In qualità di studioso e osservatore delle dinamiche sociali, trovo utile porre al pubblico delle lettrici e dei lettori non una serie di formule e di risposte a questi fatti, quanto piuttosto un insieme di interrogativi di fondo, di problematiche, di questioni. Per la sociologia che si occupa di fenomeni come questo – un movimento sociale sorto sulle ceneri di altre molteplici correnti, ma che non si lascia ridurre a nessuna in particolare –, non si può non domandarsi come mai ha fatto la sua comparsa sulla scena un movimento che tiene dentro a sé diversi gruppi tra cui: nazionalisti di estrema destra che glorificano ancora il duce; mamme che sostengono che i propri figli siano minacciati dai vaccini, mascherine indossate, o qualche altra congettura; coloro che rifiutano l’autorevolezza del ruolo della ricerca scientifica; e, infine, loro: i negazionisti della pandemia da Covid-19.

Questo movimento, solo all’apparenza eterogeneo, presenta alcune caratteristiche che richiedono di essere sottolineate e, non di meno, analizzate. Saranno considerati quindi due “percorsi”: con uno si terrà lo scopo di comprendere il punto di vista dell’attore sociale; con l’altro si esprimerà qualche considerazione sulle conseguenze di queste dinamiche sociali, senza sottrarsi a qualche giudizio di valore, o altrettanto politico. Mi avvarrò, per aiutarmi, di uno strumento di supporto audiovisivo per condurre l’analisi: si tratta delle interviste di Fanpage ai sostenitori del raduno di Roma, che negli ultimi giorni hanno fatto indignare parecchie persone (e ne hanno scosse altrettante). Non sarà tralasciata, tuttavia, qualche critica alle interviste condotte, in modo tale da non cadere nell’“ingenua trappola” di credere che quello che vediamo nel video corrisponda fedelmente alla realtà sociale effettivamente esistente.

Percorso primo: la scienza e il demos

Durante il mio percorso di studi, spesso mi sono fermato a domandarmi – forse un po’ ingenuamente – come facesse un essere umano a contenere nella propria testa una mole di informazione tale da “comprendere” il mondo. A dire il vero – direi allo stato attuale – ciò non è assolutamente corretto! L’essere umano è in grado sì di contenere molte informazioni dentro di sé, ma il grado di approssimazione che queste intrattengono con la realtà “là fuori” è impressionante. Figuriamoci di “comprenderlo”. Ed è proprio quello che avviene quando domandiamo a una persona qualsiasi come funziona il Wc che ha in casa. Nella migliore delle ipotesi non saprebbe rispondere, o risponderebbe sbagliato; eppure lo utilizza tutti i giorni.

Se con il test sul grado di conoscenza alziamo l’asticella e tocchiamo i massimi sistemi delle dinamiche fisiche, biologiche, economiche, ecc. e sociologiche anche, ci renderemo presto conto che le risposte fornite all’intervistatore di Fanpage si rivelano disastrose, ma al tempo stesso normali. Attenzione, però, a non fraintendere.

Quando dico che le risposte sono “normali”, lo dico perché è normale (da nomos, “legge” in greco) che l’essere umano si trovi impreparato ad affrontare un tema così complesso come una pandemia epidemiologica senza la dovuta preparazione. Semmai (e qua ognuno esprime i propri giudizi a riguardo), può non essere giusto eticamente affermare che «io la mascherina non la metto», come dicono in diversi intervistati, perché si ha la volontà (ma non la responsabilità, aggiungo) di contravvenire alle regole del “patto sociale”: lo stato. Ma la scienza è altro. La scienza – la scienza sociologica – non si preoccupa di dire cosa è giusto e cosa non lo è; essa non fa rima con etica, anche se alle volte le possiamo ritrovare sulla stessa lunghezza d’onda.

