La coppia mista, caratterizzata da due partner che appartengono a differenti gruppi culturali, è un laboratorio di «convivenza tra le diversità» (Peruzzi, 2009: 67). Queste vengono elaborate dai figli e condensate in una composizione identitaria ibrida non riconducibile ai soli tratti somatici. Riflesso nei figli della mixité[1], il carattere instabile e precario peculiare dell’uomo marginale (Park, 1928 e Stonequist, 1937) delinea «da un lato la dissoluzione dei tradizionali riferimenti identitari e delle fonti di senso collettive […], dall’altro la nascita di nuove forme identitarie e nuove fonti di senso centrate sull’individuo e sui nuovi valori inerenti l’autoaffermazione, la libertà di scelta ed espressione» (Iacobucci, Lenzi in Battisti et al., 2018: 408).


[1] Il grado di mixité viene definito da Baldoni «la percezione di una differenza in termini di rilevanza» (2008: 92)


Identità e costruzione del Sé: il punto di vista della sociologia

George Herbert Mead individua i processi sociali di formazione del Sé nell’ambito della capacità dell’individuo di assumere il ruolo e i tratti dell’altro generalizzato, il quale corrisponde alla comunità o al gruppo sociale di appartenenza (Parmiggiani, 1997). L’identità individuale che si configura come «un prodotto sociale del gruppo di appartenenza, non preesistendo a quest’ultimo ma seguendo invece ad esso» (Pollini, 1987: 83), determina il venir meno dei riferimenti alla «singolarità e unicità» dell’individuo (Sanna, 2007: 39).

Evoluzioni e prospettive identitarie in sociologia

Un’evoluzione strutturalista del pensiero meadiano viene proposta da Parsons, secondo cui l’individuo assimila l’universo culturale dei simboli e dei valori attraverso il processo di socializzazione della personalità (1951; tr. it. 1965), la quale si compone di quattro sotto-sistemi caratterizzati da una specifica funzione. L’ultimo sotto-sistema, l’Identità, si caratterizza per stabilità e capacità di controllare gli altri tre – Io, Ego e Super-ego, consentendo all’individuo di orientarsi all’interno di un campo di possibilità definito e ordinato culturalmente.

L’interazionismo simbolico confuta l’idea di un’identità stabile e unitaria in quanto libera dalla personalità e in continua trasformazione nel corso del processo interattivo della vita quotidiana. Turner distingue l’identità definita come concezione di sé dall’immagine di sé. La prima si riferisce a quell’insieme di valori e aspirazioni dell’individuo, a ciò che egli percepisce come il suo io reale (Sciolla et al., 1985: 35), mentre la seconda è l’appartenenza che un individuo registra in un determinato momento ed è, quindi, facilmente variabile.

Nel modello drammaturgico proposto da Goffman l’identità è la parte visibile agli altri mentre l’attore recita la sua parte cercando di dare un’immagine coerente di sé stesso. Il conflitto che può emergere da tale molteplicità viene mediato da un atteggiamento di distacco, la distanza dal ruolo (Goffman, 1979), che riconosce un’identità ultima e definitiva che consente al soggetto di distinguere e classificare i vari ruoli (Parmiggiani, 1997).

La sociologia fenomenologica vede l’individuo protagonista di diverse biografie, consapevole di poter trasformare la sua identità nelle diverse fasi della vita (Berger, Berger e Kellner, 1973; tr. it. 1983). Tuttavia, i molteplici contesti sociali in cui vive l’individuo determinano la mancanza di un universo simbolico unitario e sovraordinato e una conseguente condizione di instabilità.

Identità nella società contemporanea: individualizzazione e incertezza

Tale crescente complessità pervade l’irreversibile passaggio alla post-modernità. Inglehart ha individuato un mutamento valoriale che, nella struttura identitaria, si concretizza in una diminuzione della fiducia nell’identità religiosa e istituzionale a favore di un’importanza crescente della realizzazione professionale e del tempo libero (Cipollini, 2007: 21), così come una minore attenzione alla realizzazione di obiettivi collettivi in un’ottica di perseguimento degli scopi individuali. Si definisce identità espressiva, quella caratterizzata dall’orientamento verso mete attinenti alla qualità della vita a scapito delle più faticose mete materiali (Cipollini, ivi: 181).

La progressiva trasformazione dei valori spinge Bauman a definire la società contemporanea società dell’incertezza, dato il disagio che deriva da un eccesso di libertà e dall’assenza di risorse necessarie per costruire un’identità solida. La molteplicità di ruoli e situazioni in cui l’individuo è coinvolto richiedono la costruzione di un’identità a palinsesto (Bauman,1999: 65), che si va formando nel corso della storia personale attraverso tasselli scelti in modo precario e utilitaristico (Bauman, 2003).

