Quando Simmel nel 1903 pubblica Le metropoli e la vita dello spirito forse aveva già intuito i caratteri prossimi verso cui la modernità si stava dirigendo e con essa l’agire sociale degli individui, caratterizzato perlopiù da una sempre maggiore intellettualizzazione della vita, a discapito di quelle altre facoltà umane – come la sentimentalità – che progressivamente sarebbero venute meno con l’avvento del vivere associato nella sua metropoli Berlino. In questo contesto, Simmel si colloca a metà tra chi, tra i suoi contemporanei nell’ambiente intellettuale, giudicava la modernità negativamente mettendone in risalto i tagli peggiori e coloro che, sconvolti dall’ammirazione del progresso tecnico-scientifico, la giudicavano come una rivelazione (un’epifania) strabiliante. Ma alla luce dei recenti sviluppi nell’ambito tecnologico con la creazione di Internet e, con esso, dei social network – frequentatissimi di questi tempi dalle fasce di popolazione più giovani ma non solo – come è possibile reinterpretare la figura del blasé individuata da Simmel come tipica dell’atteggiamento del moderno di fronte all’eccesso di stimoli, di cultura delle cose?

La nozione di spirito in Simmel

Innanzitutto, va chiarita quella che in Simmel pare essere una nozione centrale nella sua elaborazione filosofica ma non solo: la nozione di spirito (geist, che talvolta invero è accompagnata o è sostituita dai termini affini di seele, “anima”, o Ich, “Io”). Questa nozione, a dire il vero, è stata mutuata dalla filosofia hegeliana e dalla terminologia dello stesso Hegel, specificando che mentre il filosofo idealista la utilizzava accompagnandola con gli aggettivi caratterizzanti i tre momenti dello sviluppo dello spirito nella realtà (soggettivo, oggettivo, assoluto), il filosofo e sociologo di Berlino ha preso in uso gli aggettivi qualificativi “soggettivo” e “oggettivo” nella misura in cui non pretese di formulare una teoria dialettica totalizzante dello sviluppo della realtà, men che meno dello spirito umano con sintesi finale.

Georg Simmel

L’ipertrofia dello spirito oggettivo

Simmel, in una maniera che si può dire sagace e lungimirante, ha diagnosticato una tendenza generale del vivere associato moderno. Questa tendenza che egli ebbe modo di riconoscere riguardava il graduale accrescimento ipertrofico della cultura delle cose – dello spirito oggettivo – rispetto alla cultura degli individui – lo spirito soggettivo – che man mano si andava appiattendo, atrofizzandosi, risolvendosi in un disinvolto e disinteressato consumo, talvolta individualizzato, dei prodotti dello spirito che venivano posti sul mercato e che erano espressione delle svariate e molteplici interazioni umane. Questo processo è portato all’ennesima potenza con la diffusione interazionale del cyberspazio e con l’avvento dei social network, che hanno dato finalmente la possibilità agli individui di trasformarsi da meri consumatori di prodotti intangibili a produttori di espressività, di arti, derivati di interazioni le più disparate, in breve: di cultura. Ma è da restare certi che questo proliferare produttivo costituisca un risultato utile ai fini dell’arricchimento personale? Ebbene, fatti questi chiarimenti, possiamo calarci nel problema dell’atteggiamento del vivere moderno in presenza dei social network.

Immagini cangianti, un unico spazio

La produzione giornaliera e l’effervescenza costante dei contenuti culturali (cultura è da intendersi nel senso più antropologico del termine) sulle piattaforme social costituisce un atto creativo di breve gittata; infatti, siccome la progettualità dell’azione comporta uno sforzo individuale, ne consegue che essa, accompagnata dalla condizione situazionale in cui ci si viene a trovare nell’ambiente virtuale, si risolve nell’espletamento consistente di un’”imperativo” che comanda ricerca di più contatti possibili nell’ottica quantitativa – dare forma a un network di relazioni informi, poco prevedibili, ignote, incerte –, ma questo porta anche a una diminuzione della qualità delle relazioni instaurantesi: è l’atteggiamento del blasé descritto da Simmel nella sua Berlino. Blasé non è tuttavia, diversamente da come si vuole credere, un atteggiamento di volontaria indifferenza al mondo circostante; l’atteggiamento blasé sui social si configura come una ricerca spasmodica e volontaria di quella sensibilità emotiva che viene a mancare sui social come network di relazioni strutturalmente fredde. Ma, ancorché il blasé nella vita offline si ritrovi disinteressato e indifferente verso ciò che lo circonda tutto preso dal suo cammino frettoloso in direzione delle sue mete, nel cyberspazio il blasé è pressoché in-indifferente rispetto alla ricerca del piacere.  È qualcosa che si avvicina a uno smoderato edonismo, qualcosa di molto diverso dal blasé “classico” descritto da Simmel ne Le metropoli; è qualcosa – o meglio – qualcuno che si deve districare da quella rete di cose che non sono degne di suscitare la sua attenzione, il suo piacere, la sua stimolazione visiva. Perché di immagini, video, foto, ecc. si tratta. E la sua missione, il suo compito, è quella di ricercare e calcolare maggior piacere possibile, distraendosi così dalla noia, dall’introspezione, dalla solitudine.

Print Friendly, PDF & Email