Alla fine il virus è entrato anche in carcere: la rabbia dei detenuti espressa violentemente nel corso delle rivolte che hanno coinvolto la popolazione carceraria di oltre venti istituti a partire dallo scorso 7 marzo, all’indomani delle confuse comunicazioni trasmesse circa la volontà da parte del Ministero della Giustizia di sospendere, tra le varie cose, i permessi premio e i colloqui con l’esterno, si è intrecciata alla paura che le notizie relative al virus stesso, i suoi effetti e le sue conseguenze ha suscitato in una perenne situazione di sovraffollamento carcerario che da anni caratterizza i penitenziari italiani. Nonostante le alte mura che separano prepotentemente la struttura del carcere dal resto del territorio, è notizia di questi giorni la conferma del primo caso di detenuto contagiato dal virus, ospite, paradossalmente, dell’istituto penitenziario di alta sicurezza di Voghera, a cui è seguita la comunicazione ufficiale da parte del Ministero di ulteriori nove casi analoghi provenienti da altri istituti, volutamente taciuti, che sarebbero stati prontamente individuati, isolati e trasferiti in ospedale.

I pericoli del contagio sono quindi adesso evidenti: come si poteva infatti pensare che la famosa distanza di un metro, così vitale al di fuori, potesse essere garantita all’interno delle strutture carcerarie, troppo piccole e fatiscenti per contenere una popolazione che, nonostante i numeri stabili della criminalità, continua, al contrario, ad aumentare? Numerose sono state infatti fin da subito le sollecitazioni rivolte alle autorità competenti da parte di esperti del settore a prendere finalmente in considerazione la possibilità di far accedere alle diverse misure alternative coloro che avrebbero i requisiti per farlo, per ridurre in questo modo il numero dei detenuti presenti ed evitare che questa pandemia, già difficile da gestire all’esterno, si trasformasse in un’altra epidemia, assolutamente evitabile, in carcere, sommandosi così alle molteplici problematiche da tempo lì presenti.

Per questo motivo, all’interno del decreto “Cura Italia”, il guardasigilli Alfonso Bonafede ha inserito alcune disposizioni in tal senso, che prevedono, in particolare, l’accesso alla detenzione domiciliare per i detenuti con un residuo pena inferiore a 18 mesi, licenze per quelli in regime di semilibertà (fino al 30 giugno, per adesso), braccialetti elettronici <<ove disponibili>> per controllare i condannati maggiorenni (ma di braccialetti elettronici ce ne sono davvero pochi..). Le norme varate tuttavia, oltre a non essere sufficienti né funzionali allo scopo di alleggerire il sovraffollamento, si muovono all’interno di uno scenario ricco di criticità che soltanto emergenze di temporanea urgenza, come quella che stiamo vivendo adesso, portano alla luce pubblicamente.

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Perché quella violenza sui tetti?

Il carcere italiano al tempo del Coronavirus

<<La riforma della prigione è quasi contemporanea alla prigione stessa. Ne è come il programma. La prigione si è trovata fin dall’inizio impegnata da una serie di meccanismi di accompagnamento, che devono in apparenza correggerla, ma che sembrano far parte del suo stesso funzionamento.>>

Con queste parole, tratte dalla sua monumentale opera “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione”, il filosofo francese Michel Foucault sottolinea una realtà davvero importante, evidente anche adesso per quanto riguarda la situazione italiana: la storia del penitenziario è la storia delle sue riforme, tentativi di tamponare provvisoriamente le falle del sistema che rischiano di metterlo temporaneamente in crisi senza, di fatto, fare nulla per cambiarne l’essenza e risolverne le criticità. Esattamente come “liberare” 3-4 mila detenuti adesso sembra essere l’unica soluzione possibile, tanto costosa quanto necessaria, per evitare lo scoppio in futuro di altrettante pericolose rivolte. Sia chiaro, non si vuole giustificare né perdonare la brutalità delle proteste che abbiamo visto innescarsi nei diversi istituti; tuttavia, ci si deve chiedere piuttosto il motivo alla base di quelle violenze, scoppiate proprio nel luogo in cui, come si dice, la pena scontata dovrebbe “tendere alla rieducazione del condannato”.

Come detto in precedenza, le notizie confuse trasmesse relative all’emergenza virus, la mancanza degli spazi adeguati per poterla gestire, le condizioni sanitarie e igieniche spesso precarie, l’indebolimento fisico e psicologico dovuto alla detenzione stessa, la sospensione improvvisa dei colloqui con i famigliari che, per la maggior parte degli ospiti dei penitenziari, rappresentano l’unica possibilità di distrazione dallo scorrere di un tempo vuoto ed immobile, in mancanza spesso di altre attività educative e ricreative (obbligatorie ma non sempre garantite), confermano un’immagine del carcere estremamente preoccupante, nella quale la sospensione dei diritti umani fondamentali è prassi quotidiana. A nulla servono tutti quei discorsi estremamente retorici, populisti e, permettetemi, anche ridicoli che continuamente sentiamo: “beh ma se sono dentro è perché se lo meritano”, “anche noi siamo costretti a casa senza aver commesso nessun reato, figuriamoci “.

Chiediamoci allora perché il nostro Paese, non molti anni fa, è stato condannato ben due volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per aver violato l’articolo 3 CEDU, in relazione proprio al divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti; chiediamoci perché i tassi di recidiva più elevati si contano in relazione a coloro che hanno vissuto anche brevi periodi di detenzione (che generano disculturazione, come direbbe Erving Goffman) piuttosto che per chi è riuscito ad accedere alle diverse misure alternative previste nel nostro ordinamento penitenziario; chiediamoci perché continuiamo a giustificare la presenza di un’istituzione che si propone di “correggere” alcuni comportamenti ritenuti indesiderabili per la società costruendo paradossalmente dei luoghi in cui tutto è pensato per punire e vendicare; chiediamoci perché quella violenza sui tetti. Chiediamoci allora se davvero il carcere riesce concretamente a raggiungere tutti i suoi obiettivi.

Il carcere come politica sociale

Il carcere italiano al tempo del Coronavirus

La realtà dei fatti allora sembrerebbe essere un’altra: le funzioni normativamente e politicamente previste di prevenzione (generale e speciale), di deterrenza sociale, di riabilitazione del reo, non troverebbero effettiva realizzazione nel contesto sociale, italiano e non, pur continuando a rappresentare elementi imprescindibili per far rimanere in vita l’istituzione stessa, nonostante le evidenti crisi e i numerosi fallimenti da tempo denunciati. La verità, è che non riusciamo a fare a meno della prigione come strumento di gestione del conflitto e della giustizia punitiva moderna poiché la sua esistenza è legata a ragioni che spesso poco hanno a che fare con la volontà di proteggere i consociati, trasformandosi ormai in un mezzo per occuparsi di problemi sociali che non si è grado di gestire in altro modo, in una politica sociale che risponde a logiche e ragioni che <<non si sviluppano al suo interno, ma si determinano al di fuori delle sue mura>>, citando il sociologo Massimo Pavarini.

Esattamente come oggi in Italia si sta tentando di risolvere in modo così affannoso il possibile rischio del collasso del sistema all’indomani dell’ennesima emergenza, occupandosi del qui ed ora senza pensare al futuro.

Elena Testi

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