Per Beck (1994; tr. it. 2000) in questa crescente frammentazione diventa essenziale costruire un’identità riflessiva per cercare un ordine o per costruirlo. Gli individui si assumono il rischio di ogni scelta, azione e strategia al fine di trasformare il proprio percorso biografico in un progetto riflessivo continuamente auto-prodotto e non più definito socialmente. La ridefinizione dei tratti tradizionali che caratterizzano i gruppi umani crea un mondo di stranieri (Lofland, 1973) in cui non è più sufficiente identificarsi attraverso tratti etnici, culturali o somatici. Si delinea il profilo dell’uomo senza certezze (Prandstraller, 1992) maturo e consapevole del fatto che, solo aprendosi alla curiosità e alla scoperta, riuscirà ad eliminare il disordine e le contraddizioni (Cipollini, 2007).

Costruzione dell’identità in adolescenza: esplorazione e impegno

Marcia (1966) individua le caratteristiche del processo di ricerca e sperimentazione che termina con la maturazione di un soggetto in grado di assumere e mantenere degli impegni (Castelli, 2004). Le variabili chiave del processo di costruzione identitaria sono l’esplorazione delle possibili alternative che l’individuo è chiamato a operare in diversi campi (scolastico, religioso, politico, sociale, ecc.) e l’impegno per intraprendere e seguire l’alternativa individuata. Sulla base della presenza di queste due variabili si delineano quattro stati dell’identità (Marcia, 1980):

  • acquisizione dell’identità, in cui l’adolescente ha effettuato un’esplorazione significativa dei diversi ambiti della sua vita e ha assunto impegni seri in ciascun ambito;
  • moratorium, fase esplorativa in cui gli impegni non sono assunti in modo stabile;
  • blocco dell’identità, interessa coloro che senza effettuare alcuna esplorazione diventano adulti solamente identificandosi con altri significativi (Palmonari, 1993: 53);
  • diffusione, caratterizza coloro che hanno in atto tentativi superficiali e incompleti di esplorazione.  

Quando l’identità si modifica nel tempo

Meeus e collaboratori hanno proposto un modello processuale centrato sulle modalità attraverso cui l’identità si forma e si modifica nel tempo (Meeus et. al., 2011). In particolare:

  • l’impegno associato a un concetto di sé ben definito si riferisce alle scelte fatte dall’individuo e alla misura in cui si identificano con tali scelte;
  • l’esplorazione in profondità rappresenta una modalità di vivere l’impegno attivamente, per esempio riflettendo su di esso, cercando informazioni o confrontandosi con altre persone;
  • la riconsiderazione dell’impegno fa riferimento ai tentativi degli individui di confrontare i loro impegni con le alternative disponibili e agli sforzi per cambiare gli impegni assunti in quanto non più soddisfacenti.

Utilizzando l’analisi fattoriale confermativa[2] gli studiosi hanno estratto cinque fattori corrispondenti ai cinque stati dell’identità in cui classificare gli adolescenti. Agli stati individuati da Marcia si aggiunge il searching moratorium caratterizzato da alti livelli di impegno, esplorazione in profondità e riconsiderazione dell’impegno. Gli adolescenti in questo stato hanno un forte impegno e lo esplorano intensamente, ma sono anche molto attivi nel prendere in considerazione impegni alternativi.


[2] L’analisi fattoriale confermativa (CFA) viene utilizzata per testare determinate ipotesi di ricerca e presuppone che «sia specificato il modello (o i modelli) soggiacente i dati (quanti fattori estrarre, se i fattori sono correlati e così via) prima di intraprendere l’analisi» (de Lillo et al., 2007: 93).


Esplorazione identitaria e sviluppo nel tempo

I risultati degli studi condotti confermano che la formazione dell’identità dovrebbe essere concettualizzata come un processo longitudinale e che, quindi, gli stati teorizzati da Marcia possono essere intesi come traiettorie di stato dell’identità. In aggiunta, nei casi di esplorazione in profondità il distress identitario, ovvero «il grado in cui i soggetti si sentono stressati per i problemi di identità» (Aleni Sestito, Sica, Ragozini, 2011: 22), assume una valenza positiva, poiché si configura come un processo a sostegno della definizione e del consolidamento identitario. Al contrario, l’esplorazione vissuta come un processo senza sbocchi e senza finalità non sembra sostenere i giovani nel processo di acquisizione dell’identità.

Identità etnica, appartenenza culturale e seconde generazioni

L’enfatizzazione dei tratti culturali idiosincratici del gruppo consiste per Fabietti nel processo di produzione dell’identità etnica (2013: 22). Nel momento in cui l’individuo diventa una minoranza l’appartenenza diviene una risorsa a cui appellarsi (Valtolina in Valtolina, Marazzi, 2006: 107) attraverso la tendenza a sovrastimare le somiglianze tra i membri dell’in-group e le diversità degli out-group (Inghilleri, 2009: XX). La riproduzione e la ridefinizione dei tratti ritenuti cruciali dell’etnicità sembrano quindi essere mossi dalla «tendenza a effettuare costantemente una comparazione tra il proprio gruppo di appartenenza e gli altri gruppi, così che il proprio possa risultare sempre opportunamente valorizzato» (Mazzara, 2010: 14).