Il sociologo e filosofo Max Weber

Come Weber stesso insegna1, il sociologo si deve relazionare ai valori, ma astenersi da giudizi di valore. È vero che non possiamo fare a meno di relazionarci con le nostre sensibilità e i nostri interessi (sennò questo articolo non avrebbe visto la luce), ma è altrettanto vero che la sociologia è intrisa di etica già dal momento in cui sceglie il proprio oggetto d’indagine. Quindi, aldilà della prospettiva weberiana, un qualche commento sugli sviluppi di questi movimenti sociali è doveroso, perlomeno nell’ottica di rendere le persone coscienti rispetto ai rischi in cui incorre la società. Lo affronteremo nel secondo percorso.

Per tornare alle interviste, dobbiamo ricordare qualcosa che già avevano avvertito Eraclito a suo tempo2, ed Hegel molto dopo3, e cioè che fare ricerca scientifica (nel loro caso filosofica) è attività per pochi. La mamma che nell’intervista si prodiga nella sua teoria in merito a come le mamme in passato curavano la varicella mettendo «tutti i figli nel letto» in modo che diventassero «immuni» è solo uno dei tanti esempi che si può fare. Quando aggiunge, poi, che «è questo il metodo che dovrebbero fare», riferendosi ai medici, non ha la minima idea di che cosa si tratta quando si parla di “metodo scientifico” e approccio ai problemi in una forma razionale e scientifica. Ma allora viene da chiedersi: che rapporto c’è tra scienza e popolo, tra scienza e demos? Avevano ragione Eraclito ed Hegel a considerare l’attività di ricerca come elitaria e confinata nelle scuole e nelle università?

Forse, bisognerebbe dire, è proprio dalla scuola e dalle università che bisognerebbe agire. Ma questo lo dicono anche i manifestanti in un certo senso. «La logica, dove sta la logica?», chiede frustrata una manifestante a cui una negoziante si rifiutava di venderle il latte perché non indossava la mascherina. Se la “logica” – che un minimo a scuola si dovrebbe affrontare – diviene un termine vuoto per esprimere il proprio “diritto” a non indossare la mascherina, allora siamo al punto che “il tutto è il contrario di tutto”. Per citare Adorno in un passo dei Minima Moralia: «il tutto è il falso»4, praticamente scimmiottando e capovolgendo l’aforisma di Hegel («il vero è l’intiero»5).

Il filosofo e sociologo Theodor W. Adorno

La storia che abbiamo appreso in parte da queste dichiarazioni è che il rapporto scienza-demos è complicato, complesso quanto i rapporti scienza-società: non sempre li si è visti andare a braccetto. E d’altro canto, queste persone soffrono di una psicosi collettiva così forte e radicata tale da illudersi circa lo stato della loro conoscenza: credono, cioè, di poter discutere di medicina alla pari con un medico, di discorrere di diritto come un giurista, di asserire la «dittatura sanitaria» come politologi esperti di regimi politici, di confrontarsi su virus e affini con fior di virologi ed epidemiologi, e di misurarsi in vivaci dibattiti sulla società con sociologi. E si potrebbe andare avanti.

Qui si tratta più precisamente di riconoscere che forse il raziocinio umano si sia eclissato dietro la galassia della società di massa, che rende un po’ tutti anonimi e un po’ tutti protagonisti in un certo senso; ma ciò potrebbe essere errato laddove qualcuno potrebbe notare che si tratta di un campione di interviste non rappresentativo della popolazione per intero. (Questo aspetto lo vedremo in seguito, nella critica). Quello che più mi preme sottolineare è piuttosto la totale perdita di responsabilità sociale di queste persone, che, di fronte alla genericità dell’essere “l’uomo qualunque per il partito la qualunque”, non si rendono conto che quella responsabilità che non sanno di avere grava sulle loro azioni tutti i giorni: da madri, padri, fratelli, lavoratori, ecc. In certo senso, somigliano un po’ a tutti noi. Sono persone normali.

