Lo scrittore francese Guillaume Musso, in un suo celebre libro, scrisse:

Nell’esistenza umana ci sono momenti in cui si apre una porta e in cui la nostra vita si proietta verso la luce. Rari momenti in cui qualcosa, dentro noi, si dischiude”,

per cui anche la città, le sue periferie si proiettano verso quei piccoli scorci di luce, sfociando in processi di rigenerazione urbana, come nel caso del quartiere San Berillo Nuovo di Catania, anche chiamato San Leone, che si direziona verso la speculazione, la resistenza al degrado e la devianza giovanile grazie al progetto interculturale “F.I.E.R.i”.

Menù Interno

Tratti di un quartiere resiliente

Il quartiere cerca di resistere agli urti subiti in passato, al degrado culturale, sociale e urbano allontanando quei fattori di esclusione attivando quel processo socio-scientifico di resilienza urbana. Per un sistema sociale, la resilienza è la capacità di affrontare il cambiamento senza perdere la propria identità, come spesso accade nel nuovo San Berillo, con cui una comunità affronta le difficoltà senza intimorirsi o allontanarsi dalle trasformazioni ma mantenendone salde le proprie radici, la propria storia, il tessuto connettivo che sostiene la vita quotidiana, gli scambi sociali e il sistema simbolico che sostengono la totale collettività.

Il progetto F.I.E.R.i

F.I.E.R.i (Fabbrica Interculturale Ecosostenibile del Riuso) si propone di essere visibile all’invisibilità che ne regala la mentalità del Nuovo San Berillo. Il progetto nasce nel 2017 con sede in via Palermo N°541. Tale realtà sociale si è proposta a coinvolgere sia uomini e donne migranti che vivono a Catania sia abitanti del quartiere, con vano sforzo nel coinvolgimento giovanile. Un patrimonio culturale che s’intreccia col sapere artigianale, con laboratori attivati volti ad imparare a riparare e riciclare vari tipi di materiali, tramite determinate fasi progettuali, per realizzare oggetti funzionali da materie che non vengono più utilizzate dalla gente, generando una produttiva economia circolare.

logo-fieri

Rappresenta uno spazio in cui i cittadini possono smaltire i vari oggetti inutilizzati, sapendo che, grazie al progetto, diventeranno qualcosa di nuovo. Si tratta di un’officina creativa che va tra la dimensione del rigattiere e allo shop di design, volta ad essere un’opportunità di lavoro sia per i migranti, sia per giovani catanesi appassionati di riuso, artigianato e innovazione rispondendo ai problemi di esclusione, occupazione e rifiuti, creando integrazione, lavoro e rispetto dell’ambiente e del territorio.

Dentro la realtà di F.I.E.R.i

Scoprì il progetto F.I.E.R.i durante un tour nel Nuovo San Berillo in compagnia degli antropologi Alessandro Lutri e Stefano Portelli. Qui scoprimmo la realtà del progetto e gli spazi promossi per le varie attività. Successivamente intervistai Antonio, uno dei membri che si occupa del progetto F.I.E.R.i:

ragazzi-di-colore-lavoro-pentola
Fasi e gruppo di lavorazione nei laboratori di saponificazione e sartoria
  • Claudia: “Come nasce questo progetto?”.
  • Antonio: ”Questo casale, era uno spazio abbandonato. Dodici Associazioni di Catania hanno presentato un progetto, su fondazione privata, per realizzare una fabbrica di riuso. Questo progetto proponeva l’ individuazione di un posto dove poter svolgere questa attività. Alla fine il Comune ci ha dato questo spazio. Il progetto prevedeva una parte di fondi per la ristrutturazione, poiché il posto aveva bisogno di interventi importanti, e poi l’idea di realizzare dei corsi legati al riuso, con vari laboratori: saponificazione, falegnameria, riparazioni elettriche, sartoria, serigrafia, ciclofficina, creazioni di bigiotteria, utilizzando tutti materiali di recupero”.