Epstein parla di identità negative per definire l’identità completamente imposta dall’esterno che non si riflette in alcun modo nell’immagine che l’individuo ha di sé e precisa che queste sono quasi sempre presenti nel caso in cui i gruppi etnici considerati occupano una posizione di marginalità nel sistema sociale. Al contrario «un’identità positiva si basa su una stima di sé, su un senso di orgoglio per i costumi e per i valori del proprio gruppo che si manifesta nell’attaccamento a questi» (Epstein, 1978; tr. it. 1983: 185).

Coerentemente con gli stadi evolutivi, si presume che gli individui passino dalla diffusione di identità etnica al blocco di identità o alla moratoria, raggiungendo infine un’identità etnica realizzata che implica un fermo impegno verso la propria etnia basato su un’esplorazione che ne ha portato ad una chiara comprensione (Phinney, Ong, 2007). Tale processo, nelle ricerche condotte sui giovani di origine straniera[3], delinea l’emergere di quattro diverse strategie identitarie (Bosisio et al., 2005). I giovani che si definiscono cosmopoliti sono coloro che trovano una soluzione al dilemma identitario definendosi cittadini del mondo e manifestando tratti di multiculturalismo in ogni aspetto della loro vita.


[3] Ambrosini, proponendo l’utilizzo del termine «minori di origine immigrata» (2005: 165), estende la definizione di seconda generazione in senso stretto, ovvero coloro che sono nati o giunti nel paese di accoglienza nella prima infanzia, fino a comprendere i minori rifugiati, i minori arrivati per adozione internazionale e i figli di coppie miste (Ambrosini e Molina, 2004).


Strategia del ritorno alle origini nelle identità multiple

Al contrario, i giovani che adottano la strategia identitaria del ritorno alle origini percepiscono la loro appartenenza multipla come una condizione opprimente. Portes e Rumbaut (2001) definiscono questa soluzione identità reattiva, a sottolineare la propensione al rafforzamento della propria etnicità contro il rischio di omologazione alla cultura dominante. L’isolamento/marginalità è la condizione in cui si trovano i giovani che non riescono a costruire una valida proposta identitaria poiché non si riconoscono né nella cultura dei genitori, né nella cultura della società di accoglienza. L’ultima strategia è il mimetismo ed è adottata da coloro che, disposti a cancellare ogni segno della loro diversità, desiderano identificarsi totalmente con la società di accoglienza.

La valutazione dei processi di formazione dell’identità etnica e l’approfondimento dei significati che ogni individuo attribuisce alla propria etnicità possono essere indagati dalle componenti individuate dalla scala Multigroup Ethnic Identity Measure (Phinney, Ong, 2007). Anzitutto, l’individuo deve identificarsi come membro di un determinato gruppo (auto-categorizzazione) e dare una definizione di sé in risposta al contesto e all’interazione con gli altri (etichettamento). Attraverso l’impegno, l’individuo manifesta l’attaccamento e l’investimento personale nel gruppo (senso di appartenenza e impegno affettivo), mentre, tramite l’esplorazione ricerca informazioni ed esperienze rilevanti sulla propria etnia.

Ulteriori indicatori sono il grado di abbandono delle pratiche riconosciute da un gruppo come tradizionali e il significato ad esse attribuito (comportamenti etnici); la valutazione positiva del gruppo e sentirsi a proprio agio con la propria etnia indipendentemente dall’interiorizzazione di ciò che gli altri pensano; condividere valori e credenze peculiari del proprio gruppo; il grado di importanza e rilevanza attribuito all’identità etnica e, infine, la relazione tra quest’ultima e l’identità nazionale.

Identità multiple e appartenenze fluide nei figli di coppie miste

A fronte di una vasta letteratura internazionale, in larga parte circoscritta all’esaltazione delle caratteristiche somatiche, in Italia il fenomeno delle coppie miste risulta di recente esplorazione (Panari, Fenaroli, 2006). Pertanto, la ricerca empirica condotta tra i figli di coppie miste ha richiesto un approccio teorico specifico, non sovrapponibile al tema delle seconde generazioni, al fine di introdurre sistemi di classificazione più articolati. L’indagine si orienta a partire da tre ipotesi:

  • la ricerca dell’identità etnica nei figli di coppie miste ha origine da un processo di esplorazione e valorizzazione degli elementi etnico/culturali di cui è portatore il genitore straniero;
  • il risultato di questa ricerca può non dar luogo necessariamente a un’identità perfettamente bilanciata tra le due culture, in quanto è possibile la manifestazione di tratti ambivalenti;
  • una ricerca finalizzata ad annullare la mixité e negare ogni tratto di alterità può condurre all’adozione di un’identità etnica esclusiva.

La natura del problema di indagine ha suggerito una strategia puramente qualitativa, con rilevazione attraverso intervista semi-strutturata (Fideli, Marradi, 1996), in quanto permette di porre enfasi sulla prospettiva individuale degli intervistati, sulle loro esperienze e sul senso che viene attribuito ad esse.

