricerca condotta da Telefono Azzurro e Doxa Kids in occasione del Safer Internet Day 2019 su un campione di 611 giovani tra i 12 e i 18 anni. L’indagine, condotta su un campione ridotto ma indicativo, lascia emergere un rapporto controverso, ma solo apparentemente contradditorio, tra nativi e web: il 43% dei ragazzi e il 53% delle ragazze avvertirebbe ansia e agitazione se fosse privato per una settimana dei social. Allo stesso tempo, tuttavia, quasi la metà del campione (46%) ritiene che gli stessi abbiano effetti fortemente negativi e celino pericoli come il cyberbullismo, gli haters e l’odio tout court, diffondendo contenuti violenti e discriminanti.

Verso una regressione culturale?

Questo dato rivela principalmente due aspetti da non sottovalutare: in primo luogo, le giovani generazioni iniziano a palesare una consapevolezza critica nella fruizione dei contenuti digitali, declinata all’interno della vita virtuale che consumano quotidianamente, elemento, questo, che sembra essere il primo step di quell’iter responsabilizzante che in passato ha portato a delegittimare il messaggio degli old-media, quando non verificato, e a minare la loro autorevolezza ciecamente fideistica. Il secondo, che sostanzialmente neutralizza il primo, si basa sul fatto che questa consapevolezza non si trasforma in responsabilità fruitiva ma viene ridimensionata inequivocabilmente dal bisogno impellente e irrinunciabile del social, che, in questo caso, perde le sue caratteristiche di condivisione e partecipazione fine a se stessa per esacerbare quelle dell’esteriorizzazione del privato che soddisfa la componente edonistica ed estetica di ognuno di noi, anche a causa di modelli culturali discutibili, per usare un eufemismo, diffusi proprio dal web che fanno dell’immagine, in tutte le sue declinazioni, la cifra stilistica di una graduale, e speriamo evitabile, regressione culturale. Ma questa è un’altra storia.

Marino D’Amore

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