Che scopo hanno i laboratori

  • Claudia: “A chi sono indirizzati questi laboratori? E a che scopo?”.
  • Antonio: “Sono corsi indirizzati ai ragazzi migranti che sono ospiti nelle varie comunità di Catania. L’obiettivo è di formarli, dargli la possibilità di imparare qualcosa e magari inserirli nel mondo del lavoro. Finita la fase dei corsi, bisognerà vedere se qualcuno ha intenzione di fermarsi qui a Catania, perché la maggior parte sono solo di passaggio. Provare di far diventare i laboratori che hanno svolto, una vera opportunità di lavoro”.
  • Claudia: “Quali sono i laboratori che hanno un alto livello di frequentazione? E i prodotti creati verranno venduti?”.
  • Antonio: “Il laboratorio di sartoria, saponificazione e falegnameria sono quelli più frequentati. Qualcosa non più usata, può diventare qualcosa che viene rigenerata e di nuovo utilizzabile. Tutti gli oggetti che vengono creati, verranno poi esposti e venduti, anche grazie a molte fiere, tra cui quella effettuatasi al Monastero Benedettini, presso Piazza Dante, “‘A fera Bio”.
agazzo-di-colore-macchina-da-cucire

L’iniziativa vista dal quartiere

  • Claudia: “Come ha reagito il quartiere a questa iniziativa? Vi hanno dato problemi?”.
  • Antonio: “Quando abbiamo inaugurato, la sera, io avevo paura, visto il quartiere, che poteva essere visto come fattore di disturbo, invece quando c’era la musica, la gente del quartiere ha partecipato con entusiasmo. Uno dei miei obiettivi primari è proprio quello di coinvolgere tutto il quartiere perché è una cosa fondamentale, soprattutto per i bambini/ragazzi. È uno spazio bellissimo!! Vedi quell’area verde, Claudia? Vorremmo farci un orto didattico per far conoscere a chi partecipa molte delle proprietà delle piante, della flora. Il conduttore del progetto è proprio l’Associazione Arci. Ha sostenuto il nostro progetto la ciclofficina “Zeronove”, in via Opificio N°09, nel vecchio quartiere di San Berillo”.
  • Claudia: “Cosa ti piacerebbe diventasse questo posto?”.
  • Antonio: “Mi piacerebbe che questo diventasse un luogo d’incontro, di eventi culturali, e coinvolgere il quartiere è proprio un aspetto prioritario. Da tempo con i ragazzi dell’Arci riflettevamo su come poter realizzare un progetto del genere; l’idea di mettere insieme il fattore dell’immigrazione e le pratiche del riuso. Perché mai non metterle insieme? Non deve essere un’attività che poi finisce, ma un attività che crea lavoro”.

Perché dedicarlo solo ai migranti?

  • Claudia: “Perché il progetto è stato indirizzato solo ai migranti? Era difficile orientarlo anche alla gente del quartiere?”.
  • Antonio: “Il progetto è stato rivolto ai migranti perché c’era l’esigenza di lavorare con qualcosa di concreto, soprattutto per l’emergenza legata agli sbarchi; per promuovere un processo di inclusione sociale in un quartiere in cui domina proprio l’esclusione. Ma c’è un altro aspetto molto importante!”.
  • Claudia: “Quale sarebbe?”.
  • Antonio: “Coinvolgere le persone del quartiere, o di Catania nella sua generalità, in attività del genere è molto difficile, soprattutto per i giovani. Mentre i migranti qualsiasi cosa gli proponi gli sta bene, anche gratuitamente, se ciò lo proponi ai ragazzi del quartiere, non vengono, perché hanno l’esigenza e la richiesta di un riscontro economico. Ma se sei senza lavoro, al posto di andartene in piazza a non far nulla, vieni qui e almeno hai la possibilità di imparare qualcosa e avviare un vero processo di acculturazione, ben diverso dalla tua quotidianità. Quindi capisci che coinvolgere gli extracomunitari è molto più facile. Se si tratta di un giorno, forse qualcuno del quartiere viene, ma per periodi più lunghi tutto sfocia poi nel guadagno”.

F.I.E.R.i come realtà sociale ed emotiva

I ragazzi di F.I.E.R.i, seppur con differenze linguistiche e culturali, hanno un loro modo logistico di creare, di comprendersi, e proprio tra questi differenti modi d’incontrarsi, nel settore di saponificazione hanno realizzato due dei saponi più vendibili dei laboratori (Foto 1): il “Natural Pharmapur” con fiori di Daucus, poiché ne esprime il ricordo di un sapone usato in Africa, quindi ciò fa capire come il ‘realizzare’ possa attivarsi pur non staccandosi dalle loro usanze e sicurezze emotive, e il sapone “Baobab bianco”.