Interlocutori e variabili

La scelta degli interlocutori è stata operata sulla base della «significatività dell’esperienza e della collocazione dei soggetti da intervistare relativamente alla più ampia finalità dell’indagine» (Sala in De Lillo, ivi: 98). La provenienza del genitore straniero è stata limitata all’Asia e all’Africa poiché il figlio di una coppia mista così composta è, in questa sede, ritenuto «fonte orale privilegiata» (Gianturco, 2005: 100) dal momento che i tratti somatici possono diventare, nella relazione con l’altro, «oggetto del contro transfert culturale carico di proiezioni negative fondate su rappresentazioni stereotipate e giudicanti che disorientano e confondono il suo sviluppo identitario» (Ranchetti, 2015: 67).

Inoltre, le differenze circa il modo di vivere la religione e la famiglia, che caratterizzano tali coppie, sono interpretate dall’analisi sociologica e dal sentire sociale come fattori scatenanti problematiche e conflittualità (Cerchiaro in Allievi, Guolo, Rhazzali, 2017). La variabile relativa all’età permette di evidenziare le differenze nei soggetti in piena fase adolescenziale rispetto a coloro che hanno già affrontato la sfida identitaria e superato le trasformazioni biologiche, psicologiche e sociali che caratterizzano l’adolescenza; mentre la variabile del genere consente di cogliere in dettaglio gli aspetti peculiari di gruppi e sottogruppi con le stesse caratteristiche (Gianturco, ivi). Selezionando due casi per ogni tipo di interlocutore sono state svolte comparazioni e approfondimenti tematici tra profili dello stesso tipo (ibidem).

Famiglia e trasmissione dell’identità culturale nei figli di coppie miste

Gli adolescenti, maggiormente inclini ad accogliere valori e stili di vita tipici della società globale (Muscarà, Messina, 2014), non sembrano riscontrare e valorizzare le differenze culturali e valoriali dei genitori. Per loro, la convivenza delle due culture si manifesta principalmente in riferimento agli oggetti presenti in casa o nelle abitudini culinarie.

Modelli educativi biculturali, assimilazione e negoziazione

Nelle esperienze dei giovani adulti, maggiormente consapevoli delle differenze, emergono le tre differenti modalità educative individuate da Tognetti Bordogna (1996: 130): le scelte biculturali, l’assimilazione, la negoziazione conflittuale.

Coerentemente con il primo modello, la ricchezza della mixité viene vissuta nell’accettazione reciproca adottando soluzioni finalizzate al compromesso e alla valorizzazione dei diversi patrimoni culturali. I genitori cercano di trasmettere il rispetto per le due culture e gli strumenti, tra cui la lingua straniera, per affrontare i disagi e le difficoltà.

Religione e conflitto tra sistemi culturali

La religione, laddove è predominante la negoziazione conflittuale, viene evidenziata come elemento di differenziazione, un’entità che distingue e separa i due sistemi valoriali. In mancanza di confronto, una cultura si impone sull’altra esasperandone i valori. Il prevalere della mono-culturalità si sostanzia in un ambiente familiare caratterizzato da una gerarchizzazione (Bastarelli, 2001) e inconciliabilità tra culture.

Mia madre voleva che io fossi stato più giapponese, in qualche modo rendermi meno italiano. Mi ha parlato sempre e solo giapponese.

Y., 21 anni. Maschio, madre giapponese e padre italiano

La negoziazione delle differenze può essere orientata verso il modello dell’assimilazione quando un coniuge decide di rimuovere le proprie caratteristiche culturali a favore di quelle predominati o del partner. La conflittualità risulta ridotta, anche se dalle interviste emerge un processo di semplificazione indefinito e confuso che si traduce nella percezione di un forte squilibrio tra le due culture.

Non so esattamente i suoi valori, non siamo mai stati immersi nella cultura giapponese.

R., 24 anni. Femmina, madre giapponese e padre italiano

Le interviste mettono in risalto il ruolo educativo assunto dalle madri straniere nel sostenere i figli ad adottare una scelta identitaria chiara e ad assumere un impegno verso la stessa, scoraggiando, anche a spese delle proprie radici culturali, l’esplorazione di alternative che potrebbero alterarne l’equilibrio identitario. I padri stranieri, al contrario, sembrano più propensi ad incoraggiare le opportunità di esplorazione cercando di tardare l’assunzione di una scelta identitaria definitiva. La neutralizzazione del confitto attraverso la costruzione di un’identità familiare basata sugli aspetti condivisi (Bertolani, 2002) assume la forma di un compromesso. I partner evitano un vero confronto e le scelte conflittuali vengono delegate direttamente ai figli.

I miei genitori hanno sempre cercato di non far entrare le tradizioni nella nostra famiglia. Non appositamente, però non c’è mai stato un sottolineare “tu sei del Camerun, io sono italiana”

J., 27 anni. Femmina, madre italiana e padre camerunese

Emerge, inoltre, un modello educativo in cui i riferimenti tipici delle due culture non vanno persi, ma si uniscono e confondono nell’insieme dei fattori che influenzano la genitorialità. Il risultato è la consapevolezza di non godere di particolari peculiarità, ma di dover affrontare, come in ogni famiglia, le sfide di crescere un figlio nella velocità del mutamento che caratterizza gli odierni contesti sociali.

