Il sociologo Sandro Mezzadra, nel suo “La condizione postcoloniale. Storia e politica nel tempo globale” (2008), invita i lettori a riflettere su quanto sia invalsa la tendenza a giudicare l’epoca in cui viviamo attraverso un modello percettivo tutto declinato al negativo. È con il prefisso “post”, difatti, che la contemporaneità si lascia designare e interpretare (postmoderna, poststorica, postfordista, postcoloniale). Insomma, è un po’ come essere sospesi tra un passato che si rifiuta di uscire completamente di scena – o che resiste alla definizione anacronistica che gli si impone per sua stessa natura – e un presente che fatica a determinarsi autonomamente, ripiegandosi, per la sua affermazione, su ciò che gli esponenti dei subaltern studies hanno indicato quale “contemporaneità del non contemporaneo”. Pertanto, il tempo odierno sembrerebbe essere il sintomo di una transizione mai compiutamente realizzatasi.

(Post)colonialismo: tra continuità e discontinuità

Alla stessa stregua, il post della critica postcoloniale –  sistematizzata dall’omonimo campo di studi nella Gran Bretagna degli anni Sessanta – in una delle sue accezioni, rimanda all’incompiutezza di tale passaggio. Più in particolare, rinvia alla continuità spazio-temporale sussistente tra l’era dell’espansionismo coloniale (Occidentale, nonché europeo) e quella immediatamente successiva alle insurrezioni a cui, a partire dal secondo dopoguerra, i “licenziosi” coloni hanno dato vita. Ma, se è vero che un frammento della narrazione postcoloniale ci consegna un’istantanea del nostro tempo in cui lo si condanna a rimanere irretito nelle maglie dell’”eterno avvenuto”, di contro, c’è chi, agendo nel medesimo universo d’analisi, pone l’accento sull’effetto-cesura che, inesorabilmente, pare essere scaturito dalle lotte di liberazione nazionale. In quest’ultimo caso, si ripone il colonialismo al sicuro nel passato. Così, al mondo colonizzato scisso in due (tangibilmente e idealmente attraversato da quel confine assoluto che il filosofo tedesco Hegel frapponeva tra la Storia, lo spazio incontestabilmente europeo della civiltà, e la Preistoria, lo spazio della barbarie, proprio dei continenti colonizzati o in via di colonizzazione), si sostituisce un’epoca in cui tutto si “ibrida”, tutto è in movimento, compreso il sistema delle rappresentazioni identitarie. Insomma, parafrasando il sociologo britannico Stuart Hall (1934-2014) è il momento “dell’irruzione dei margini nel centro”, dell’insurrezione dei subalterni contro gli egemonici ed eurocentrici racconti del Soggetto sovrano moderno.

Un unico oggetto di studio

Appare evidente quanto irriducibili siano la difformità e la multisettorialità che contraddistinguono questo particolare ambito di studi, tanto da rendere arduo il tentativo di ancorarlo ad un sistema organico di riferimento. Tuttavia, tale eterogeneità costitutiva ritrova la sua univocità, almeno in parte, nella cosiddetta condizione postcoloniale, ovvero, nell’oggetto di analisi sul quale, a partire da diverse angolazioni, lo sguardo esplorativo degli studiosi si fissa. L’espressione condizione postcoloniale inerisce alla peculiare conformazione assunta dalla nostra epoca storica, in cui si assiste alla coesistenza di due stati del movimento che, normalmente, costituiscono un’antinomia: la dinamicità e la staticità. Insomma, è il nostro tempo ad essere intrinsecamente dialettico; è al suo interno che l’esperienza coloniale pare essere stata relegata negli archivi del passato, e, al contempo, per le modalità con cui la sua risoluzione si è determinata, si colloca perfettamente al centro dell’attuale scena globale, con le dinamiche di sfruttamento, ma anche di insubordinazione, che la diversificano.

Il migrante: un soggetto (post)coloniale

In relazione alle migrazioni contemporanee, il significante postcoloniale si lascia tradurre come sintomo delle conseguenze prodotte dai movimenti migratori nello spazio sociale, economico, politico, culturale e persino giuridico delle ex metropoli coloniali. In realtà, la figura del migrante rappresenta l’incarnazione della antinomica duplicità precedentemente accennata. La sua intera esistenza è perennemente sospesa tra l’essere al di qua e al di là dell’ingombrante passato coloniale. Incontestabile è il carattere sovversivo della sua presenza nei vecchi centri metropolitani, nella misura in cui con essa è la questione coloniale a irrompere nel cuore stesso dell’Europa (nonché Occidente), contribuendo a decentralizzarne la posizione assunta nel mondo lungo il corso della modernità. In altri termini, qui postcoloniale sottende il prolungamento della lotta anticolonialista implementata dalle comunità migranti e dai discendenti delle popolazioni delle ex colonie, ad esempio, insorgendo contro la loro reclusione nei CARA, o attraversando i confini anche “illegalmente”.

Gli accordi con la Libia: persistenza neocoloniale?

Sfidare e mettere in discussione la pratica (post)coloniale del confinamento: è così che i soggetti migranti contestano il posto loro assegnato ai margini del mondo e del sistema sociale di cui fanno parte. Ma, questa coraggiosa “presa di parola”, analogamente a quanto avveniva più di mezzo secolo fa, si ritrova a essere fatalmente ostruita dal Vecchio Continente. Si pensi alle politiche migratorie caldeggiate dall’UE e, più specificamente, all’accordo firmato il 2 febbraio 2017 dal presidente del consiglio italiano Paolo Gentiloni e il primo ministro di unità nazionale libico Fayez al Sarraj. I due Paesi, coinvolti in un rapporto storicamente asimmetrico, hanno suggellato ciò che l’ONU ha definito una “disumana” collaborazione, indirizzata a bloccare il flusso dei migranti che, dalle coste libiche, da anni provano a raggiungere l’Italia. L’obiettivo perseguito dal governo italiano sembra si stia conseguendo con successo, visto il crollo verticale degli sbarchi dei migranti registrato a partire dal luglio 2017 (i migranti approdati sulle coste italiane dal 1° luglio al 25 agosto sono diminuiti del 68% rispetto allo stesso periodo del 2016). Peccato, però, che la luce in fondo al tunnel, che pare intravedere il nostro ministro dell’interno Minniti, sia direttamente proporzionale al buio in cui si trovano a brancolare i migranti costipati nei centri di detenzione libici, in piena conformità con la logica del confinamento che ha costellato l’eurocentrico e moderno progetto coloniale.

Luana Colella

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