La quarantena sta tessendo una nuova trama per tutti. Un modificato spazio temporale, quello che la pandemia da Covid19 sta creando. Sembra di essere dinanzi ad un sipario, che a luci spente compone una scenografia dal montaggio visionario. I rapporti sociali sono in preda ad una destrutturazione. Il mondo non è più in equilibrio. La polmonite da coronavirus, sta riscrivendo la società sull’onda della paura, dell’ansia e soprattutto della fragilità. È un momento delicato. Bisognerà scoprire nuove capacità di adattamento. Diventare resilienti ed insieme generativi.

Una riflessione che mette a fuoco un modello antropologico, destinato a mutare. Un assetto, che da lunghi decenni imprime la centralità del contatto umano, rafforzato da una gestualità libera, oggi appare capovolto. Un tessuto che si muove come un fantasma, brancolante nel buio. Il mondo si affaccia impaurito alla stessa finestra, guardandosi da lontano. Il distanziamento sociale è la dimensione che tutti inneggiano. Avvicinare il nostro corpo a quello dell’altro è vietato. L’abbraccio, atto di semplice descrizione affettiva, diventa un’arma. La comunicazione spontanea di affetto e benevolenza, oggi è impedita. Allargare le braccia per sentire il corpo di chi vogliamo bene, trasferendo unitamente le nostre membra, è un atteggiamento proibito. Un nemico invisibile è comparso con ferocia nelle nostre vite, stravolgendo una quotidianità che forse più nessuno riconosceva, nella sua speciale perfezione.

La scontatezza stava primeggiando. Le dinamiche umane erano diventate un involucro di continua ricerca emozionale. L’essenziale, già di per sé magnificenza, si disperdeva e un incessante rifugio nel superfluo, sembrava far riscoprire l’eccitazione. Il Covid19 ha imposto ex abrupto un’inversione di marcia, e forse da questo punto di osservazione, la pericolosa pandemia, diventa un monito di riscoperta della bellezza sensoriale. Una duplicità strutturale si ramifica nella società mondiale. Il virus invisibile appare nell’immaginario, come un volto che a bocca aperta, semina spavento. La realtà invece prova ad aggrapparsi all’opportunità di autoanalisi.

Il mondo è unito dalla stessa speranza. Quella di combattere vittoriosi, un agente patogeno che sta riscrivendo le nostre vite. Riconoscendone i limiti, rivalutandone le potenzialità. L’opportunità di poter migliorare l’ambiente che abitiamo, in un principio di coesistenza equilibrata, con ogni essere vivente del pianeta. Eppure diversificate scelte politiche, sociali ed economiche, stanno creando divisioni e severe rivalità. I governi sono deflagrati da segmentazioni crescenti. 

E la misura umana grida in un’atmosfera surreale. Le città compaiono deserte, a fare rumore il silenzio della funzionalità urbanistica. I monumenti sono l’unica, meravigliosa traccia di vita. Eppure anch’essi, appaiono desiderosi di ammirazione e critica artistica. Lo sguardo alla natura è la risposta stupefacente. Il suo polmone pulsa di vitalità. I mari si sono trasformati in poco tempo, in splendide lagune. Le spiagge si sono popolate di deliziosi esseri marini che tranquilli, godono del proprio spazio. Nidificazioni di tartarughe, cavallucci marini danzano indipendenti. Delfini che giocano, rappresentano un’immagine diffusa. Con essa un tuffo nella speranza, ci regala pazienza ed ottimismo. Il coraggio di essere forti, di prometterci un nuovo modo di comunicare, e di restare uniti insieme all’universo, che inscena uno spettacolo naturale. La bellezza del pianeta è l’altra faccia del coronavirus.

Il coronavirus racconta un nuovo mondo

Ma cosa sta accadendo alla natura umana? Esseri evoluti, dotati di ogni efficienza intellettiva, i detentori di perfezione, vacillano in una condizione di aberrante difficoltà. I volti coperti da mascherine chirurgiche si scrutano con sospetto. I guanti in lattice che aggiungono protezione al tatto, intensificano la nuova descrizione umana e sociale. Il cambiamento relazionale è in atto. Dove sono finiti i sorrisi? i saluti esprimibili con calorosi abbracci?! Gli occhi diventano gli unici interpreti delle nostre emozioni. L’interiorità si protegge e lo sguardo è l’unica parte nuda, a cui possiamo offrire possibilità di raccontarsi. Occhi che parlano di profondità. Occhi stanchi, quelli impauriti. Gli occhi di chi vorrebbe scappare. Quelli che scandiscono la paura del contatto. Gli occhi di chi ha perso il lavoro, di chi non ce la può fare. Gli occhi di chi deve ricominciare. “Gli occhi sono lo specchio dell’anima”. Lo sentiamo da lungo tempo, anche in forma proverbiale. Un organo così sensibile nella sua conformazione, eppure così tenace, da assorbire la capacità di ricezione di impulsi dall’esterno. È così che essi hanno imparato a riflettere l’interiorità. Ogni condizionamento che dall’ambiente viene assorbito.

Attraverso gli occhi, raccontiamo l’anima. Quanto sia turbata da questo scenario, che appare quasi soprannaturale. Il virus difatti, ha ridefinito anche il legame con la fede. Un ulteriore ala di osservazione sociologica, che andiamo a descrivere. La pandemia da Covid19, viene concepita come un evento che trascende l’assetto religioso. Una diffusione che non può trovare risposte attraverso quest’ultima, e che per tale motivo, mette in moto una specie di saliscendi di opinioni che ne contrastano l’identificazione. L’approfondimento derivante, rivolge dura prova alla possibilità di scandire la definizione di un’opinione comune. Il coronavirus, resta avvolto da interrogativi, che non troveranno risposte unanime, suscitando opinioni contrastanti in ambiti molteplici. Quasi come una bilancia, che penderà sempre di più da una parte, senza mai trovare un equilibrio nel mezzo.

Rosa Di Girolamo

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