Differenze nella trasmissione culturale: origini africane e asiatiche

Dal lato delle provenienze, i genitori provenienti dall’Africa sottolineano l’importanza della famiglia allargata, che dai familiari in senso stretto arriva a comprendere la comunità di riferimento. Ai figli viene così tramandato il valore della famiglia e il sacrificio per contribuire al benessere della stessa. I genitori africani sembrano investire sulla socializzazione dei figli trasmettendo l’orgoglio per la propria etnia e la consapevolezza di un ambiente che potrebbe apparire ostile. Questo stile protettivo è finalizzato a «preparare il figlio al confronto con il mondo esterno e spesso a sviluppare posizioni difensive rispetto alla società» (Panari, Fenaroli, 2006: 82).

Non mi ha mai costretto a portare i capelli in uno determinato modo, ma mi diceva che se li volevo afro non dovevo curarmi di determinati punti di vista.

D., 23 anni. Femmina, madre italiana e padre congolese

I genitori asiatici hanno uno stile genitoriale più autoritario, mirato alla trasmissione di una condotta comportamentale conforme a quella del gruppo di appartenenza. I valori prevalenti enfatizzano l’obbedienza, il rispetto degli anziani e l’appartenenza culturale che incoraggia la separazione delle culture in funzione dell’orgoglio etnico.

C’è stato un periodo che ero giapponese, anche se in Giappone nemmeno ci vivevo. Mia mamma mi ha insegnato date storiche, personaggi importanti (…) mi ha detto: “se non sai queste cose un giapponese riderà di te”.

Y., 21 anni. Maschio, madre giapponese e padre italiano

Come si costruisce l’identità etnica negli adolescenti figli di coppie miste

Gli adolescenti manifestano un desiderio ambivalente che, da un lato, vede l’aspirazione ad identificarsi con gli altri coetanei e, dall’altro, il mantenimento del legame con le proprie origini. La spinta iniziale alla ricerca nasce quindi dal confronto con l’alterità e dal senso di inadeguatezza percepito.

Adolescenza e ricerca dell’appartenenza culturale

Quando sono a pranzo da mia nonna paterna sento di essere per metà un’altra cosa rispetto a quella che sono quotidianamente.

M., 16 anni. Femmina, madre italiana e padre eritreo

Il processo di esplorazione dell’adolescente, più che per auto riflessività o capacità di valutazione, sembra costruirsi sporadicamente sulla base del vissuto quotidiano e delle pratiche portate avanti dal genitore straniero.

Coerentemente alle ipotesi di Marcia, in mancanza di esplorazione iniziale, il coinvolgimento intenso rispetto alla propria etnicità sembra adeguarsi a modelli imposti dall’esterno. Le caratteristiche somatiche sono considerate sufficienti a stabilire dei parametri per la definizione di sé stessi, assicurando stabilità e immutabilità.

Sono 80% italiano e 20% nigeriano, perché penso che le radici non si cancellano, tipo il colore della pelle. La cultura nigeriana però non ho avuto opportunità di conoscerla.

K., 18 anni. Maschio, madre nigeriana e padre italiano

Gli adolescenti che elaborano le possibili alternative identitarie sembrano adottare un impegno diretto a rafforzare l’identificazione con l’appartenenza scelta e a valorizzarne gli aspetti prevalenti. Gli indicatori identitari sono soggettivamente acquisiti dagli adolescenti, i quali vengono plasmati a seconda delle circostanze per giustificare una coerenza rispetto al proprio modo di essere, enfatizzando elementi simbolici o diffusi culturalmente.

Grazie al riferimento di mio padre, della cultura orientale, diciamo che quando c’è un obiettivo io devo portarlo a termine.

M., 18 anni. Maschio, madre italiana e padre vietnamita

L’assenza di un impegno specifico denota, invece, un comportamento poco costante che sembra quasi delegare al genitore straniero la scelta degli aspetti su cui impegnarsi.

Io quasi mai chiedo, ma se mia madre mi parlasse di qualcosa sì, mi piacerebbe approfondire la cultura senegalese.

Z., 17 anni. Femmina, madre senegalese e padre italiano

L’esplorazione limitata e lo scarso impegno sono funzionali allo scopo di rompere gli argini e ad aprirsi all’incontro con le diversità. La pluriappartenenza tende ad essere considerata come condizione naturale e spontanea, ma sperimentare queste diverse alternative porta all’adozione di un’identità decontestualizzata. La maggior parte degli adolescenti si definisce appartenente a più entità territoriali senza che questo implichi un impegno affettivo. Il rischio è di incorrere in forme di cosmpolitismo banale (Beck, 2002:28), per cui gli adolescenti non sono necessariamente amanti della diversità o consapevoli della loro scelta culturale.

Sono cittadino del mondo-burino. Perché sono nato in Italia, ma per un periodo abbiamo vissuto in Spagna. Una mia zia vive a Montpellier e sono stato a trovarla.