Percorso secondo: la scienza e la polis

A questo punto intraprendiamo il tema del rapporto tra la conoscenza scientifica e la sfera della politica. Sembra esserci chiaro che il brivido che ha accompagnato molti nei commenti al video caricato su YouTube sembra essere giustificato dal fatto che queste persone pongono in atto una vera e propria azione politica (oltre al fatto che hanno diritto di voto). Dunque, resta da occuparsi il modo in cui questo movimento sociale giustifica il proprio operato; in buona sostanza, di come avvengono le razionalizzazioni al suo interno.

Partiamo da cosa ripetono in diversi intervistati: una per esempio dice: «questo è un modo per mettere il bavaglio alle persone». A quanto pare questa signora, e chi con lei utilizza questo termine frequentemente («bavaglio»), deve avere parecchio a cuore la questione della libertà di espressione. Ma, come dire… come spiegare loro che è proprio grazie alla libertà di espressione presente nel nostro paese che manifestazioni come quella di Roma sono consentite? Al contrario, in un paese che limita la libertà di manifestazione del proprio pensiero diviene difficile muovere delle critiche (fondate o meno) al proprio governo, regime, o persino verso il proprio assetto istituzionale. Quella di Roma è – passatemi il termine – una “manifestazione capricciosa” di chi, per svariate ragioni (economiche, sociali, psicologiche) avverte la necessità di esprimere il proprio disagio, a sua insaputa. Disagio che, il più delle volte, non è percepibile direttamente e a prima vista, ma quanto meno abbiamo a che fare con il disagio della civiltà, il disagio di una civiltà: quella occidentale.

Non è questa la sede per una dissertazione articolata sul destino della nostra civiltà, però risulta evidente alle volte come la diffusione del pessimismo – che potremmo tradurre con il profetico nihilismo nietzschiano – stia diventando un carattere endemico e irreparabile di ogni discorso circa il nostro vivere associato. Questo atteggiamento, lungi dal formare progetti politici di lungo respiro, provoca negli individui scoraggiamento, delusione, apatia, disillusione, ecc. verso tutto ciò che è politica. Eppure, però, si potrebbe controbattere che queste persone che si riuniscono in piazza possiedono una qualche forma di interesse per le questioni politiche. In parte è vero, ma ciò non significa in nessun modo fare politica sul serio, e tantomeno costruire assieme dei progetti a lungo termine; sembrano, piuttosto, dei tentativi di fare gruppo che esulano da qualsiasi intento credibile di fare progettualità.

Questi movimenti che negano la validità del sapere scientifico non paiono avere un leader forte che li guida; tantomeno appaiono come ben strutturati (come d’altronde è nella natura dei movimenti stessi), ma presentano una forte tendenza alla frammentazione e alla sporadicità dell’azione. È dunque ragionevole pensare che quelli che erano presenti in piazza erano, anzi, degli individui bisognosi di un leader, nella speranza che trovi soluzioni al posto loro ai problemi che devono affrontare nella loro vita quotidiana? Come se fossero monadi che cozzano tra loro e poi si allontanano immediatamente dopo essersi toccate, vittime innocenti dell’individualismo e dell’atomismo che sottendono le “regole del gioco” della “società degli individui”. Di questo rapporto scienza e polis, cosa dire?

Critiche alle interviste

Veniamo ora brevemente alle critiche sociologiche al video di @Fanpage. Potremmo riassumerle almeno in tre ordini di ragione:

