Ogni estate milioni di persone raggiungono le coste italiane in cerca di sole, riposo e leggerezza. Dietro quell’immagine da cartolina, però, c’è un lavoro fatto di corpi stanchi, tempo sottratto e relazioni logorate. Durante l’estate 2025 abbiamo condotto una ricerca etnografica lungo la costa campana, dentro una piccola realtà che noleggia attrezzature balneari e accompagna i turisti in barca, per raccontare questa faccia nascosta del turismo. Proviamo a ragionare insieme su cosa succede davvero dietro un ombrellone, a partire da un concetto che proponiamo per l’occasione, quello di estrattivismo dei corpi. Un’espressione che nasce per descrivere lo sfruttamento delle miniere e dei giacimenti naturali, e che qui usiamo per parlare di persone, non di materie prime.
Una piccola realtà, non un grande lido
Prima di entrare nel merito, una precisazione è necessaria. Non stiamo parlando di un grande stabilimento balneare organizzato, con ombrelloni allineati e un’azienda strutturata alle spalle. La realtà osservata è una micro-organizzazione che da anni lavora su una spiaggia libera della costiera amalfitana, noleggiando attrezzature e accompagnando i bagnanti in barca verso calette raggiungibili solo via mare. Un contesto radicato nel territorio, a conduzione quasi familiare, molto lontano dalle logiche dei grandi lidi di massa. Proprio per questo, il caso è interessante: mostra come certe dinamiche estrattive non riguardino solo le grandi imprese del turismo, ma possano attraversare anche le realtà più piccole.
Quando il tempo libero degli altri diventa la nostra attesa
La precarietà del lavoro stagionale non riguarda solo i contratti brevi o l’incertezza economica. Riguarda anche il tempo. Chi lavora in questi contesti resta spesso in una condizione di disponibilità continua, con le barche pronte in acqua e il corpo in attesa di una chiamata che può arrivare in ogni momento. Un’attesa che non è mai davvero libera, perché resta comunque orientata al lavoro. A complicare le cose c’è anche l’instabilità delle regole sulle concessioni balneari, tra proroghe, ricorsi e nuove norme che si sono susseguite negli ultimi anni, fino al decreto del 2024 che ha spostato ancora la scadenza delle concessioni esistenti. Una situazione che rende difficile programmare il futuro, non solo per le imprese, ma anche per chi in quelle imprese lavora ogni giorno.
Il corpo come primo strumento di lavoro
Dal lavoro sul campo emerge come il corpo sia la vera infrastruttura produttiva di questo lavoro. Trasportare attrezzature sulla sabbia, stare ore sotto il sole, restare in piedi tra un imbarco e uno sbarco: sono gesti che si ripetono ogni giorno, spesso senza pause sufficienti per mangiare o anche solo per riposare un momento. Con il tempo, questa fatica lascia tracce. Nei racconti raccolti tra i lavoratori tornano spesso storie di malattie, dolori articolari, problemi di vista e di cuore, vissuti quasi come parte naturale del mestiere. A questo si aggiunge il caldo, sempre più intenso, che secondo le ricerche internazionali rappresenta oggi uno dei principali rischi per chi lavora all’aperto. Il punto, per chi scrive, non è che il clima crei da solo lo sfruttamento, ma che lo renda più visibile e più pesante da sopportare.
Sorridere sempre: la fatica delle relazioni
C’è poi un altro tipo di lavoro, meno visibile ma altrettanto faticoso: quello delle relazioni. Gestire richieste, contenere tensioni, restare gentili anche quando i clienti sono scortesi o poco rispettosi. Un episodio raccontato nella ricerca è emblematico: un gruppo di turisti fa spostare lo stesso ombrellone tre volte, senza considerare che qualcuno se ne prende cura dalla mattina alla sera. Piccoli gesti che, ripetuti nel tempo, fanno sentire chi lavora quasi invisibile, ridotto a semplice funzione al servizio del cliente. Ma non c’è solo svalutazione. In un altro passaggio del diario di campo, un bambino di pochi anni disegna con le mani un cuore verso un lavoratore, che risponde con un sorriso appena accennato. Un gesto piccolo, ma capace di restituire per un momento dignità e riconoscimento a chi normalmente resta sullo sfondo.
Stesso mare, mondi diversi
Uno dei passaggi più forti della ricerca riguarda la disuguaglianza che attraversa lo stesso specchio d’acqua. Come scrive uno dei partecipanti allo studio, nello stesso mare, senza barriere se non quelle sociali, convivono chi spende quindici euro per una giornata al mare e chi, nella stessa giornata, spende una cifra pari a un mutuo che altri impiegheranno una vita a pagare. Il mare, insomma, non è uno spazio neutro. È attraversato da quello che il sociologo John Urry (2002 )ha chiamato tourist gaze, lo sguardo turistico: un modo socialmente organizzato di vivere le vacanze, che distribuisce ruoli diversi tra chi consuma l’esperienza e chi la rende possibile lavorando.
Non solo sfruttamento: legami e resistenza
Sarebbe però riduttivo raccontare questo mondo solo attraverso la lente dello sfruttamento. La ricerca mostra anche una comunità operativa fragile, fatta di cooperazione quotidiana, colazioni condivise e legami che vanno oltre il semplice rapporto professionale. Uno dei partecipanti si descrive come uno dei vinti dei romanzi di Verga (2014), ma nello stesso tempo continua a coltivare progetti e desideri di cambiamento. Il mare, per chi ci lavora, resta un luogo ambivalente: consuma il corpo, ma allo stesso tempo definisce l’identità e restituisce un senso di appartenenza difficile da abbandonare.
Guardare il mare con occhi diversi
Restituire visibilità a chi lavora dietro le quinte del turismo balneare significa imparare a guardare il mare con occhi diversi. Non solo come spazio di svago, ma anche come luogo dove si producono e si riproducono disuguaglianze molto concrete. La prossima volta che qualcuno prenoterà un lettino o salirà su una barca per raggiungere una spiaggia isolata, forse vale la pena ricordare che dietro quella leggerezza c’è un corpo che lavora, un tempo che non gli appartiene del tutto e relazioni che vanno costruite giorno dopo giorno, spesso in silenzio.
Francesco Di Mauro e Immacolata Stefanini
Riferimenti
- Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (2023). Segnalazione AS2029 – Concessioni demaniali marittime, lacuali e fluviali con finalità turistico-ricreative.
- Bourdieu, P. (2005). Il senso pratico. Armando.
- Butler, J. (2004). Precarious life: The powers of mourning and violence. Verso.
- Foucault, M. (1978). La volontà di sapere. Feltrinelli.
- Gudynas, E. (2009). Diez tesis urgentes sobre el nuevo extractivismo. In Extractivismo, política y sociedad. CAAP/CLAES.
- Hochschild, A. R. (1983). The managed heart: Commercialization of human feeling. University of California Press.
- Honneth, A. (2002). Lotta per il riconoscimento. Il Saggiatore.
- International Labour Organization (2019). Working on a warmer planet: The effect of heat stress on productivity and decent work. ILO.
- Lorey, I. (2015). State of insecurity: Government of the precarious. Verso.
- Urry, J. (2002). The tourist gaze (2a ed.). Sage.
- Verga, G. (2014). I Malavoglia. Einaudi.

