K., 18 anni. Maschio, madre marocchina e padre italiano

L’assenza di un’identità strutturata può manifestarsi attraverso una percezione di marginalità, indicando l’incapacità di trovare un’appartenenza esclusiva e, di conseguenza, la scelta di un modello identitario originale che non sacrifica nessuna delle due culture.

Direi in bilico tra le due culture perché la cultura italiana la conosco, ma non tanto come la conoscono altre persone e quella giapponese la conosco, ma non tanto. Quindi mi trovo in mezzo.

Z., 14 anni. Maschio, madre giapponese e padre italiano

Dall’altro lato, le opportunità offerte dalla cultura globale possono causare uno stato di confusione nell’adolescente, più preoccupato a mantenere saldo il sentimento di appartenenza alla realtà più prossima piuttosto che investire in appartenenze lontane difficilmente esperibili. Al fine di reagire all’instabilità l’adolescente riformula la propria identità iniziando da un progressivo allontanamento da ogni tratto di alterità. Questo aspetto denota la difficoltà nella gestione delle appartenenze multiple e che l’etnicità è una caratteristica distintiva, ma non è determinante nell’attribuire un’appartenenza.

Cinese quasi neanche per sogno, perché non parlo la lingua, conosco poche tradizioni, non c’ho mai vissuto.

S., 16 anni. Femmina, madre cinese e padre italiano

Cittadinanza e riconoscimento dell’identità

Relativamente alla cittadinanza emerge una percezione molto definita. Tutti coloro che sono sprovvisti di doppia cittadinanza considerano, per il momento, sufficiente quella italiana ai fini della loro identificazione. Gli elementi etnici vengono relegati alla sfera privata, mentre la dimensione nazionale garantisce la fiducia e la tranquillità di essere riconoscibili agli occhi degli altri (Valtolina in Zanfrini, 2013).

Coloro che hanno la doppia cittadinanza vedono positivamente questo strumento, in quanto sembra rafforzare l’appartenenza e legittimare le proprie origini. Tuttavia, la mancata espressione dei diritti e dei doveri che discendono dalla cittadinanza fa dedurre un’accettazione passiva e funzionale a raccogliere nuove appartenenze senza «polarizzarsi su una sola dimensione della propria identità» (ivi: 68).

Anche se non sono nata in Giappone ci tengo alla cittadinanza giapponese. Senza questa mi sentirei comunque italo-giapponese, però forse più appartenente a uno dei due paesi.

A., 14 anni. Femmina, madre giapponese e padre italiano

Identità etnica e appartenenze nei giovani adulti figli di coppie miste

Le pressioni sociali rilevate in base all’assunzione dei diversi impegni sembrano innescare una crisi di identità nei giovani adulti, i quali, senza le proprie certezze riguardo le origini e il ruolo nella società, sfuggono all’estraneità universale (Scuccimarra, 2004) mantenendo lo stato di moratoria.

Giovani adulti e crisi identitaria

Non avevo capito che il mio colore della pelle veniva notato come una caratteristica predominante di quella che poteva essere la mia personalità. Mi è capitato spesso di chiedermi se facevo le cose per ricalcare un’idea di una cosa che neanche te poi sai com’è nel reale.

D., 23 anni. Femmina, madre italiana e padre congolese

Tale prolungamento risulta coerente con l’impossibilità di sintetizzare la propria identità attraverso la cittadinanza. Emerge un individuo consapevole delle proprie azioni e delle proprie scelte, che non assorbe passivamente la cultura, ma che ne è artefice.

Non farò mai l’errore di arrivare a definirmi con una delle due nazioni. Io uso, di solito, il mio nome e cognome, perché mi sembra che ogni singolo sia talmente particolare da non poter essere definito dalla cultura nella quale è cresciuto.

D., 23 anni. Femmina, madre italiana e padre congolese

I giovani che hanno in atto un’esplorazione attiva sono orientati a rafforzare le proprie potenzialità con l’obiettivo di sviluppare un progetto di vita coerente. Tale ricerca di significato si manifesta ulteriormente nel sentimento di ambivalenza rispetto ai criteri che stabiliscono la cittadinanza e all’impossibilità di adottare un’identità collettiva come risposta al dilemma identitario.

Non sono cittadino filippino, non conosco la società, non conosco le leggi. Perché dovrei avere la cittadinanza? C’è una svalutazione di questi valori.

E., 28 anni. Maschio, madre filippina e padre italiano

Al contrario, l’adozione di un’identità esclusiva sembra essere correlata con la mancata esplorazione e uno scarso interesse per la dimensione etnica. In assenza della crisi identitaria sembra manifestarsi un’accettazione dogmatica dei valori e della cultura maggioritaria. L’esperienza compiuta con l’obiettivo di stabilire dei confini tra le appartenenze dà concretezza all’identità stessa la quale, da un lato, trova nel sentimento di nazionalità la certezza di rendersi riconoscibili nella frammentata società multiculturale, dall’altro viene sacrificata in funzione della più allusiva identità collettiva.

