Parlavo con mia madre al telefono l’altro giorno – il suo napoletano caldo e avvolgente come pane fresco uscito dal forno, pieno di espressioni colorite e affettuose. Poi, all’improvviso, passa all’italiano standard, formale e distaccato, e diventa lontana, quasi estranea. Stesso idioma di base, ma il contesto lo torce e lo modella, svelando strati sociali profondi come cipolle che pungono gli occhi e fanno lacrimare. Quante volte scegliamo le parole non solo per dire qualcosa, ma per piazzarci strategicamente nel mondo, per segnalare appartenenza o distanza?
Lev Vygotskij e Jean Piaget
Federico Boni parte proprio dal ruolo sociale del linguaggio nel capitolo IV del suo “Sociologia della comunicazione interpersonale”: non nasce con noi come un istinto innato, si impara sgomitando nella società, attraverso interazioni continue. Lev Vygotskij e Jean Piaget lo vedono come un attrezzo di gruppo prima che individuale – cresciamo assorbendo regole che vanno oltre la mera grammatica, codici impregnati di classe, sesso, relazioni di comando e potere. Questa visione si radica nella sociolinguistica, che vede il linguaggio come prodotto e produttore di strutture sociali.
Come azione performativa: John Austin e John Searle – Boni li infila con eleganza – dicono che parlare è fare cose concrete, come promettere un favore, ordinare un caffè, mercanteggiare un prezzo. Non è neutro, mai: spesso è conflitto camuffato da cortesia, tipo una trattativa su uno stipendio dove le parole nascondono lame affilate e intenzioni nascoste.
Altri autori
Il contesto è re: linguaggio e potere sono intrecciati come edera velenosa su un albero antico. Pierre Bourdieu lo battezza “capitale linguistico” – se padroneggi il codice “giusto”, quello dei potenti, sali la scala sociale. Disuguaglianze evidenti: Basil Bernstein dice che le classi basse usano codici ristretti, con opportunità strozzate fin dall’inizio. Le donne tendono a stili collaborativi, ma in arene maschili è una trappola che le penalizza – e l’etnia gioca lo stesso ruolo subdolo, come Boni illustra con esempi di disuguaglianze linguistiche.
Diciamolo senza mezzi termini. Il linguaggio non riflette la società in modo passivo, come uno specchio neutro; la plasma attivamente, la modella. Un discorso inclusivo unisce comunità, uno divisivo spacca e crea fratture – in politica, è ovvio, ma anche nel quotidiano.
Ma nel mondo globalizzato e digitale? Meme, slang nuovi nati online – democratizzano l’accesso o ergono muri invisibili per chi non li capisce?
Mi chiedo spesso: se il linguaggio ci definisce così profondamente, cambiando il nostro modo di parlare possiamo cambiare il mondo intero, o è solo un’illusione passeggera?
Il linguaggio sociale dei bambini
Espandiamo. Il linguaggio è sociale: bambini lo imparano imitando, ma assorbono bias. Studi come quelli di Labov (1972) mostrano come dialetti segnalino origine, influenzando giudizi, un tema che Boni collega allo sviluppo linguistico. In potere: chi controlla il discorso controlla la narrativa. Foucault parlava di discorsi dominanti che formano conoscenze e verità, e Boni lo integra nelle dinamiche di negoziazione e conflitto.
Online, linguaggio evolve rapido: acronimi come LOL, emoji come lingue universali, creando subculture che Boni potrebbe vedere come estensioni della conversazione mediata. Rischi: hate speech, che riflette e amplifica divisioni sociali, come nei social dove parole diventano armi. Ma positivo: movimenti come BLM usano linguaggio per cambiamento, trasformando parole in azioni collettive.
A Napoli, il dialetto riflette identità forte, resistenza a omologazione, un esempio locale di come il linguaggio mantenga coesione comunitaria contro influenze esterne. Capire questo ci rende consapevoli, capaci di usare linguaggio per bene, sfidando disuguaglianze e promuovendo inclusione. È un invito a riflettere su come le nostre parole modellino il tessuto sociale, giorno dopo giorno.
Biagio De Risi




