  1. Il campione: è rappresentativo degli aderenti al movimento? No, perché, in primo luogo, può darsi che non fossero presenti a quella manifestazione coloro che aderiscono ad altre uscite; in secondo luogo, perché – si suppone per esigenze giornalistiche di spazio e “di notizia” – probabilmente sono state scartati quegli intervistati che non hanno risposto come nelle aspettative dell’intervistatore (ma non ne possiamo avere la certezza, così come non possiamo avere la certezza di “aver visto tutto”). Questo gioco di sovra o sottorappresentazione spesso può provocare delle distorsioni informative rispetto alle caratteristiche della popolazione.
  2. I tagli del video. Nel video si può notare chiaramente la sua montatura fatta in modo da rispecchiare le intenzioni di chi quel video l’ha prodotto: indignazione facile. Inoltre, non è possibile accedere alle dichiarazioni complete di ogni intervistato, dovuto al fatto che i tagli recidono chirurgicamente ciò che (si crede) non ha interesse per il pubblico, rafforzando di fatto le teorie sociali di senso comune. Il tutto condito da inquadrature adatte e colte nel momento giusto per mostrare ciò che è più rilevante, di nuovo: secondo le intenzioni dell’autore.
  3. Le domande poste. È di fondamentale importanza comprendere che il modo in cui è posta la domanda influenza la risposta conseguente. Di conseguenza, assecondare continuamente l’intervistato cercando di ottenere il suo tacito consenso in un circolo vizioso di acquiescenza non facilita una risposta alternativa; tantomeno con la pressione sociale a cui sono sottoposte queste persone trovandosi in uno spazio pubblico.

Con questo non è sminuito il lavoro di un giornalista di professione, ma è importante sottolineare che le interviste nell’ambito della ricerca sociologica sono condotte con ben altri criteri; e una cosa è fare il giornalista, altra è fare il sociologo. Per questo queste precisazioni sono di fondamentale importanza.

Quindi, che fare?

A questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi cosa fare in risposta a questi fenomeni. Be’, una risposta possibile c’è: la politica.

In questa epoca non è infrequente farsi ingannare (e ingannarsi) sulle modalità di risoluzione dei problemi. Il mondo è diventato così complesso e la catena di eventi si è prolungata così rapidamente che gli attori non sono più in grado di discernere le cause della propria condizione. Gli esseri umani sono atleti olimpici nel processo di causazione, ma sono pochi quelli che riescono a gareggiare per la finale e raggiungere un qualche risultato (e si presume che siano gli scienziati questi). Fuor di metafora: gli effetti di fenomeni complessi come il processo di globalizzazione, le migrazioni delle popolazioni della terra, il multiculturalismo, la secolarizzazione, e così via, raramente sono riconducibili a una sola causa; sono fenomeni complessi, che vanno trattati nella loro complessità, e in ciò il processo di causazione non è un mero sport da affrontare a cuor leggero; è piuttosto un’impresa titanica.

Così, dunque, l’uomo contemporaneo è vittima delle biases che continuamente lo illudono di aver trovato la causa a questo o quel fenomeno; ma appunto si tratta di una mera illusione. Una delle biases più comuni, comunque, riguarda l’individualismo: si crede, cioè, che la soluzione dei propri problemi sia nella propria individualità, nel proprio intimo essere. Così, invece che scendere in piazza, votare e più in generale partecipare alla politica, l’uomo contemporaneo si rifugia nel proprio privato; non si cura cioè di guardare fuor di sé, alla politica, per la risoluzione di problemi che hanno natura collettiva: integrazione di nuove popolazioni, crisi ambientali, crisi economiche dovute a una pandemia, ecc.

Quindi, il suggerimento è di guardare alla politica, come intuì Rousseau a suo tempo:

«Avevo visto che tutto, sostanzialmente, dipendeva dalla politica, e che comunque ci si comportasse nessun popolo sarebbe mai stato altro da quello che la natura del suo governo lo avrebbe fatto essere»6.

Bibliografia:

1 Paolo Jedlowski, Il mondo in questione. Introduzione alla storia del pensiero sociologico, pagg. 137-8, Roma, Carocci editore.

2 Cfr. Eraclito, Frammento 1: «agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo di quando non sono coscienti di quel che fanno dormendo»; o, in alternativa, anche il Frammento 29: «rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come bestie».

3 Cfr. Hegel, Filosofia del diritto. Prefazione, p. 5: «Ogni uomo ha dita, e può aver pennelli e colori, ma non per questo è pittore. Val lo stesso del pensiero».

4 Adorno, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, p. 48.

5 Hegel, Fenomenologia dello spirito. Prefazione.

6 Rousseau, Confessioni, p. 977.

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