Mi sento cittadino del mondo da italiano. La cittadinanza italiana sicuramente mi identifica, però non penso che possa essere sufficiente a identificarmi come persona. Sono tutt’altro.

L., 27 anni. Maschio, madre eritrea e padre italiano

Un’ulteriore possibilità è quella che si verifica nei giovani adulti che, in assenza di esplorazione e assunzione di impegni specifici manifestano, coerentemente con le ipotesi di Marcia (1980) un’identità diffusa/evitante. Per questi giovani nel quotidiano prevale una concezione della cultura negoziata in funzione del contesto sociale, una risorsa da invocare come qualcosa di stabile anche se ne vengono adottate variabili fluide.

Non dico sono italo-africana (…) non mi sento appartenere a un paese proprio. Sono mulatta, per me quella parola racchiude tutto.

J., 27 anni. Femmina, madre italiana e padre camerunese

Esperienze transnazionali e identità biculturale

L’assunzione di un impegno specifico sembra essere favorito dall’aver visitato il paese del genitore straniero, nel parlare la sua lingua e nell’avere contatti con i parenti all’estero. I giovani in questo stato valorizzano gli elementi caratteristici delle due culture, evidenziandone gli aspetti comuni o le misure in cui si compensano. La duplice competenza culturale non è vissuta con confusione, ma sembra assumere le sembianze di una competenza unica e necessaria.

Italo-egiziano. Appartengo a quella araba sul lato della famiglia, però sul lato di come prendere la vita mi sento più nella cultura italiana. Quindi è un misto bilanciato. Io non rinnego quella parte, anzi ne vado fiero.

A., 26 anni. Maschio, madre italiana e padre egiziano

La crescente volatilità dei confini identitari delinea la fluidità dell’appartenenza, la quale è vissuta con la consapevolezza di avere una risorsa in più in grado di agevolare le molteplici esperienze di vita (Bauman, 2002) e di valorizzare le specificità individuali senza sottostare a processi di categorizzazione e stereotipi.

Tuttavia, sviluppare un senso di appartenenza verso entrambe le culture non si traduce necessariamente nella capacità (o nella volontà) di creare un’identità sinergica.

Mi vedo come un jolly, non “in mezzo a”, (…) uno che come gli fa comodo può spostarsi tra l’uno e l’altro. In Giappone divento un giapponese. Quando sono in Italia sono italiano. Questa è una delle mie grandi, poche fortune.

Y., 21 anni. Maschio, madre giapponese e padre italiano

La percezione di confini rigidi e invalicabili tra le culture sembra essere un fattore predittivo della manifestazione dell’identità multipla (Bauman, 1999, 2002). La soluzione al dilemma identitario si riscontra nell’assunzione di una modalità di autorappresenzione inclusiva (Scuccimarra, 2004) e nella funzione strategica dell’appartenenza territoriale e, in particolare, della cittadinanza in quanto strumento che legittima la partecipazione a molteplici esperienze. Al riguardo Bauman parla di «comunità guardaroba» (2002: 235) che godono delle stesse caratteristiche dell’identità liquido-moderna: effimere e transitorie.

Una simile pragmaticità caratterizza però un mancato sincretismo, un Sé diviso e frammentato e la conseguente impossibilità di costruire un’identità unitaria. Occorre però evidenziare che dalle interviste emerge una percezione di irrilevanza dell’identità etnica, a favore di un’identità plasmabile, spendibile nella molteplicità delle relazioni e delle esperienze di vita.

Non sono veramente integrato in nessuna delle due, allo stesso tempo ti dico però che sono felice così, è un bene pensare a sé stessi.

Y., 21 anni. Maschio, madre giapponese e padre italiano

Nella perfomance dell’identità multipla, la poligamia di luogo, indicata da Beck (1997, tr. It. 1999) come strategia per elaborare un’immagine di sé coerente e unitaria, sembra trovare nell’identità etnica un accessorio utile ad accogliere le possibilità del futuro senza avere vincoli rigidi e godendo delle opportunità offerte dall’identità di volta in volta migliore.

Partecipazione sociale, politica, valori e identità di genere

Gli adolescenti manifestano un impegno sociale maggiore, soprattutto nel volontariato, probabilmente perché questo tipo di esperienza permette di cimentarsi in ruoli sconosciuti, esplorare le diversità e aprirsi all’incontro con l’altro. Tale apertura cambia sembianze nei giovani adulti, più riflessivi e meno propensi a spogliarsi delle proprie aspirazioni in favore di cause collettive.

Identità e partecipazione sociale e politica

Sembra emergere una sorta di pregiudizio correlato al frequentare associazioni che rappresentano figli di coppie miste o seconde generazioni, poiché potrebbe significare farsi portavoce di un tipo di condizione che per Goffman (1963; tr. it. 1970) evidenzia uno stigma dalle connotazioni etniche.

Quando parlano di seconde generazioni io mi metto nella condizione di essere “non preso in causa”, ma è naturale.