Seconde generazioni: ecco chi sono i figli dell'immigrazione

Da come se ne evince, anche il Nuovo San Berillo è divenuto un quartiere multiculturale, cosa che prima non vi era, poiché il fattore migratorio nel quartiere era quasi nullo. Non è facile comunicare quando ci sono di mezzo barriere linguistiche e lacune nella sfera didattica, per cui anche quei concetti elementari si trasformano in vere e proprie montagne da scalare. Si nota come all’interno di un quartiere in cui vige la predominanza dell’esclusione, questo nuovo contesto di vita e il contatto tra culture modifichi i comportamenti linguistici ed influenzi l’immagine soggettiva della propria lingua/cultura d’origine, quindi verificare come tramite le scelte comunicative si manifestano delle nuove appartenenze ed i sottostanti processi di acculturazione.

Creare i propri processi di integrazione

I migranti portano con sé i loro vecchi valori e cercano di applicarli nel nuovo ambiente dominato da regole diverse, in cui il conflitto tra gli atteggiamenti e i valori conduce alla disorganizzazione sociale, e solo lo svilupparsi di nuovi atteggiamenti, renderà possibile una nuova fase di riorganizzazione. Coloro che hanno partecipato ai laboratori di F.I.E.R.i hanno creato dei propri processi di integrazione che vanno ben oltre ai pregiudizi del quartiere, avvolti da emozioni e sensazioni che il progetto è riuscito ad innescare per cercare di allontanare ogni tipo di discriminazione ed esclusione sociale.

comunità

Uno dei ragazzi, Amadou, del Beyla (Guinea), appartenente al laboratorio di saponificazione, mi dedicò i suoi pensieri ed emozioni sul progetto: “Da marzo di quest’anno frequento il laboratorio di saponificazione del progetto F.I.E.R.i. Durante questi mesi ho imparato tante cose nuove: quali sono gli ingredienti per fare il sapone, le quantità, l’uso dei fiori per dare essenza al sapone. Insieme ai ragazzi ho realizzato molti saponi diversi e alcuni sono stati venduti nei mercatini di città. Questa è stata un’esperienza molto significativa perché mi ha aperto una possibile strada per il mio futuro e soprattutto cercare di migliorare il mio progetto di integrazione nella società, infatti mi piacerebbe sempre di più imparare le tecniche per fare i saponi e fare diventare questa mia attività un vero e proprio lavoro”.

L’immigrazione come risorsa e strumento di inclusione

L’immigrazione non è del tutto considerabile come minaccia, ma come risorsa poiché nell’ultimo ventennio la popolazione immigrata è cresciuta notevolmente, occupando quei posti di lavoro che, per gli italiani, vengono considerati poco appetibili, come l’agricoltura, settore familiare, edilizia. Inclusione non significa appiattimento sociale e culturale, ci si fronteggia con persone le quali non possono essere scelte o scartate a proprio piacimento, secondo le logiche politiche, economiche o, purtroppo, religiose, mi sembra del tutto inutile creare dei muri di indifferenza o paura.

comunità terapeutica

La comunità deve essere intesa come gruppo di persone che condivide, secondo diverse modalità, valori e culture coagulate intorno a luoghi, interessi, risorse e progetti. Si dimostra che esiste un ampio e diversificato universo di iniziative in cui l’agire cooperativo è tutt’altro che residuale rispetto agli assetti economici e istituzionali tradizionali ma può rappresentare una modalità rilevante di innovazione sistemica che ne merita azioni di supporto mirate, da parte di una pluralità di soggetti, a partire da quelli che rappresentano e promuovono il modello cooperativo, come in questo caso tramite l’esperienza interculturale di F.I.E.R.i che ne rappresenta un esempio.

Ogni città, quartiere, cultura, processo di urbanizzazione, elabora la propria storia. Il Nuovo San Berillo ha i suoi punti di luce, seppur esso sia fonte di perdizione deviante, che non lascia spazio alla rigenerazione, in cui la mentalità rigida e ‘negativamente eccentrica’, è più forte e grave di qualsiasi degrado che ne blocchi o annulli la qualsiasi dimensione regalandotene anche solo una debole illusione.

Claudia Coco

Per approfondire…

Riferimenti Bibliografici

  • Coco C. (2018), Pratiche e approcci del vivere la città. Azioni, spazi e differenze “nei” quartieri di San Berillo, Unict, Catania.
  • Giacalone F. e Pala L. (2005), Un quartiere multiculturale, FrancoAngeli, Milano.
  • Guidicini P. (2010), Come studiare la città dal di dentro, FrancoAngeli, Milano.
  • Libro bianco (2016), La cooperazione di comunità, Euricse, Trento.
  • Musso G. (2015), Central Park, Bompiani, Milano.
  • Thomas W. I. e Znaniecki F. (1968), Il contadino polacco, Edizioni di comunità, Milano.
Print Friendly, PDF & Email