Per quanto un manager possa avere alte competenze, un forte attaccamento al lavoro e all’azienda, molto spesso ha grosse difficoltà a relazionarsi in maniera efficace con i propri colleghi e collaboratori. Questo perché la cultura d’azienda, soprattutto in Italia, tende a favore di apparati simil-fordisti il cui sistema palese di catena di montaggio ha ceduto il passo a nuove forme di violenza psicologica (Marzano, 2009). Qui dunque si inserisce la figura del coach professionista.

Perché è importante la figura del coaching per le HR?

Egli utilizza una metodologia di formazione (coaching) che ha al centro una relazione, tra il coach (colui che guida) ed il coachee (colui che viene guidato). Egli ha come scopo quello di operare, attraverso la sua guida, un cambiamento negli individui, nei gruppi e nelle organizzazioni. Ciò non avviene in maniera coercitiva ma in maniera dialogica. Il coach, consapevole delle sue competenze e capacità, crea una situazione ottimale di comunicazione per aiutare a sviluppare al meglio il potenziale del proprio cliente. Aiutandolo nella presa di coscienza di sé infatti, il coachee riesce a raggiungere in maniera più soddisfacente determinati obiettivi.

coaching 1

A lungo andare queste pratiche di supporto e monitoraggio del capitale umano in un azienda comportano, oltre che l’ottimizzazione del potenziale dei propri uomini, un miglioramento del clima aziendale. Oltre a ciò è possibile riscontrare:

  • migliorie nello stile di leadership
  • una migliore gestione delle fasi del cambiamento
  • lo sviluppo del problem solving
  • una più proficua gestione del passaggio generazionale.

Quali sono le principali competenze che deve possedere?

Secondo L’international coach federation[1] un coach professionista deve possedere determinate caratteristiche. Innanzitutto deve possedere undici competenze chiave, raggruppate in quattro macro-categorie. Deve:

  1. “stabilire le basi”, ovvero conoscere, saper applicare le tecniche di coaching e concordare caso per caso i termini della relazione;
  2. “co-creare la relazione”, ossia creare un ambiente di relazione sicuro, aperto e flessibile basato sulla fiducia e il rispetto reciproco;
  3. “comunicare con efficacia” ovvero usare un ascolto attivo senza lasciarsi influenzare da preconcetti e simili (distrazioni, mancanza di interesse, etc.) per comunicare al meglio con il cliente. Bisogna creare un legame positivo in modo che si possa arrivare a domande potenti in grado di stimolare riflessioni e accrescere la consapevolezza del coachee;
  4. “facilitare l’apprendimento e i risultati”, ossia creare consapevolezza nel cliente per progettare azioni di apprendimento. Da ciò si passa alla strutturazione di un piano di allenamento in modo da poter gestire i progressi e le responsabilità in autonomia;
team work

L’ultima – ma non per importanza – caratteristica che un coach deve avere è il giusto atteggiamento per il dialogo formativo. Cioè una propensione per l’empatia (Ferrari, 2010). Egli anche se svolge una mansione concentrata sia nell’ hic et nunc che proiettata al futuro, deve avere sempre presente nel suo lavoro che il potenziale cliente è una persona che possiede un determinato passato, una biografia unica sviluppata dall’intreccio con altre biografie (Shapp, 2017). Per questo motivo è molto importante che il coach si formi non soltanto dal punto di vista psicologico ma anche dal punto di vista sociologico in modo da affrontare al meglio il percorso di coaching.


[1] https://www.incoaching.it/competenze-coach-icf/

Ecco alcuni testi utili per approfondire

Bibliografia

Ferrari M., La frontiera interna. Welfare locale e politiche sociali, Milano, Academia Universa press, 2010;
Marzano M., Estensione del dominio e della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata, Milano, Mondadori, 2009;
Schapp W., Reti di storie. L’essere dell’uomo e della cosa. Milano, Udine, Mimesis, 2017;

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