L., 27 anni. Maschio, madre eritrea e padre italiano

Dal punto di vista della partecipazione politica, i giovani adulti manifestano contemporaneamente un diffuso sentimento di sfiducia e un forte coinvolgimento emotivo. Di fronte alla percezione di inadeguatezza dei partiti politici tradizionali, essi trovano nella loro condizione di figli della mixité una nuova modalità di vivere l’impegno civico (Giddens, 1991).

L’altra mia metà può essere tranquillamente immigrata e quindi mi sento responsabile. Se c’è qualcuno che ha un sentimento di odio mi trovo in dovere di provare per lo meno a fargliela vedere in maniera diversa.

J., 27 anni. Femmina, madre italiana e padre camerunese

Al contrario, per gli adolescenti la percezione di avere un ruolo da interpretare sembra ancora poco esplorata. I primi tentativi di assunzione di ruolo si manifestano nell’interpretazione riflessiva della propria singolarità, prima elaborando e poi progettando la modalità idonea per esternarlo.

Diciamo che sono figlia di una migrante. È una cosa che sento dentro, però non ne ho ancora mai parlato fino in fondo.

Z., 17 anni. Femmina, madre senegalese e padre italiano

Analogamente, anche la religione assume un ruolo marginale dal punto di vista degli adolescenti, che sembrano arginarne consapevolmente l’esplorazione poiché ritenuta inadeguata ad esprimere la propria appartenenza. La soluzione è la «personalizzazione del credere» che permette di «passare da una “identità religiosa trasmessa” ad una “identità religiosa scelta” in quanto riconosciuta come fondamento e orientamento per la propria vita e per la propria stessa identità personale» (Milan, Cestaro, 2016: 49).

Infine, come argomentato da Mauceri, i percorsi di costruzione identitaria sono relazionati all’appartenenza di genere (2015: 72). Le ragazze sono incoraggiate ad investire sullo sviluppo delle competenze relazionali (Riva, 2008), manifestano una maggiore propensione all’esplorazione dei valori interculturali e all’apertura verso riferimenti culturali multipli. Nel genere maschile sembra essere più frequente un orientamento deciso a definire in modo stabile e sicuro la propria identificazione e i propri riferimenti culturali. Questo atteggiamento assicura la tutela delle distinzioni, che nel processo di costruzione identitaria aiuta a relazionarsi con l’alterità attuando i relativi processi di categorizzazione.

I nuovi cosmopoliti: identità fluide e appartenenze multiple

L’esplorazione delle diverse alternative identitarie, più che dalla valorizzazione degli elementi etnico/culturali di cui è portatore il genitore straniero, sembra avere origine dalla percezione di una diversa appartenenza somatica che non assicura la spontanea identificazione. In particolare, sono i marcatori etnici (Zanfrini, 2007) a determinare la strategia di elaborazione della doppia appartenenza. Nei giovani con origini africane e cinesi l’appartenenza somatica risulta più forzata e incisiva ai fini della costruzione identitaria. La provenienza del genitore straniero viene considerata un elemento riduttivo di fronte alla molteplicità della personalità, tanto da disapprovare questa etichetta ed escluderla dalla definizione di sé stessi.

Un’ulteriore differenza è dettata dal genere. Nelle ragazze la valorizzazione dell’esplorazione e lo stile relazionale «intimistico-riflessivo» (Besozzi, 2003: 34) contribuiscono a ridurre condizionamenti e stereotipi a favore di un crescente apprezzamento delle differenze. Nei ragazzi emerge maggiormente una tradizionale definizione dell’appartenenza etnica, predefinita e orientativa. La visione strumentale della realtà e lo stile relazionale «ludico-evasivo» (ibidem) non incoraggiano l’esplorazione garantendo così il mantenimento delle posizioni preesistenti.

Marcatori etnici e nuove forme di cosmopolitismo per le identità multiple

In riferimento alle evidenze empiriche è possibile affermare che la mancata esplorazione finalizzata ad azzerare la mixité non conduce, contrariamente a quanto ipotizzato, all’adozione di un’identità etnica esclusiva, ma emerge con forza quella che si potrebbe definire un’identità etnica post-moderna caratterizzata da ampie possibilità di esplorazione e impegno. La valorizzazione della natura progettuale dell’identità determina il primato dell’individuo sulle condizioni ascritte. Il bisogno di definirsi etnicamente risulta allora secondario poiché, per potersi affermare nella dinamicità della post-modernità, è necessario dotarsi di un’identità plasmabile e svincolarsi da ogni impegno e restrizione.

Si delinea così il profilo dei nuovi cosmopoliti, capaci di rendersi flessibili a seconda del contesto, liberi dai vincoli dall’appartenenza nazionale e dotati dello sguardo cosmopolita che conferisce loro: «senso della mancanza di confini […] uno sguardo dialogico capace di cogliere le ambivalenze nel contesto delle differenze che sfumano e delle contraddizioni culturali. Esso mostra non soltanto la lacerazione, ma anche la possibilità di organizzare in una cornice culturale multietnica la propria vita e la convivenza» (Beck, 2005: 14).

Sara Felici

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